Scritti sulla storia della astronomia antica - Volume II/XIV. - Sui Parapegmi o Calendari astro-meteorologici degli antichi/VII. - Conone, Dositeo, Critone, Parmenisco, Ipparco, Giulio Cesare, Metrodoro, Osservatori Caldei ed Egiziani

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VII. - Conone, Dositeo, Critone, Parmenisco, Ipparco, Giulio Cesare, Metrodoro, Osservatori Caldei ed Egiziani

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VII. - Conone, Dositeo, Critone, Parmenisco, Ipparco, Giulio Cesare, Metrodoro, Osservatori Caldei ed Egiziani
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VII. Conone, Dositeo, Critone, Parmenisco; Ipparco, Giulio Cesare, Metrodoro; osservatori Caldei ed Egiziani.


Conone (300-240) benchè Samio d’origine, è detto Alessandrino, forse per aver soggiornato lungo tempo in Alessandria; osservò in Italia o particolarmente in Sicilia, dove ebbe la fortuna di ottenere l’amicizia di Archimede. Nulla più rimane de’ suoi lavori astronomici; ma la sua fama fu grande presso i poeti, grazie alla notissima apoteosi della chioma di Berenice, sposa e cugina a Tolomeo III Evergete, in bei versi celebrata da Callimaco e da Catullo; egli è pure incordato con lode da Virgilio nella terza Egloga e da Properzio al principio del [p. 267 modifica]libro IV. Ma gli elogi che ne fa Archimede nella lettera dedicatoria premessa al libro delle Spirali sono di ben altro peso, e formano il suo più grande e più vero titolo di gloria. Egli lasciò un parapegma, del quale non restano che 16 episemasie.

Dositeo (270-200), che alcuni vogliono nativo di Pelusio nel basso Egitto, osservò gli astri e le meteore nell’isola di Coo. Fu grande amico di Conone or ora nominato, e di Archimede, il quale gli dedicò parecchie fra le sue opere più importanti di Geometria. Del suo parapegma restano più di 40 indicazioni. Dositeo è ricordato come uno di quelli, che nelle loro osservazioni dei fenomeni presero per base l’ottaeteride eudossiana.

Fra i parapegmatisti, che ordinarono le loro osservazioni secondo l’ottaeteride al modo di Eudosso, trovasi nominato Critone di Nasso, che fu anche istorino. Due soli dati del suo parapegma ci furono conservati da Plinio, ed è incerta l’epoca in cui visse. Cosi pure incerta è l’epoca di Parmenisconota, del cui parapegma abbiam pure due indicazioni, anche queste riferite da Plinio.

Nella serie dei parapegmatisti dobbiamo pure inscrivere il gran nome d’Ipparco da Nicea (180-110), i cui meriti come riformatore dell’Astronomia non hanno bisogno d’esser ricordati. Prima di stabilirsi in Rodi, dove pare abbia fatto tutti i suoi più importanti lavori astronomici, già nella sua nativa terra di Bitinia si era dato alle osservazioni dei fenomeni

1 [p. 268 modifica]stellari e delle vicende atmosferiche. Racconta Eliano, che in una giornata pura e serena egli comparve nel teatro di Nicea bene difeso dal suo mantello: di che si rise da principio, ma non più tardi, quando subitamente rannuvolatosi il cielo, cominciò a piover forte. E aggiungesi che un gran personaggio allora ospite dei Niceni si congratulasse con loro dell’aver essi fra i loro cittadini un filosofo di tanto sapere. Questa nuvelletta non ha forse maggior fondamento storico dell’altra simile che narrammo più sopra di Democrito, e di un’altra che dicesi di Anassagora nel teatro di Olimpia; ma attesta tuttavia la gran fama di cui godeva Ipparco anche come meteorologista. Del suo parapegma restano circa 50 episemasie. Anche Ipparco costituì un grande anno, quadruplicando il periodo callippico e detraendo ancora un giorno, in modo da avere 111035 giorni ripartiti in 304 anni solari e 3760 lune. Un tal ciclo non poteva essere di alcun uso nella meteorologia o nella pratica del calendario; la sua importanza era puramente astronomica2.

Quell’uomo straordinario che fu Giulio Cesare (102-44), in mezzo a tanta ambizione e a tanti affari, trovò il tempo d’occuparsi d’astronomia (de qua libros non indoctos reliquit, scrive Macrobio), e anche di meteorologia. Quando Lucano colla sua usata grandiloquenza gli fa dire agli Egiziani

Fama quidem generi Pharias me duxit ad urbes,
Sed tamen et vestri; media inter proelia semper
Stellarum, caelique plagis, superisque vacavi,
Nec meus Eudoxi vincetur fastibus annus

3.

non devia punto dalla verità dell’istoria. Dopo di aver ordinato, coll’aiuto dell’astronomo Sosigene e dello scriba Marco [p. 269 modifica]Flavio le cose del calendario romano secondo il tipo del lustro quadriennale d’Eudosso, e distribuite in esso le ricorrenze civili e religiose e le apparizioni stellari, volle altresì connettervi le episemasie, tratte dalle osservazioni da lui fatte in diversi luoghi, principalmente in Sicilia ed in Italia. Altre episemasie si crede vi abbia aggiunto Sosigene, le quali sembrano convenir meglio al parallelo di Alessandria, che a quello di Roma. In tutto se ne soli conservate circa 70.

