Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo V/P4

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PARTE SECONDA CAPITOLO V
§.4. Il celeste Ortolano

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE SECONDA CAPITOLO V
§.4. Il celeste Ortolano
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§. 4.

V
Olendo il Salvatore del mondo far un poco di mostra della gloria sua nel monte Tabor, menò seco tre solamente de’ suoi Apostoli, che ne fussero consapevoli. Perche non vi menò alcune centenaia di gentil’huomini Gierosolimitani? ò almeno, perche non vi condusse tutti gl’Apostoli per veder quello spettacolo? Sono molto diversi i giudicij, e i consegli di Dio da quelli de gl’ [p. 476 modifica]huomini. A veder Christo crocifisso in un monte Calvario, vi fù ammesso un popolo immenso; ma per vederlo glorioso, e trasfigurato in un monte Tabor, a pena vi sono menati tre de’ più diletti. Vuol dire, che la Prosperità, è il gaudio a pena ad alcuni pochi è di giovamento, dove la Croce, e l’afflittione giova a innumerabili persone. E però S. Bonaventura vuol piuttosto andare con Christo al monte Calvario, che col medesimo al monte Tabor. E così è, poiche, Quae nocent, docent.

L’anno 167. in Roma M. Aurelio, e Lucio Vero volsero, per far una mostra, e un segno di publica allegrezza, che tutti i soldati andassero coronati di lauoro. Ma vi fù un soldato Christiano, che non si volse metter altrimente quella corona in capo, ma la volse portar nel braccio. Dimandato, perche causa egli solo non [p. 477 modifica]facesse come gl’altri in quel publico trionfo? Rispose, che non conveniva che un Christiano fusse coronato in questa vita. In difesa del qual detto tanto generoso Tertulliano compose quel suo libro de militis corona; nel quale con grande eloquenza si mantiene, che il detto soldato fece prudentemente. E veramente non conviene ad un Christiano coronarsi d’altro, che di spine, poiche non fù coronato altrimenti il nostro capo. O come disdicono, e come male si confanno insieme, membri delicati, e imbellettati; e un capo tutto insanguinato, e di pungenti spine trafitto?

Ponderando S. Agostino quelle parole dell’Apostolo S. Giacomo: Ecce beatificamus eos, qui sustinuerunt; sufferentiam Iob audistis, et finem Domini vidistis, dice. Ne ideo patienter [p. 478 modifica]sustinerent temporalia mala, ut sibi hoc restitueretur, quod recepisse legimus Iob. Nam et ab illo vulnere, atque putredine salvus factus est, et si cuncta quae amiserat duplicata sunt restituta. Ut ergo non talem remunerationem speraremus, quando mala temporalia pateremur, non ait sustinentiam, et finem Iob audistis, sed ait: sustinentiam Iob audistis, et finem Domini vidistis, tanquam diceret: Mala temporalia, sicut Iob sustinete, sed pro hac sustinentia non temporalia bona sperate, quae illi aucta redierunt, sed aeterna potius, quae in Domino praecesserunt.1 Accioche non tolerassero con patienza i mali temporali, perche fusse poi lor restituito, ciò che habbiamo letto, che ricevette Giob. Poiche e fù sanato da quelle sue putride piaghe, e gli furono restituite duplicate tutte le cose, che haveva per[p. 479 modifica]duto. Perche dunque non spettassimo una tal rimuneratione, quando patissimo mali temporali, non disse: sustinentiam, et finem Iob audistis; ma disse: sustinentiam Iob audistis et finem Domini vidistis; come se havesse voluto dire: sopportate i mali temporali, come Giob, ma non sperate per questa vostra sofferenza beni temporali, che a lui ritornarono con aumento; ma sperate più tosto i beni eterni, che il Signore vi hà preparato.

Si ha dunque a patire di maniera, che si speri di riceverne il premio là, dove non haveremo più da patire. Molti sono levati in alto, perche maggiore poi sia la caduta: Per il contrario Dio lascia che molti facciano qualche gran caduta, per levarli poi più in alto, ivi si trova maggior tormento, quivi è maggiore il premio.

Nelle divine scritture l’huomo [p. 480 modifica]giusto s’assomiglia spesse volte alla palma. Hor sentite ciò, che dice il celeste Hortolano. Dixi: Ascendam in palmam, et apprehendam fructus eius.2 Io dissi, salirò sopra la palma, e coglierò i suoi frutti. O Signor Dio mio, che bisogno havete voi di salire? Non vi basta haver longhe le braccia per raccogliere questi frutti? E pure a voi tanto è facile il raccorre i frutti, che sono in cima, quanto quelli, che sono da basso, mà considerate di gratia, la sapienza del divino consiglio: I frutti che sono da basso l’Hortolano stando in piede se li coglie, tirando lentamente, e a bell’agio i rami, mà per cogliere quelli, che sono nella cima, bisogna, che saglia sopra l’albero, che il calchi co’ piedi, e talvolta ancora gli spezzi qualche ramo.

Habbiamo detto, che l’huomo vien assomigliato all’albero: I [p. 481 modifica]frutti di questo albero sono le divote, e sante operationi: I frutti della cima, direi, che fussero gl’atti delle più perfette virtù, com’è una singolare Humiltà, una Patienza illustre, e una segnalata Carità. Per coglier questi frutti il celeste Hortolano sale sopra l’albero, lo calca co’ piedi, e gli rompe i rami. Quindi è, che un’huomo perde parte del suo dinaro, un’altro un poco d’honore; quegli un’appoggio d’un’amicitia: quell’altro perde un ramo del suo gusto, e del suo contento. E così mentre l’hortolano ci calpesta a questo modo, ne raccoglie i frutti più maturi. In questa maniera noi stiamo più sopra di noi, siamo più ferventi alle opere buone, e attendiamo piu alle devotioni. E così è verissimo quel detto, che bene spesso si dice: Quae nocent, docent. Le cose, che ci apportano dolore ci sono di giovamento.

Note

  1. [p. 506 modifica]S. Aug. ibid.
  2. [p. 506 modifica]Cant. c. 7. 8.