Scritti vari (Ardigò)/Discorsi/Discorso di commemorazione

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Discorso di commemorazione ../Giuseppe Garibaldi ../Per il 70° anniversario IncludiIntestazione 26 aprile 2011 100% Filosofia

Discorsi - Giuseppe Garibaldi Discorsi - Per il 70° anniversario
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II.
DISCORSO DI COMMEMORAZIONE1


La fede nel bene: ecco il conforto supremo della vita nel turbine fortunoso degli eventi; ecco la virtù, onde è dato all’uomo di operare i miracoli della sua potenza.

La fede nel bene; ecco il segreto al quale dobbiamo il più grande fatto della storia degli ultimi tempi; il fatto cioè della nostra indipendenza ed unità nazionale; e che, raccolti qui oggi per celebrare la memoria di Garibaldi nell’anniversario della sua morte, ai generosi, le cui ossa son custodite in questa tomba monumentale, possiamo dire con mesta esultanza: Rallegratevi; non è più qui lo straniero, gli italiani sono un popolo solo dalle alpi al mare.


Chi l’avrebbe mai detto?

Fremo e piango e mi esalto in un sentimento di pietà sublime nel ricordarlo!

In questa piazza, davanti a quelle arcate a punta, una lunga e solida cancellata di ferro chiudeva uno spazio, dietro il quale guardavano fuori con minaccia due cannoni. E, dietro ai cannoni, file raddoppiate di soldati, allato ad una bandiera giallo-nera, alzavano, battendo insieme colle mani le armi con un colpo duro e secco, le punte lucenti ed affilate delle bajonette alla voce del [p. 182 modifica]comando tedesco, mentre una schiera ben fatta di altri soldati usciva dall’arco, onde si viene dal castello. E dietro a loro dei prigionieri, tratti dalle sue carceri, affranti dalle sevizie e dalle torture soffertevi. E dietro altri soldati ancora. E così erano i prigionieri condotti a fermarsi davanti alla cancellata in faccia ai cannoni, e quivi chiusi intorno dalla scorta che li guardava coi fucili carichi alle spalle. Rullavano i tamburi; poi, fatto silenzio, un uomo là dentro spiegava un foglio e vi leggeva una sentenza, che diceva ai prigionieri ascoltanti senza tremare: «Voi siete rei di avere amato la vostra patria, e perciò morrete del supplizio dei malfattori più vili». Rullavano allora di nuovo i tamburi, e si udiva un altro comando; e la scorta movendo a destra, traeva seco i condannati per le vie della città a Santa Teresa, perchè vi soffrissero ancora l’agonia della morte, che diede poi loro il capestro sulla spianata di Belfiore.

Chi l’avrebbe mai detto?

Sparita è la cancellata di aspetto sinistro. Via i cannoni, via le baionette straniere, via il drappo abborrito del giallo e del nero. Libero è il luogo, e sacro alla memoria gloriosa di quei martiri della indipendenza; lo domina questo monumento, che è ornato della loro cara effigie e porta sul suo vertice il genio della libertà della quale fu seme il sangue di essi. Un popolo di risorti vi formicola oggi intorno e s’accalca e inneggia alla sua nuova giovinezza promettitrice di un grande avvenire.

La fede nel bene ha dato ad un popolo la forza di rompere i ceppi della sua schiavitù: la fede nel bene gli darà quella di emulare il passato antico di sè stesso e il presente degli altri.

Per la fede nel bene abbiamo rotto i ceppi della schiavitù. E questa nostra vittoria è l’esito finale di una meravigliosa Epopea, i fatti della quale si rannodano moralmente interno alla figura leggendaria del generale [p. 183 modifica]Garibaldi, nel cui volto ha sfolgorato più vivo che altrove il genio dell’Italia risorta.

Già nel ’48 il nostro eroe apparisce, ajuto improvviso, nella prima nostra insurrezione e batte alla Beccaccia gli austriaci, che tornavano vincitori dal quadrilatero che li aveva salvati; e s’invola che non possono prenderlo. Come un fulmine che cade inaspettato, e colpisce e schianta, e nessuno più lo vede.

D’onde veniva?

Dal mare. Figlio di marinajo, marinajo anch’esso, era vissuto fino allora correndo il mediterraneo, il mar nero, l’atlantico, le acque dell’America del Sud; dove aveva esulato proscritto per amore del proprio paese.