Metrodoro è l’ultimo dei parapegmatisti originali di cui conosciamo il nome. Visse fra i tempi di Augusto e di Antonino, non si sa precisamente quando. Plinio, che cita tanti autori di questo genere, non lo conosce. Osservò in Sicilia ed in Italia, e del suo parapegma si sono conservate circa 35 indicazioni4.

A completare questa lista rimane che si faccia cenno di due parapegmi anonimi. L’uno è attribuito da Plinio ad osservatori Caldei; e ne cita dieci indicazioni. L’altro, che Tolomeo attribuisce agli Egiziani, è senza dubbio lavoro di astronomi non nominati della scuola d’Alessandria, e vale per il parallelo d’Alessandria. È giunto fino a noi in stato meno imperfetto degli altri, restandone 172 episemasie.


VIII. Calendari eclettici; Pseudo-Gemino, Tolomeo; Calendario rustico Romano; Claudio Etrusco, Varrone e Columella.


Il lettore meteorologista, al quale spero non sarò riuscita troppo lunga questa presentazione di tanti suoi valorosi colleghi degli antichi tempi, desidera ora senza dubbio di aver un saggio dei loro parapegmi, per potersi formare un’idea della forma e dello stile di quelle composizioni. Sventuratamente non un solo di quei parapegmi è sopravvissuto nella sua redazione e disposizione primitiva, nè in tutto, nè in parte; e non restano che alcuni calendari, i quali chiamerò eclettici, perchè sono stati formati scegliendo e combinando insieme, con criteri a noi ignoti, indicazioni di diversi parapegmi originali.

Il Parapegma Geminiano è così detto, perchè trovasi aggiunto in forma di appendice agli Elementi di Astronomia di

  1. Di Parmenisco trattasi in Higini Astronomica (per cura di B. Bunte, Lipsia, 1875). A p. 5 della prefazione si legge: Parmeniscus (citatur ab Hygino) II, 2; 13. fuit grammaticus qui Aratum interpretatus est eumdem librum, ex quo nonnulla affert Higynus II, 2 etiam Plinius H.N. 18, 74 designare videtur. Alle pp. 32-33 si legge:.... postea enim, de VII stellis, ut Parmeniscus ait, V et XX sunt a quibusdam astrologis coestitutae, ut ursae species, non VII stellarum perficeretur, itaque et ille, qui antea plaustrum sequens Bootes appellabatur, Arctophylax est dictus, et iisdem temporibus quibus Homerus fuit, haec Arctos est appellata, de VII trionibus ille enim ateil, hanc utroque nomine et Aratum et Plaustrum appellati; Bootem autem nusquam memiuit Arctophylaca nominari.
         Di Parmenisco tratta anche Alessandro Olivieri nel suo opuscolo: Nonnulla in Hygini «Astronomica» critice exposita (Rivista di Storia antica e Scienze affini. Messina, D’Amico, 1897, anno II, n. 3-4).
         De Parmenisco vide plura apud Maass, Aratea, pp. 141, 162, 214 (adn.) et 329. Grammaticus fuit et scriptor rerum astronomicarum non ignobilis. Floruit autem saeculo II° ante Chr. Post Eudemam historiam astronomia e primus tractavit.
  2. In questa parte bisogna intercalare notizie sui due parapegmi di Mileto scolpiti sul marmo, trovati in quelle rovine e che hanno la data del 112 avanti Cristo. Vi si fa uso dell’anno vago. Il loro autore è un |Epi?]crate. Vedi Parapegmenfragmente aus Milet, von H. Diels und A. Rehm. (Sitzungsherichte der k. Preussischen Akademie der Wissenschaften. Jahrgang 1904. Erster Halbband. Berlin 1904, pp. 92-111).
    Sull’uso che nei parapegmi di Mileto si fa dell’anno vago egiziano confronta la importante memoria Aegyptische Chronologie, von Eduard Meyer. (Abhandlungen der k. Preussischen Akademie der Wissenschaften. Aus dem Jahre 1904. Berlin 1904, p. 3 nota 1).
  3. Pharsalia X, v. 184. Qui per superis bisogna intendere alle cose sublimi, non agli Iddii, come vedo alcuno aver tatto. L’espressione corrisponde perfettamente al meteora dei Greci.
  4. Su Metrodoro confronta: Pauly, Real-Encyclopädie der classischen Alterthuimswissenschaft e La Grande Encyclopédie.