Scritti vari (Ardigò)/Polemiche/La confessione/II

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Filosofia

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Sulla storia della confessione esposta nel n. 181 della Favilla dal sig. Eugenio Pettoello.
Polemiche - I Polemiche - III
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II.
Sulla storia della confessione esposta nel n. 181 della Favilla dal sig. Eugenio Pettoello.


Osservazioni del prete professore R. Ardigò. (Mantova, giovedì 18 e domenica 21 luglio 1867).


Il signor Eugenio Pettoello scrive sulla Favilla degli articoli teologico-storici. La gente li piglia sul serio, perchè vi si fa un grande sfoggio di prove, e vi si sfidano, con una intrepidezza veramente stupenda, tutti quanti i teologi romani, che vi sono qualificati, dal primo fino all’ultimo, siccome impostori e senza logica.

Perchè abbiano modo di disilludersi quelli tra i sorpresi che sono in buona fede, mi sono tolto la briga di fare l’analisi di uno di questi articoli. Di quello, inserito nel n. 181 del 23 giugno p. p. sulla Confessione. Ritengo [p. 20 modifica]che ne apparirà abbastanza il valore di teologo e di storico dell’articolista, e quindi la stima da farsi delle sue elucubrazioni domenicali.

Riporterò intero, nessuna parola eccettuata, il detto articolo della confessione: meno l’ultimo capoverso, che va sopra un altro argomento e che ho dovuto lasciar fuori per non andare troppo in lungo. Il mio discorso si tiene rigorosamente a quello soltanto che è richiesto dalla presente polemica. Se a qualcheduno, leggendo, nascesse il desiderio di maggiori lumi sulla materia, non posso dirgli se non che vada in cerca dei libri che ne trattano, e ne troverà una biblioteca.

L’articolo incomincia con queste parole:

«Oggi, o lettori, non vi condurremo nella cloaca del vaticano, nè sulla tavola anatomica per mostrarvi il famoso cadavere della domenica scorsa. Ma invece tratteremo sopra il dogma che si chiama confessione, ma che in sostanza non è che uno istrumento della religione non di Cristo ma dei papi. Se non sfidati non entreremo in questioni teologiche - e questo è il preambolo, che lasciamo stare per non perderci negli accessori: poi segue l’assunto, ossia il compendio di tutto l’articolo: — ci restringeremo solo al lato storico per mostrare che la confessione — vuol dire l’auricolare — non fu istituita dal Nazareno, ma bensì fu ordinata da papa Innocenzo III nel 1215, poscia proclamata sacramento da papa Eugenio IV nel 1439; e finalmente fatta dogma di fede dal concilio di Trento.»

La confessione è stata ordinata da Innocenzo III nel 1215? Ma se voi, più avanti in questo medesimo articolo, scrivete che è stata ordinata nell’anno 813 (quattro secoli prima) nei concilii di Châlons e di Tours?

La confessione è stata ordinata da Innocenzo III nel 1215? Ma come è dunque, che gli orientali divisi da Roma, alcuni fino da otto secoli prima del 1215, tutti almeno da cento e più anni, e quindi avversi a tutto ciò, [p. 21 modifica]che fosse ordinato allora dal papa, hanno sempre praticato la confessione? Certo perchè la praticavano fino dai tempi antichi; da quei tempi almeno, che precedettero la loro separazione dalla chiesa occidentale. Non mai perchè l’ordinasse un papa. L’ordine di un papa per loro poteva piuttosto produrre l’effetto contrario. Questi orientali, come dissi, furono sempre tenacissimi della osservanza della confessione, come lo mostrano evidentissimamente i concilî, i teologi, le eucologie, i libri penitenziali dei Greci scismatici, dei Maroniti, dei Nestoriani, dei Ruteni, dei Cofti Eutichiani e dei Giacobini1. Inoltre come si spiega allora il fatto, attestato tra gli altri dal Lingard, sopra documenti irrefragabili, nella sua opera The antiquities of the Anglo-Saxon church,2 che quelli che furono mandati a convertire l’Inghilterra da S. Gregorio Magno nell’anno 495 (seicento e più anni prima di Innocenzo III), tra le altre cose, vi introdussero il precetto della confessione sacramentale?