Garibaldi veniva dal mare, che fu la sua scuola; come fu sempre la scuola dei forti e dei liberi.

Qui entro terra tutto è impedimento e prigionia. Il colono lavora confinato tra i fossi che corrono intorno ed un campo. L’operajo si chiude l’intera giornata nello spazio angusto di una officina, e vede il sole per poco, solamente se questo, passando, schizza alcuni raggi per la finestra. Tutti più o meno oscilliamo avanti e indietro, come il pendolo di un orologio, nell’ambito ristretto della nostra abitazione, o delle poche vie della nostra borgata. Le poche volte che volessimo andare un po’ lontano, ecco che guardie alle porte della città, ai confini dello Stato.

Andare attorno? Ma, uscito un poco, leggo subito da una parte: Di qui non si passa; e dall’altra: Proibito di toccare.

Fermiamoci dunque. Ma no; perchè, se vai per la strada, lecito è il passaggio, impedito il fermarsi. E se vuoi, stanco, posare nel tuo letto, — via subito di qua — grida il padrone cui non pagasti l’affitto.

Libero di andare e di stare a suo piacimento, e signore della natura è l’uomo solo sul mare. Esso è di tutti; esso non ha confini. Vi è libero il sole, vi è libero il vento, vi è libero alla vista l’ampio orizzonte, vi è libera la vita. [p. 184 modifica]Il mare è scuola di libertà; ma solo per gli arditi che non lo temono, e vi trovano così l’occasione di educarsi al coraggio e al disprezzo della vita, onde affrontano il terrore delle sue profondità, e vincono la possa delle sue onde, reggendo con maestria le vele e il timone di un fragile legno.

Come Garibaldi.

Una volta sulla Scoropilla, risalendo il fiume non lungi da Montevideo, le armi accatastate nella stiva presso la bussola ne volsero l’ago, sicchè, deviato il corso, si trovò, in tempo di burrasca, proprio in mezzo agli scogli. Il legno flagellato dai marosi, la vela in brani, lesto come un uccello, egli, dalla verga di trinchetto, diresse il timoniere. Sembrava ai marinai spaventati che fino il bastimento obbedisse alla sua voce, tanto presto gli venne fatto di trarlo da quelle punte che pareva ogni momento dovessero infrangerlo.

Garibaldi fu il figlio del mare. Da esso ci venne, e vi tornò, sostando i drammi delle battaglie della libertà; e, finito il compito del condottiere, fermò il suo volo e morì sopra uno scoglio in mezzo ai flutti procellosi.

E così devono gli italiani, come egli ci ha insegnato, volgere lo sguardo al mare.

L’Italia vi si distende tutta quanta e vi si accampa colle sue isole; e gli abitanti intorno intorno furono sempre marinai de’ più esperti ed arditi; i primi a lanciarsi per un mare sconosciuto e pauroso fino ai lidi del continente dell’altro emisfero. Le spiagge d’Italia guardano in giro le terre delle più antiche civiltà, che una volta si accentrarono sotto lo scettro di Roma, e furono poi tributarie dei commerci mondiali delle nostre potenti repubbliche del medio evo. Pel mare che lo circonda l’Italia può andare da ogni parte; ma da ogni parte possono venire i nemici ad assalirla. Forte in mare, a tutti si può imporre; debole, da tutti ha da temere. [p. 185 modifica]Dal mare accorse Garibaldi dovunque fosse da combattere per la libertà. Combattè giovane in America per le repubbliche della Plata, combattè vecchio in Europa per la repubblica francese.

Nei giorni delle campagne d’America incontra la sua Anita, che lo sposa e lo segue nella guerra. In un combattimento si trova separata da lui. Garibaldi e i suoi stettero quattro giorni cibandosi di radici; ed ella, caduta prigioniera, lo cercò, credendolo morto, fra i cadaveri. Non avendolo trovato, meditò la fuga con l’ajuto di una donna. E raccolto il mantello che Garibaldi aveva lasciato per essere più libero nel combattere, si gettò nell’immensa foresta che copre la cima del’Espinasso, abitata solamente da bestie feroci, e da rettili velenosi: la attraversò cavalcando uno stallone non domato, e giunse al passaggio del Canavas, ove i quattro soldati di guardia fuggirono spaventati alla inaspettata visione; passò a nuoto il torrente gonfio per le pioggie attaccandosi alla criniera del cavallo. E solo dopo otto giorni, durante i quali s’era cibata di soli chicchi di caffè immaturi, raggiunse il marito.

Al Salto i nemici erano tre volte superiori. Fuggirono subito i soldati non italiani, lasciando Garibaldi co’ suoi soli, che pugnarono come i paladini dell’Ariosto: anche i non morti si trovarono crivellati dalle palle, tagliati dalle spade. Un certo Rosso, trombetta di 15 anni, ferito, getta la tromba, afferra il coltello, lo immerge nel petto del feritore e l’uno e l’altro lottano così ferocemente che ambedue cadono morti. Dopo la mischia il giovinetto, il cui colpo era orrendamente squarciato, fu visto coi denti ancora confitti nella coscia del nemico.

Si batte il nemico e lo si insegue, soffrendo una sete atroce. Si finisce di disperderlo: e «ora andiamo a bere, o ragazzi» esclama Garibaldi.

Nel gennajo del 71 Garibaldi coi volontari italiani è a Dijon contro i Prussiani. E non vi tocco se non dell’ultimo fatto della gloriosa campagna. La quarta brigata [p. 186 modifica]ha l’ordine di dirigersi sulla via di Langres. Appena fuori della città il cannone annunziava l’imminenza del nemico. Esso aveva fatto impeto sugli avamposti, e si era spinto sul Chateau de Poully occupato dai mobili e dai mobilizzati. Muovendo da una grande fabbrica della Borgis sulla sinistra della strada, quattro compagnie della quarta brigata si accingono a forare le muraglie. I mobilizzati in prima linea cedono al vigoroso assalto dei Prussiani, i quali, con una colonna di rinforzo di dietro, si spiegano in cacciatori. Altre schiere di loro si avanzano protetti dalla ferrovia, e irrompono irresistibilmente.

Ai cannoni prussiani rispondono i pezzi di Fontaine. Garibaldi si mostra fra le palle e dalla strada dirige la lotta. I Prussiani sono in numero grande; le loro colonne d’attacco procedono formidabilmente. Alcune compagnie piegate a destra e a sinistra saettano incessanti, e le quatto compagnie dal di dietro di Borgis mantengono ben nutrito il fuoco. Veggono bensì cader tedeschi ad ogni passo, ma sentonsi pur esse decimate. Il nemico intanto avviluppa e stringe la fabbrica.

«Purchè non prendano un solo prigioniero vivo» esclama Ricciotti con accento risoluto, «il resto non importa».

Lo rassicura l’aspetto de’ suoi, ma prevede certo il morire, certissima la sconfitta. Il combattimento è già divenuto mischia di uomo con uomo. Ma si vede in quel disperato minuto venire volando dalla sinistra colla spada sguainata Canzio alla testa degli avanzi della sua quinta brigata, e i nostri moltiplicano gli sforzi e il coraggio. Canzio carica i nemici con islancio tremendo, alla bajonetta, senza contarli: la lotta si muta in una infinità di duelli, la fabbrica di Borgis è liberata, i mobilizzati riaccesi dall’esempio preclaro corrono avanti animosi, e finalmente l’eroica virtù del nemico vacilla; sicchè incalzato con vigore ancora più furioso dagli italiani e dai franchi tiratori cede terreno fra cumuli di caduti; squilla la tromba della ritirata e dà indietro combattendo e combattuto e inseguito fino a Nogent. Ma la bandiera del 61° rimase sul campo. [p. 187 modifica]Un franco tiratore la rileva, e Ricciotti la porge a suo padre, ed essa sventola sulla carrozza di Garibaldi fra il sibilo delle palle fino a giornata finita.

Cento e cento bandiere portarono i Prussiani in Francia e le piantarono sui campi e sui baluardi conquistativi in segno di vittoria. Una sola ne perdettero, e questa fu il trofeo di una vittoria di Garibaldi sopra di loro, che potè scrivere in un ordine del giorno ai prodi dell’Esercito dei Vosgi: «Or bene! Voi gli avete veduti ancora una volta questi terribili soldati di Guglielmo fuggire alla vostra presenza, o giovani figli della libertà. In due giorni di accaniti combattimenti voi avete scritto una pagina gloriosa negli annali della repubblica; e gli oppressi della grande famiglia umana saluteranno ancora una volta i nobili campioni del diritto e della giustizia».