La confessione è stata ordinata da Innocenzo III? Perchè dite questo? Perchè nel canone 21 del concilio lateranese IV, tenuto durante il suo pontificato, è stato prescritto che tutti i fedeli devono, almeno una volta all’anno alla Pasqua, confessarsi e comunicarsi? Ma allora per la stessa ragione sareste obbligato a sostenere la tesi assurdissima, che anche la comunione è stata ordinata, non dal Nazareno, ma dallo stesso Innocenzo III. Volete sapere il senso vero dell’ordine, del resto non nuovo, come vedremo sotto, del concilio lateranese? La confessione, come cosa essenzialissima nella chiesa, vi era sempre stata praticata dai fedeli. Una legge, che ingiungesse loro di confessarsi in un determinato tempo, propriamente non c’era. Non ce n’era bisogno. Ciascuno, quando occorreva, [p. 22 modifica]lo faceva spontaneamente; allo stesso modo, che chi ha fame non ha bisogno ordinariamente, che sia costretto a mangiare dal comando di nessuno. Se non che, al tempo di Innocenzo III, il sentimento religioso si era in molti così affievolito, che si giudicò necessario di eccitarli, con una prescrizione espressa, a fare quello che altrimenti, con loro grave danno, non avrebbero fatto. Precisamente come il medico ordina di mangiare, se vede che ne ha bisogno, ad uno che, non appetendo per malattia sofferta il cibo, con suo svantaggio se ne asterrebbe.

La confessione è stata ordinata da Innocenzo III? Ma se si possono citare in contrario, per tutti i secoli anteriori a questo papa, da riempirne dei volumi, delle testimonianze e dei fatti di ogni genere? 3.

Conchiuderò con una osservazione. I famosi quattro libri delle sentenze scritti da Pietro Lombardo (morto arcivescovo di Parigi nel 1164) molti anni prima del pontificato di Innocenzo III, erano il testo che serviva di base all’insegnamento nelle scuole teologiche di quel tempo e dei successivi: rappresentano quindi le dottrine, che erano allora universalmente seguite. Ora che cosa vi leggiamo relativamente alla confessione? Vi leggiamo non solo quello, che mostrano di averne creduto i padri del concilio lateranese IV; non solo quello che voi dite essere solo venuto in mente ad Eugenio IV nel concilio di Firenze del 1439; ma perfino quello, che, secondo voi, è stata una idea dei padri del concilio di Trento. Non lo credete? Bene; aprite l’opera, che vi ho nominato, al libro IV, Distinzione II, dove tra i sacramenti è annoverata la penitenza; poi alla Dist. XVI parte I, dove è detto che la penitenza abbraccia «la compunzione del cuore, la confessione della bocca, e la soddisfazione dell’opera;» poi [p. 23 modifica]alla Distinzione XVII parte I, e vi leggerete queste parole: «È dunque necessario che il penitente confessi i peccati se ne ha il tempo;» e alla parte II, e troverete queste; «Per queste e molte altre (ragioni e autorità) si dimostra con tutta certezza, che è necessario offrire la confessione prima a Dio e poi al sacerdote, e che diversamente non si può salvarsi, ecc.» perchè al sacerdote, come è detto nella successiva Distinz. XVIII p. I è data la facoltà di rimettere e di ritenere i peccati. Come? Voi dite, che non si era mai pensato, che la confessione fosse obbligatoria prima del 1215. e qui invece troviamo che lo si credeva anche prima del 1164. Voi dite, che «fu proclamata sacramento da Eugenio IV nel 1439» e dai libri delle sentenze rileviamo, che era ritenuta tale anche prima di Innocenzo III. Voi dite che fu «fatta dogma di fede dal concilio di Trento» e Pietro Lombardo vi fa sapere che non diversamente era qualificata quattro secoli prima.

«Senza preamboli passiamo ai fatti gettando uno sguardo alle storie ecclesiastiche di Socrate, Sozomeno, Eusebio e Niceforo Calisto, le quali ci raccontano che dalla chiesa primitiva sorsero varie sette religiose che facevano proseliti per loro conto; allora i vescovi dell’impero d’oriente destinarono un prete per città sotto il titolo di penitenziere, il quale doveva ascoltare gli apostati che ritornavano in grembo alla primitiva chiesa.»

I penitenzieri non sono stati istituiti a motivo delle sette, come qui è detto. Lo furono per presiedere ai penitenti, a quelli cioè che, avendo commesso di quei peccati gravi, che escludevano dalla comunione dei fedeli (come vedremo sotto) si erano assoggettati agli atti pubblici di penitenza, che si esigevano per ottenere la riconciliazione. La sorveglianza e la cura di questi penitenti era prima tenuta dai Vescovi, ma, essendone cresciuto di troppo il numero nella persecuzione di Decio, ciascun vescovo pensò di farsi ajutare da un prete, che fu chiamato l’economo della penitenza, ossia il penitenziere: molto più che importava assai di stabilire e di mantenere nella chiesa una [p. 24 modifica]regola rigorosa di penitenza, per togliere forza all’accusa di rilassatezza, che le era fatta dai Novaziani4.