Il diritto e la giustizia per tutti. Ma innanzi ad ogni altro, per la patria.

La patria! Ecco l’amore più strapotente della grande anima di Garibaldi.

Congiurato della Giovane Italia e condannato nel febbrajo del 34 alla fucilazione, e perciò esule prima in Francia, e dopo due anni in America, nel 48 alla voce che gli Italiani insorgevano salpò da Montevideo con 85 de’ suoi, e sbarcò a Nizza il 24 giugno.

È incominciato il gran dramma della lotta per l’indipendenza dell’Italia. Il suo Eroe leggendario è comparso sulla gran scena. In tutte le fasi della guerra santa balena il raggio della sua faccia, guizza il lampo della sua spada. Nella Campagna del 48 alla Beccaccia; in quella del 59 a Casale, a Sesto Calende, a Varese, a S. Fermo, a Rezzato; nel 60 a Marsala, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Napoli, sul Volturno; nel 66 nel Tirolo.

Toccheremo solo della grande impresa del 60.

Il 9 maggio, dalla spiaggia di Quarto parecchie centinaia di giovani si imbarcarono in silenzio e di notte per ignoto destino su due bastimenti: il Piemonte, comandato [p. 188 modifica]da Garibaldi, il Lombardo comandato da Nino Bixio. Si fermano prima a Talamone; poi, all’alba del 10, i due vapori lasciano le acque toscane; e Garibaldi, che sempre ritto sul ponte, regola il pilota, cambia la direzione dal sud-est; e, all’alba dall’undici, appariscono i lidi della Sicilia. Si volge la prora al porto di Marsala, dove poi Garibaldi, stando sul cassero, dirige lo sbarco.

Con rapida marcia, il giorno dopo, per sentieri difficili e ripidi, Garibaldi condusse gli sbarcati a Salemi. A Calatafimi incontra con questi suoi 1200, cinquemila borbonici. Li attacca e si avanza sul colle. Nel momento più critico grida ai dubbiosi: «Qui si fa l’Italia una, o si muore». Poi, «Avanti»: e si slancia egli pel primo nel mezzo del nemico, che è sbaragliato e messo in fuga. Da Calatafimi ad Alcamo a Partinico i garibaldini inseguirono, senza coglierli, i fuggiaschi. La sera del 17, i mille vedono Palermo, che si specchia nel mare assisa nella sua Conca d’oro, custodita dentro e d’intorno da 24 mila borbonici.

Colle sue mosse mirabilmente abili Garibaldi inganna e svia le colonne nemiche. Al convento di Gibilrossa, durante la notte, risolve di assalire Palermo, dicendo: «O domani a Palermo, o morti». Alle tre antimeridiane del 27 si arriva al ponte dell’Ammiraglio. Si impegna la battaglia; dal golfo vicino grandina la mitraglia; le artiglierie difendono la barricata davanti la porta. Gli assalitori sono obbligati due volte a retrocedere; e il loro fianco sinistro è esposto alle offese da Porta Nuova. Ma al terzo assalto la barricata è espugnata. Alle 6 Garibaldi è in Palermo. Ne vola la notizia per tutta Italia; ed altri volontari ed altri ancora accorrono da ogni parte in Sicilia. Medici ne conduce 4000, e Garibaldi lo manda a Milazzo.

Quivi Medici è attaccato fortemente da Bosco. Corre Garibaldi in suo ajuto e discende con 1000 uomini il 19 giugno a Patti. Raggiunge Medici a Limeri. Si combatte contro posizioni dominanti da un luogo basso in mezzo a canneti e siepi di fichi d’India. Uno squadrone [p. 189 modifica]di nemici investe i pochi uomini che stavano vicino a Garibaldi. Il capitano gli si getta contro colla sciabola, ma egli tagliò a lui la gola. Ricostituisce la sua sinistra sgominata e ricaccia il nemico in Milazzo e lo costringe a capitolare.

Dalla Sicilia si scende, passato lo stretto, sulle coste della Calabria. Si investe Reggio e lo si prende. Insorge il continente e si demoralizza l’esercito borbonico: dall'8 agosto al 27 quarantamila soldati ne sono scomparsi come per incantesimo. E Garibaldi entra in Napoli il 7 settembre, in carrozza, sotto il cannone di Sant’Elmo, e in mezzo a l4 mila soldati di guarnigione, precedendovi con soli dieci seguaci i suoi volontari.

Restavano ancora Capua e Gaeta guardata dal Borbone con 70.000 soldati. Per ciò Garibaldi raccoglie i suoi sulla riva del Volturno. Il generale Türr impaziente si getta imprudentemente con un solo battaglione per prendere Cajazzo sulla destra del fiume ma è attaccato da 5 mila borbonici usciti da Capua, e più della metà dei garibaldini cadono o morti o feriti o prigionieri o annegati nel fiume. E il 30 settembre comincia l’esercito borbonico a muovere intero contro Garibaldi, passando il Volturno.

Il corpo di Garibaldi formava un arco da S. Maria a Maddaloni, con 18.000 combattenti contro 40.000 del nemico. S’impegna la battaglia e si fa terribile la strage. Il vecchio Milbitz, anche ferito, tien fermo a S. Maria. A S. Angelo Garibaldi è investito da un nugolo di nemici, che gli uccidono il cocchiere a bruciapelo. In un lampo salta giù dalla carrozza, corre lungo uno dei larghi fossi che tagliano la pianura di Capua, spunta fuori al di là, raduna intorno a sè un manipolo di bravi (la settima compagnia della brigata Spangaro) li conduce tre volte alla bajonetta, e caricando ferocemente, ricaccia i malcapitati dalla strada, espugna tre casini, di cui s’erano impossessati; poi corre velocemente avanti, e trova, alle prese coi 10.000 di Rivera, Medici e Avezzana, senza munizioni ormai, ridotti alla sola risorsa della punta delle bajonette. [p. 190 modifica]Verso mezzodì Garibaldi vide che, coll’ajuto di due pezzi d’artiglieria ben collocati e a forza di ripetute cariche, qualche leggero miglioramento nella posizione di Medici erasi ottenuto; e, sapendo che la giornata doveva essere decisiva, discese il fianco opposto della montagna, lasciando sempre credere a quei di Medici, che non se ne dipartiva: e per fossi e viottoli, e sempre a piedi, senza aver preso nè un tozzo di pane nè un sorso d’acqua in tutto il giorno, arriva sulla strada che gira S. Prisco e, passando pel villaggio, muto come se disertato dalla peste, comparve a S. Maria per avere notizie di Bixio. Sopra la strada beve dell’acqua da un secchio e mangia alcuni fichi.

Il nemico avviluppa e carica da tutte le parti. I garibaldini fanno prodigi di valore. In ultimo si rovesciano disperatamente sui regi alla baionetta; e questi sostano, poi danno indietro, in ultimo fuggono in rotta, e Garibaldi scrive sopra un tamburo colla matita alle sei: «Vittoria su tutta la linea!»

Il 25 ottobre passa il Volturno ad incontrare l’esercito settentrionale vincitore di Castelfidardo che veniva da Venafro, con alla testa Vittorio Emanuele, la cui comparsa fu annunciata dalla marcia reale. Garibaldi si avanzò, levatosi il cappello, incontro a lui; e, stesagli la mano e salutatolo, alzò la voce, girando gli occhi, come chi parla alle turbe, gridando: Ecco il Re d’Italia!

E ben a ragione. Per l’Italia egli aveva conquistato la Sicilia e Napoli; mettendoli egli in questo momento nelle mani del Re, poteva ben dire: L’Italia è fatta.

Ma la parte della storia della rivoluzione italiana, nella quale la persona epica di Garibaldi si illumina della idealità più sublime, è quella che riguarda la rivendicazione di Roma dal dominio Papale, causa secolare ed infausta di ogni nostro danno, di ogni nostra ignominia.

Noi siamo a Roma per tre disfatte di Garibaldi più gloriose di qualunque vittoria. Quella del 49, quella di [p. 191 modifica]Aspromonte, quella di Mentana. Due parole della prima e dell’ultima,

I francesi venuti per rimettere in trono il papa, erano sbarcati a Civitavecchia e s’avvicinavano a Roma. Arrivatovi Garibaldi il 29 aprile, li aspetta il 30 sul Gianicolo: e si slancia ad assalirli in campo aperto alla testa di ragazzi imberbi, che combattono come gli antichi romani. I francesi sono battuti e sgominati da quelli che essi avevano insultato col dire «Gli italiani non si battono», lasciando 800 morti sul campo, 530 feriti, 360 prigionieri.