Ed è tanto falso che i penitenzieri siano stati introdotti a cagione delle «sette religiose che facevano proseliti per loro conto», come dice il signor E. P., che gli storici da lui citati Socrate e Sozomeno (degli altri non parlo perchè non ho avuto tempo di leggerli), in quel passo della loro storia che narra il fatto, a cui alludono le parole dell’articolo, che riportiamo sotto, dicono espressamente, che l’uso del penitenziere c’era anche presso le diverse sette, e che, abolitone l’uso a Costantinopoli, come raccontano, da Nettario, continuò ad essere mantenuto dalle sette medesime. Socrate (nel luogo sopra indicato) dice: «In quel tempo (dopo la persecuzione di Decio) i vescovi aggiunsero all’albo ecclesiastico il penitenziere... e questa regola dura ancora presso le altre sette». E Sozomeno5 dopo aver parlato dell’abolizione del penitenziere a Costantinopoli per ordine di Nettario, soggiunse: «L’uso del penitenziere dura ancora presso tutte le altre sette (meno quella dei Novaziani) ed è scrupolosamente osservato nelle chiese occidentali e principalmente nella chiesa romana». Prego il lettore di tener bene a mente queste ultime parole.

In fine poi del brano che esaminiamo, è detto, che ufficio del penitenziere era di «ascoltare gli apostati ecc.»; e poi subito dopo, come vedremo, è affermato, che non c’era altra confessione che la pubblica. Qui mi pare che ci sia della contraddizione. Per una confessione pubblica, che ha da essere sentita da tutti, come ci ha da volere un prete apposta per ascoltarla?

«... e costoro non solo erano obbligati alla confessione ma pure alla penitenza, e sempre pubblicamente.

Domandiamo noi se questa è la confessione dei nostri [p. 25 modifica]giorni! e se ancor lo fosse, sarebbe forse una prova della divinità d’un tal dogma?

Ma udite! poco tempo dopo il vescovo di Costantinopoli — quel Nettario che sopra abbiamo nominato — per uno scandalo successo abolì la neo-nata confessione avendosi sollevato il popolo, esempio seguito in tutte le città dell’impero d’Oriente. (Vedi storia ecclesiastica di Socrate)».

Secondo l’articolista, primo: l’uso della penitenza pubblica, colla confessione relativa, sarebbe invalso nella chiesa poco tempo prima che Nettario l’abolisse: e l’abolì poco dopo il 381; secondo: non sarebbe stata conosciuta nella chiesa primitiva altra confessione dei peccati, che quella che si faceva solennemente dai pubblici penitenti. Falsissimo l’uno e l’altro supposto.

Falsissimo il primo. La penitenza pubblica ha cominciato colla chiesa. Per convincersene basta leggere il libro II delle Costituzioni Apostoliche, attribuite a S. Clemente papa, terzo successore di S. Pietro, e che sono fuori d’ogni dubbio una raccolta degli atti dei tempi primitivi della chiesa. E poichè ci è stato nominato Sozomeno, riporteremo un passo del libro VII della sua storia ecclesiastica dove, dopo la descrizione delle formalità della penitenza pubblica, fra cui anche della confessione, si conchiude con queste parole: «Ciò osservano i vescovi della città di Roma, dai tempi più antichi (jam inde ab ultima vetustate) fino alla nostra età.6».

Falsissimo il secondo. La confessione pubblica era una semplice prescrizione disciplinare, in aggiunta della segreta e si estendeva soltanto ai peccati più gravi, vale a dire, all’idolatria, all’omicidio e all’adulterio. Il concilio di Elvira p. e. (anno 313) ne’ suoi 81 canoni sulla penitenza non ne ha nemmeno uno, nel quale si ordini una [p. 26 modifica]pubblica espiazione per un peccato diverso e non affine ai tre accennati. S. Agostino in molti luoghi de’ suoi scritti e specialmente al capo 26 del libro Della fede e delle opere, distingue i peccati veniali, che possono essere rimessi anche senza confessione, dai mortali. E dice, che di questi non si ottiene il perdono senza la confessione. Fra i mortali poi nota, che i più gravi importano una penitenza pubblica. Citerò ancora un passo del celeberrimo Origene, morto nel 253 (e ne potrei citare moltissimi, di diversi), dal quale apparirà, che la confessione segreta, siccome indispensabile per ottenere presso Dio il perdono dei peccati gravi, fosse in uso anche quando vigevano le transitorie prescrizioni disciplinari della penitenza e della confessione pubblica. Dice Origene7: «I peccatori mentre si accusano e si confessano, insieme rigettano il delitto e distruggono ogni cagione del loro malore. Con tutta la diligenza esamina a chi debba confessare il tuo peccato. Scegli prima il medico... e poi segui il suo consiglio. Se esso capirà e prevederà, che il tuo male è tale che debba esporsi e curarsi in faccia a tutta la chiesa, perchè forse gli altri ne potranno prendere edificazione e tu medesimo facilmente guarirne, è questa una cosa da trattarsi con molta riflessione e coll’esperto consiglio di un tal medico.»