Intanto anche i borbonici, in numero di 20.000, accorrevano infesti. A Velletri, il 19 maggio, Garibaldi li affronta, li vince e li caccia indietro. Poi torna a Roma contro la quale si volgono di nuovo rinforzati i francesi, assalendo il 3 giugno con fedifraga sorpresa. Si rinnova tremenda la lotta. Al Vascello, al Casino del quattro venti, a Villa Corsini, a Villa Spada, gli italiani di Garibaldi combattono e muojono come gli eroi dell’Iliade.

Nulla di più grande nella storia di qualunque tempo. I veri giganti non si devono cercare nelle mitologie, ma nei Garibaldini del Gianicolo del 49.

Concittadini, voi lo sapete: fra quei garibaldini erano anche, nerbo principale dei combattimenti, i nostri della legione mantovana. Non uomini favolosi di secoli indietro o di lontani siti oltre i monti ed oltre i mari, ma dello stesso nostro sangue di oggi, che vedemmo un tempo qui imberbi noi stessi e incontriamo ora, i sopravvissuti, per le nostre vie storpiati e incanutiti. Noi siamo tanto superbi di loro, ed essi sono tanto modesti di se stessi!

L’assedio posto a Roma dai francesi ha il suo esito fatale il 2 luglio: e Garibaldi sulla piazza del Vaticano arringa così le milizie: «Vi offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte; chi ama la patria mi segua». [p. 192 modifica]E tremila lo seguiremo risoluti fuori di porta S. Giovanni. E, senza sapere, senza domandare dove s’andasse, marciano silenziosi sulla via tiburtina.

Forti infelici! Voi siete un pugno di uomini, e contro di voi si sono levate cinque potenze: Francia, Napoli, Spagna, Toscana, Austria.

Triste marcia; che, sebbene guidata con ammirabile sapienza militare, si chiude il 31 luglio, al confine della repubblica di S. Marino.

Garibaldi aveva venduto l’orologio per supplire ai bisogni propri e dell’Anita, che volle essergli compagna anche in quell’aspro cimento. Invano l’accerchiano, credendolo preso senza scampo, le file raddoppiate degli Austriaci. Inseguito tra le salse paludi sopra Ravenna, colla moglie incinta e côlta da febbre perniciosa, senza neanche una goccia d’acqua per calmarne la sete divorante, deve portarla sulle sue braccia, deporta nella capanna dì un pastore sull’orlo di un bosco, poi tragittarla con una barca ad una casa sulla laguna di Comacchio, dove l’adagia sul letto del fattore. Povera Anita, era già morta!

Garibaldi si prosta davanti a quel cadavere e un pianto disperato gli inonda il fiero viso. Scava una fossa nell’orto e vi seppellisce la cara immolata alla patria; e via subito, chè i croati e i gendarmi gli arrivano sopra. E via e via. E torna al mare.

Torna al mare, per ricomparirne poi più terribile, come la tempesta che sorge tuonando dagli ignoti suoi orizzonti.

Ne 67 i francesi erano ancora in Roma col papa. Si leva il grido: «Roma o morte! ». Garibaldi la notte dal 16 al 17 settembre a Caprera porta da solo un canotto frusto e fuori d’uso in mare, vi si carica dentro per non essere veduto, lo manovra con una spatola, e scivola invisibile in mezzo ai legni che lo guardavano che non passasse.

Poi veleggia alla costa toscana e approda a Vado. [p. 193 modifica]Da Passo Corese scaglia i suoi, piovuti a seguirlo, sopra Monterotondo e lo prende il 26 in tredici ore. Il 3 novembre a Mentana è di fronte al grosso delle truppe papali. Le affronta, le incalza, le batte in fuga. Ma sopraggiunti i soldati dei chassepots, troppo ineguali sono le forze, ed è inutile che Garibaldi carichi ancora il nemico alla testa di un rimasuglio di volontarj, gridando: «Venite a morire con me!». La giornata era perduta.

Ma la sconfitta di Mentana fruttò la presa di Roma nel 1870.

Roma o morte, aveva gridato Garibaldi, Roma o morte, ripeterono gli italiani per ogni città, per ogni borgo, per ogni casa, per ogni dove. Venne il momento e l’esercito italiano deve volgere a Roma le sue bandiere, accerchiarla, sfondarne il muro a Porta Pia, ed entrarvi dalla breccia delle cannonate il 20 settembre; e Vittorio Emanuele proclamarvi in nome dell’Italia: «Ci siamo e ci resteremo».

Signori! Nel luogo della breccia, sul muro ricostruito, si legge una iscrizione. Essendo a Roma, andai a vederla; e la sua vista mi commosse assai più che quella del monumento antico di Piazza Colonna, che ricorda che gli Italiani erano padroni e vincevano in tutte le parti del mondo.

Quella iscrizione dice, che di là entrarono, a prendere possesso della loro capitale e ad abbattervi per sempre il fatale dominio del papa, soldati di ogni regione d’Italia. Ciò leggendo mi tremarono per la commozione le ginocchia sotto, mi si fece ansante il petto e grosso e difficile il respiro, e grosse lagrime mi sgorgarono dagli occhi; e, nella esaltazione dell’entusiasmo, mi pareva di vedere la breccia aperta nel momento che vi salivano questi figli di ogni angolo d’Italia; e, in mezzo, sulla cima, anche un mantovano col sacco in ispalla, col fucile nella destra, la faccia coperta di polvere e sudore, e gli occhi lampeggianti di fiera gioia. E di sentirlo che gridasse nel mio energico dialetto, con una frase potente, [p. 194 modifica]che suona ignobile e sconcia sotto le baracche della piazza delle erbe, e là mi echeggiava come la parola sublime dell’angelo della vendetta.

La fede nel bene. Ecco, come vedemmo, il segreto pel quale il pensiero e il desiderio della indipendenza e della unità d’Italia, nati secoli indietro, cresciuti lentamente prima e poi sempre più forti dopo il principio di questo secolo, e fattisi maturi quarant’anni fa, scoppiarono da ultimo con potenza irresistibile e si esternarono nel dramma maraviglioso dell’epopea di Garibaldi.

Ecco il segreto pel quale riuscimmo così a vendicare il supplizio infame dei nostri martiri, a scuotere il giogo dello straniero, a riabilitare il nome dell’Italia, a inaugurare il suo terzo risorgimento, sicchè sia di nuovo regina nell’evo moderno come lo fu una volta nell’evo antico, e un’altra ancora nell’evo di mezzo.

La fede nel bene. Ecco il segreto onde dipende la grandezza dell’avvenire, alla quale aspiriamo.

La fede paziente del bene, il quale si consegue colla perseveranza della saggia operosità. Vince il paziente operoso. L’impaziente si stanca, si dispera, si avvilisce e soccombe. La grandezza di una nazione è conquista lenta di anni e di secoli, non produzione miracolosa, istantanea, come il giardino incantato della maga delle fole fa sorgere col tocco della sua verga magica. Il moto immenso, onde una nazione si rifà in tutte le sue parti, in tutte le parti delle parti, è come quello del cielo, nel quale infinita è la possanza che lo spinge nel giro sterminato del suo tutto e pure impercettibile all’occhio è l’avanzamento delle stelle e dei pianeti nel corso segnato a ciascuno.

Lento il progresso nostro dalla nostra entrata in Roma; ma il progresso c’è. Nella nostra impazienza siamo ognora ingiusti contro noi stessi, come se non fossimo buoni a nulla. E ci pungono amaramente le beffe che ci piovono frequenti e brutali d’oltre alpi e d’oltre mare, che ci [p. 195 modifica]qualificano siccome canaglia degenerata. Ma via, siamo dei forti pazienti. Pure gli stranieri di tratto in tratto sono sopraffatti dalla verità, ed escono, quando meno s’aspetta, in espressioni di maraviglia ai segni del poderoso lavorio latente, onde si rifà nelle viscere della nazione italiana la sua vita amministrativa, economica, morale, militare, politica. E gli anni, succedendosi, sbugiardano sempre più le profezie sinistre dei nostri nemici.