Ciò posto, rispondiamo al sig. E. P. che «la confessione dei nostri giorni» non corrisponde a quella pubblica, di carattere puramente disciplinare, mutabile e transitorio. Ma bensì a quella segreta, che si praticò dalla chiesa in tutti i tempi, anche nei primissimi; che non fu, che non potè mai essere abolita; che sempre si ritenne da tutti essere necessaria per ottenere il perdono dei peccati non leggeri; che quindi la chiesa errerebbe a non riferire ad un ordinamento apostolico e divino, che si fonda sul potere conferito da G. C. agli apostoli e per loro ai sacerdoti, [p. 27 modifica]di rimettere e di ritenere i peccati8, che per monumenti indubbi consta essere stato stabilito fino dal principio, in tutte le chiese apostoliche, come abbiamo accennato.

Il vescovo di Costantinopoli Nettario non può avere abolito la confessione segreta. Ciò risulta dalle cose dette e da quelle che diremo. Risulta da ogni sorta di testimonianze, e specialmente da quelle di S. Giovanni Grisostomo suo successore, delle quali toccheremo dopo. Risulta perfino dalle parole colle quali gli storici, citati dall’articolista, Socrate e Sozomeno, riferiscono il fatto di Nettario. Nettario può solo avere abolito la confessione pubblica. E perfino dalle parole colle quali gli storici, citati dall’articolista, Socrate e Sozomeno, riferiscono il fatto di Nettario perchè ad ogni modo è certo, che la penitenza e la confessione pubblica si praticavano ancora a Costantinopoli sotto il successore di Nettario S. Giovanni Grisostomo, come lo attesta il medesimo ne’ suoi scritti9, e il suo discepolo S. Nilo. E quanto alle altre chiese d’oriente non deve mai esservi stata abolita, mentre S. Gregorio Nisseno, nella sua lettera canonica scritta dopo l’anno 400, e quindi alcuni anni dopo che Nettario ebbe promulgato il suo decreto, afferma che era in tutte le chiese d’oriente conservato in ufficio l’economo della penitenza. Noto, primo di passar oltre, qualche altra inesattezza nelle parole dell’articolo. Il popolo, secondo Socrate e Sozomeno, non si è sollevato per l’istituzione. L’istituzione non c’entrava. Si è sollevato per un fatto che si è rivelato in una pubblica confessione. Il lettore poi, nell’ambiguità del costrutto dell’articolo, guardi bene di riferire «l’esempio seguito in tutte le città dell’impero d’oriente» alla accennata sollevazione del popolo: i detti storici questo esempio lo riferiscono alla abolizione. [p. 28 modifica]«Ma vedi fatalità! mentre il vescovo di Costantinopoli aboliva la confessione — non restò abolita che quella pubblica; e non del tutto e per poco, come abbiamo visto — il vescovo di Roma, ossia papa Leone I, la introduceva nell’anno 459 ma sempre per le ragioni e con i modi sopra indicati — cioè da farsi in pubblico — .»

Questa sì che è grossa! La confessione pubblica istituita in Roma nel 459 da papa Leone I? Si ricordano i lettori le parole che ho citato sopra di Sozomeno, che dicono, che la penitenza pubblica in Roma era osservata fino dai tempi più antichi? Dunque non può averla introdotta S. Leone. Questo papa al più può averla rimessa in vigore. Ma che si dirà a leggere la lettera decretale di S. Leone, appunto del 459, ai vescovi dell’Italia meridionale, che è quella a cui allude il Sig. E. P. e che qui voglio trascrivere, vedendo che dice tutto il contrario? E che, invece di tendere ad introdurre, come è stampato nell’articolo, la confessione pubblica, mira a diminuirne l’uso, e a raccomandare la confessione segreta? Ecco la decretale, che ho preso dagli Annali del Baronio10:

«Abbiamo stabilito di proibire che si reciti pubblicamente la dichiarazione dei peccati fatta in iscritto, mentre basta manifestare ai sacerdoti, per mezzo della confessione segreta, i peccati dei quali uno si trova colpevole. Poichè quantunque debba lodarsi la pienezza della fede in quelli, che non temono di coprirsi di confusione dinanzi agli uomini, temendo essi più Dio, nondimeno, siccome tutti quelli che domandano la penitenza non commisero già i peccati pensando di doverli pubblicare, così è necessario abolire questo sì biasimevole costume per timore, che molti non si privino dei rimedi della penitenza e non se ne ritirino per il rossore o per lo spavento che potrebbero avere di manifestare ai loro nemici azioni, le quali meritano [p. 29 modifica]di essere punite dall’autorità delle leggi; giacchè basta quella confessione che si fa prima a dio e poi al sacerdote».

«Ma ecco che nella Spagna circa nell’anno 550 il clero principia abusivamente a introdurre la confessione all’orecchio del prete con l’assoluzione dei peccati. Fu allora che i nostri padri della chiesa oggi dichiarati santi dagli infallibili papi che — questo che c’è di più — protestarono contro tale infamia; e difatti udite, o lettori, cosa dice S. Grisostomo... S. Ilario... S. Ambrogio.»

Nel 550 il clero della Spagna introdusse, voi dite, la confessione segreta. Allora, voi soggiungete, allora, cioè nel 550 o poco dopo, i padri della chiesa e specialmente S. Grisostomo, S. Ilario, S. Ambrogio protestano contro tale infamia. Benissimo! Ma, ditemi un poco, come hanno potuto questi padri protestare contro una infamia del 550, mentre S. Grisostomo è morto nel 407 (143 anni prima), S. Ambrogio è morto nel 397 (153 anni prima) e S. Ilario è morto nel 367 (183 anni prima)? Signor Pettoello, vi compromettete troppo.

Voi dite anche, in questo brano, che il clero nella Spagna introdusse nel 550 la confessione «con l’assoluzione dei peccati». Più avanti non ve ne ricordate più: e affermate, che fino al 1439 nella confessione «neppure vi era l’assoluzione».

Del resto, che cosa è succeduto nella Spagna intorno a questo anno 550, onde l’articolista sia autorizzato ad asserire, che circa quell’anno il clero principiò a introdurvi la confessione all’orecchio del prete? La disposizione di qualche concilio, l’ordine di un qualche vescovo, un qualche complotto? Perchè l’articolista, che tanto ama le citazioni, non ne mette qui nessuna? Io poi devo qui accusare la mia imperizia nella storia ecclesiastica. Non ho potuto trovare altro, che vi possa avere una qualche relazione, se non i canoni VIII e IX del concilio di Barcellona, che fu tenuto un po’ prima, nell’anno 540. È a questo concilio che allude il sig. E. P.? [p. 30 modifica]Allora risponderei che, se ivi si parla dell’assoluzione data ai malati, prima che abbiano potuto compire le opere pubbliche di penitenza, non se ne parla già come di cosa nuova e ordinata allora allora, ma come di cosa già praticata, come è certissimo, sempre, anche prima, nella chiesa.

Dalle cose dette poi apparirà già senz’altro assurda l’asserzione, che la confessione segreta cominciò ad essere introdotta nella Spagna nel 550. Chi volesse altre prove dell’uso molto più antico della confessione segreta anche nella Spagna può leggere p. e. la Parentesi sulla penitenza di S. Paciano vescovo di Barcellona intorno all’anno 350.

Ma veniamo ai passi di S. Grisostomo, di S. Ilario, e di S. Ambrogio, addotti dall’articolista per provare che quei santi «protestarono contro l’infamia» della confessione auricolare.

Dice S. Grisostomo: «Dio solo ti vegga quando ti confessi, Dio, il quale non rimprovera, ma rimette i peccati che a lui solo si confessano» (Omelia 58).

Volete proprio sapere che cosa dice in quel luogo il Grisostomo? Ecco le sue parole: «Ma hai tu vergogna ed arrossisci tu a manifestare i peccati? La ragione ci sarebbe se i peccati dovessero essere detti e propalati fra gli uomini... Ma non è necessario di confessarsi alla presenza di testimoni... Dio solo ti ascolti quando ti confessi, Dio che non rinfaccia i peccati ma li rimette colla confessione11». Queste sono le parole precise, le quali vogliono dire, non già che non si abbiano a confessare i peccati in segreto e privatamente, ma solo che non è necessario farlo pubblicamente e alla presenza di testimonj. Questo senso affatto ovvio del passo riportato si farà più manifesto a chi leggerà tutto il discorso, dal quale è preso.