Il regionalismo non ha disfatto l’opera della unità, come si diceva che dovesse succedere. I commerci e le industrie fanno passi che danno nell’occhio alle potenze che ne ebbero fin qui il monopolio. E ciò malgrado i sacrifici fino all’osso ai quali dovemmo sobbarcarci. Non siamo dei falliti, come ci si gettava in faccia deridendoci: abbiamo fatto onore alla nostra firma, e riuscimmo perfino all’abolizione del corso forzoso, rimasto cancrena insanabile in paesi di secolare stabilità. Tutto si va rinnovando. Creata di pianta la rete, ormai imponente, delle nostre ferrovie, forate in più parti le Alpi, portento di questo secolo, miracolo dell’Italia rediviva. Un esercito, che può gareggiare con quelli delle grandi potenze; una marina, che, al suo nascere, vien fuori con ardimenti che fanno stupire e impensieriscono le vecchie marine di primo ordine.

E l’istruzione? È ancora un desiderio. Ma verrà anch’essa. Se tarda, è perchè è l’opera più difficile e più colossale: e quella alla quale si dovrà la trasformazione addirittura del nostro paese, non uscito veramente di minorità fino a quando rimarranno nelle coscienze le traccie della superstizione, che toglie all’uomo ogni vigoria di carattere, ogni nobiltà di aspirazione.

Anche è tuttavia da farsi intera l’opera della redenzione delle classi diseredate dalle sofferenze, che le affliggono dolorosissimamente, e le deprimono in una viltà ingiusta, più che ogni ingiustizia. Ma è ormai volere di tutti, più o meno, che si portino rimedi radicali a questo male, che turba nelle stesse sue basi la nostra [p. 196 modifica]vita sociale. È ormai volere di tutti: e questo volere si va facendo più forte ogni giorno e finirà a vincere gli ostacoli immani che ha ancora contro di sè.

Fede dunque nel bene, e l’avvenire è nostro.

E ad un grande avvenire ci inspiri e conforti la memoria di Garibaldi. Ci inspiri e ci conforti questa memoria nelle lotte della pace, nelle lotte della guerra.

C’inspiri e conforti nelle lotte della pace. La vita è un combattimento. Non ci scoraggi di vedere sorgere i diversi partiti e contrastare acerbamente fra loro. Molte volte ci parve di essere prossimi all’anarchia, quando invece alla occorrenza vedemmo le gare assopirsi, sacrificarsi i risentimenti sull’altare della patria e armonizzare i cuori in un solo volere, in quello del suo bene; come ha fatto Garibaldi, che non esitò mai, ne’ cimenti più gravi, a stendere la mano a tutti. E, come quella di Garibaldi, la nostra vita sia vita di libertà, non ciarliera, ma operosa; non la vita dell’egoismo, del godimento spensierato e snervatore, ma la vita del sacrificio per gli altri e del lavoro incessante, dal quale solo si può attingere la vera grandezza di carattere e la nobiltà e la potenza di uomo.

Ci inspiri finalmente Garibaldi e ci conforti nelle lotte della guerra.

Non illudiamoci. Abominevole brutalità è la guerra. Ma quante volte ancora la salvezza della patria non esigerà che sorgiamo armati a difenderla in battaglioni serrati! E correremo allora tutti all’appello, come corsero i bravi del Gianicolo, i mille di Marsala; e saremo prodi al pari di loro, perchè ricorderemo il supplizio di questi nostri martiri e vedremo davanti a noi la figura divinizzata di Garibaldi.

Bello e di aspetto inspirato, la chioma dorata cadente sugli omeri, la parte inferiore della faccia abbronzata coperta di barba folta e rossiccia, in testa il cappello alla calabrese con lunga penna nera di struzzo, la camicia rossa sotto il mantello bianco americano. E via davanti [p. 197 modifica]a cavallo, da parere una cosa sola cavallo e cavaliere, e la spada in pugno protesa la punta verso il nemico e gridarci: avanti, o ragazzi!; o liberi o morire.

Vedremo questa figura divinizzata, e correremo elettrizzati addosso agli assalitori colle bajonette spianate: tutti d’un cuore. Non ricorderemo più in quel momento nè la sinistra nè la destra, nè i progressisti nè i moderati, nè i rossi nè i bianchi. Solo una cosa ricorderemo: ricorderemo di essere italiani.

Note

  1. Discorso letto il 2 giugno 1883 in Piazza Sordello dal Monumento dei Martiri di Belfiore. - Da un numero unico intitolato: Garibaldi.