Se il Grisostomo avesse creduto, che non fosse indispensabile la confessione fatta al sacerdote, perchè avrebbe [p. 31 modifica]egli adoperato tutte le forze, tutte le risorse della sua grande eloquenza in tante delle sue omelie per eccitare i fedeli alla confessione? Perciocchè veramente in cento altri luoghi egli dice espressamente che bisogna confessarsi al ministro di Dio; come nell’Omelia sulla Samaritana, dove si trovano queste parole: «Chi ha vergogna e non vuole confessare i suoi peccati all’uomo... nel giorno del giudizio sarà accusato, non davanti ad una o due persone, ma davanti al cospetto di tutto il mondo». E se altri volesse divertirsi a leggere altri passi simili dello stesso, quanti gliene potrei indicare12!

L’altro passo del Grisostomo citato dall’articolista, contro la confessione segreta, è il seguente:

«... Io non ti dico che tu porti in pompa i tuoi peccati in pubblico; nè che vada ad accusarli ad altrui (intendete preti!), ma confessali presso al tuo Dio, se non colla lingua, almeno colla memoria» (Om. 31).

Con questa indicazione, «Omelia 31», nè il Sig. E. P. nè nessuno sarebbe capace di trovarlo questo passo; onde, per comodo di chi amasse di leggerlo nel testo, aggiungiamo che questa 31ª Omelia deve essere cercata fra quelle sulla lettera agli Ebrei. Nell’edizione di Venezia sopra citata questo passo si trova nel tomo XII alla pagina 289 alla lettera D, e fa parte delle considerazioni sul versetto del salmo 6, «Laverò tutte le notti il mio letto (col pianto); il luogo del mio riposo irrigherò colle mie lagrime;» considerazioni nelle quali il santo vuol far conoscere, quanto buona ed util cosa sia il ricordarsi sempre del peccato commesso; perchè, come egli dice, nulla giova tanto ad emendarsi del delitto quanto il ricordarsi sempre di averlo commesso; a quel modo che il salmo dimostra [p. 32 modifica]aver fatto il re penitente, a cui la continua memoria del peccato rinnovava sempre il dolore di averlo commesso e la risoluzione di astenersene in avvenire. Onde esorta i suoi uditori a fare altrettanto; e dice loro: adesso non vi parlo nè di confessione pubblica, nè di confessione segreta; vi parlo di un’altra cosa, vi parlo dei molti beni che produce la memoria dei peccati. E quindi termina il suo discorso così, traducendo le sue parole alla lettera: «Queste cose siano scolpite negli animi nostri. So che troppo è grave all’anima tanto acerba memoria; ma sforziamola e, se occorre, usiamole violenza». E da ciò si vede, quanto fuor di proposito sia stato addotto il passo in discorso, e si raccomandi ai preti che vogliono intendere. La raccomandazione di intendere è più giusto che sia fatta a chi, lasciati indietro tutti i luoghi dove il Grisostomo dice netto e tondo che bisogna confessarsi al sacerdote, ne tira fuori di quelli che non hanno nessuna relazione con questo argomento.

Dopo quelli del Grisostomo viene un passo di S. Ilario.

S. Ilario dice: «Non bisogna confessarsi a nessun altro che a Dio» (Ila. p. s. L. I). — La indicazione va corretta così: Hila. in ps. LI.

Ama il lettore di avere sotto gli occhi intero tutto il passo di S. Ilario, da cui sono state strappate, traducendole male, e quindi cambiandone il senso, le parole surriferite? È l’interpretazione del versetto quinto del salmo 6 «E nell’inferno chi mai ti confesserà». Ed è questo, traducendolo alla lettera13: «Ed aggiunse il motivo della confessione dicendo: perchè hai fatto: avere cioè confessato il Signore, perchè autore di questo universo, insegnando non dover l’uomo confessare nessun altro se non quello che ha fatto l’uliva fruttifera ecc.». Cosa vuol dire qui, come altrove nei salmi, la parola confessare? Certo, come dice [p. 33 modifica]S. Giovanni Grisostomo14, niente altro che rendere grazie, adorare, pregare, ecc. Chi la prendesse in un altro senso mostrerebbe di avere poco giudizio, e si metterebbe in condizione di non poter trovare il senso dei passo recato. Nè di altri consimili, come delle parole dette da G. C.: «Se uno mi confesserà davanti agli uomini, anch’io lo confesserò davanti al Padre mio15», e del nome di confessori che la Chiesa dà a quelli, che sono morti per la fede.

S. Ilario dunque non ha protestato, non dico nel 550, ma neanche 183 anni prima, quando era ancor vivo, contro la confessione auricolare. Ha protestato piuttosto contro quelli che la impugnano e la calunniano. Esponendo il testo di S. Matteo16, che dice: «Quelle cose che legherete sulla terra ecc.» così lo commenta. «A incutere un terrore atto a tenerci in freno, ci pose innanzi l’inevitabilità del rigore del giudizio apostolico, sicchè quelli che fossero legati qui in terra, cioè lasciati stretti dai nodi del peccato, e quelli che ne fossero sciolti, cioè accolti colla confessione nella salute del perdano, questi secondo la condizione dell’apostolica sentenza, anche in cielo sciolti fossero o legati17».

Da ultimo vengono le parole di S. Ambrogio.

S. Ambrogio dice: «Pietro si pentì, pianse: imperciocchè peccò come uomo: ma non trovo scritto che esso dicesse alcuna cosa; trovo che pianse, leggo le di lui lagrime, ma non la sua confessione» (Lib. X, Evang. S. Luca).

Sig. E. P., vi confesso che nessun cristiano, per quanto cattolico e romano, non è mai stato d’un parere diverso da quello di S. Ambrogio; non ha mai dubitato [p. 34 modifica]che per S. Pietro, quando ancora non era stato istituito il sacramento della penitenza ed ordinata la confessione, non abbia dovuto bastare, per ottenere il perdono dell’aver negato G. C. nella casa di Caifa, il pianto e la contrizione; poichè non dubita, che tale sia anche adesso la virtù della contrizione, che rimetta i peccati, anche prima che siano confessati. Come vedremo più sotto quando parleremo del concilio di Trento.

Quanto poi alla confessione, nella chiesa già stabilita e ordinata, volete sapere come la pensava S. Ambrogio? Leggete i suoi libri della penitenza. Per esempio al capo 6 del libro 2, dove è scritto: «Se vuoi essere giustificato, confessa il tuo delitto: perciocchè l’umile confessione dei peccati scioglie il legame delle colpe18». E al capo 10, e altrove. Soprattutto sentite che cosa narri di lui il suo discepolo S. Padino, nella vita che ne ha scritto. «Ogni qualvolta alcuno, a fine di ricevere la penitenza, gli confessava le sue colpe, il santo vescovo piangeva così profondamente, che il penitente egli stesso, alla vista di quelle lagrime, dava in un dirotto pianto. Pareva al buon padre di essere caduto coi caduti. Ma le cause dei peccati, che quelli confessano, non le diceva a nessuno, se non a Dio solo, presso il quale intercedeva, lasciando un buon esempio ai sacerdoti19».

«Ma troppo si andrebbe a lungo: basta che il lettore sappia che la confessione all’orecchio del prete posta in uso in Spagna, fu abolita e condannata nel terzo concilio di Toledo tenuto l’anno 590 (Vedi XI canone di questo concilio).

Cosa ne dicono i teologi papisti di questo canone? saprebbero smentirlo? È vero che un tale... ci ebbe la sfrontatezza di negare che nel 1439 in Firenze abbia avuto luogo il concilio di papa Eugenio IV, ma dice: io non [p. 35 modifica]credo che abbia avuto luogo la battaglia della Meloria perchè non c’ero in quei tempi: cosa diremo di lui? meno imposture e più logica. Ma per ora si prosegua la nostra storia

Qui il sig. E. P. fa una sfida a quelli che chiama teologi papisti. Poi parla di un tale, che non nomina; e a proposito del medesimo tira fuori anche la battaglia della Meloria. Siccome non so con chi l’abbia, nè perchè, nè come c’entri la Meloria, così passo oltre. Confesso però che ho ammirato assai l’espressione che segue: «meno imposture e più logica». E m’è venuto in mente di domandare al sig. E. P., che sa distinguere così bene gli impostori e quelli che non hanno logica, come chiamerebbe uno che travisasse i testi, che inventasse i fatti, che citasse in appoggio di un asserto una autorità che provasse il contrario, che confondesse le date, che adducesse in testimonianza di un fatto delle persone morte molto tempo prima del fatto medesimo, che si appellasse a libri che non ha mai veduto, e scritti in lingue da lui ignorate, che ad ogni passo si contradicesse in modo flagrante e grossolano?

Ma torniamo al nostro argomento. Nella Spagna, tanto quanto nelle altre parti della Chiesa, nè più nè meno, era sempre stata in uso, fino dai tempi primitivi, la confessione tanto privata quanto pubblica. L’abbiamo toccato con mano. Sia: ma ad ogni modo il «terzo concilio di Toledo ha abolito e condannato la confessione all’orecchio del prete»: e questo nel suo «XI canone». Asserzione falsa anche questa. Il terzo concilio di Toledo, che ha avuto luogo nel 589 e non nel 590, come è portato nell’articolo che esaminiamo, nel suo capitolo XI (e non canone come erroneamente dice lo stesso articolo) non tocca, non nomina neanche la confessione segreta, e la lascia stare come era: si occupa soltanto della disciplina riguardante la penitenza da eseguirsi pubblicamente, prima della riammissione alla chiesa, da chi aveva commesso una di quelle colpe che importavano la esclusione dalla comunione dei fedeli, come sopra abbiamo esposto. Si lamenta [p. 36 modifica]che i canoni antichi (come si trovano compendiati anche nei capitoli di S. Martino Bracarense di venti anni prima20 non siano eseguiti col necessario rigore; e ne ordina la osservanza puntuale. Insomma il concilio toletano non fa, nè più nè meno, che quello che avevano fatto prima altri concilii, come il barcellonese del 54021, il cui canone VIII è somigliantissimo all’undecimo capitolo del toletano, e soprattutto quello più celebre di Elvira del 31322.

E giacchè il signor E. P. ha voluto far menzione del concilio toletano, voglio anche fargli osservare, che quel concilio offre un nuovo argomento della falsità del suo asserto prediletto, della solita ragione della istituzione della confessione pubblica, cioè della ragione delle sette, come dice in principio. Questa ragione delle sette il concilio toletano, e così tutti gli altri, non se la sogna neanche; esso non si preoccupa d’altro che della moralità e del miglioramento dei fedeli. Di fatti il capitolo sopradetto si chiude così: «Chi durante il tempo della penitenza avrà dato prova di emendarsi sia riammesso alla comunione. Quelli poi che ricadono nei vizi di prima, sia durante il tempo della penitenza, sia in seguito, siano condannati secondo le severità dei canoni antichi23

«Carlo Magno oltre d’essere un gran politico voleva essere un gran teologo, fece radunare dei concilii che spinti dal loro padrone ordinarono la confessione auricolare ma volontaria e senza assoluzioni. (Concilio di Chalons, anno 813, e quello di Tours. Bibliot., Patr., tom. X)

Non parlo di Carlo Magno, nè della pressione che il nostro articolista asserisce, che ha esercitato sopra i [p. 37 modifica]concilii da lui fatti adunare. Andremmo troppo per le lunghe. E poi il nostro discorso non ne ha bisogno per riuscire, il più che si desideri, chiaro e stringente. Le sue asserzioni l’articolista le fonda sui concilii di Tours e di Chalons (chè in quest’ordine sono disposti nel Labbeo) dell’anno 813. Ora io gli rispondo, che questi concilii lo smentiscono; e provano una volta di più le cose da noi affermate. Il concilio di Tours24, nel canone 22 (è l’unico che tratti della penitenza), per togliere l’inconveniente che i confessori non seguissero tutti le medesime regole nell’assegnare ai penitenti le pubbliche opere espiatorie, stabilisce, che convenga fissare, quale fra gli antichi libri penitenziali si debba prender per norma. Dov’è qui che si ordina la confessione segreta? Solo vi si allude, in quanto doveva essere premessa da quelli che avevano da ricevere una pubblica penitenza. Ma che è questo, se non una conferma di ciò, che abbiamo sempre detto, che nella chiesa antica c’è sempre stata la penitenza pubblica per alcuni peccati gravissimi, e che questa era preceduta dalla penitenza e dalla confessione segreta? Difatti qui il concilio insiste sull’adottare uno degli antichi libri penitenziali. Per una cosa nuova i libri antichi penitenziali non potevano servire di regola, ma solo di condanna.

Lo stesso dicasi del concilio di Chalons. Nel canone 2525, dietro la considerazione che in molti luoghi non era mantenuto l’antico ordine della penitenza pubblica, dispone perchè sia dappertutto ristabilito. E nel canone 32 e seguenti, passando all’altra parte della penitenza, alla confessione in genere, mette in avvertenza di ciò, che non era secondo l’insegnamento, l’uso, lo spirito della chiesa. «Osservammo aver bisogno di essere emendato quello, ecc., così comincia il canone 32. Onde prescrive nel can. 34 e nel 38 che nelle faccende della penitenza si debba in [p. 38 modifica]tutto regolarsi secondo i canoni, la sacra scrittura e la consuetudine ecclesiastica. E per ottenere che le cose si facessero rettamente, ordina che i sacerdoti leggano, meditino, insegnino le disposizioni di tutti i concilii (conc. 37); insomma sempre le cose antiche. Questi canoni adunque, anzichè contenere una ordinazione nuova, sono al contrario anch’essi una prova eloquentissima, che la confessione in tutti i tempi è stata considerata come di istituzione, che risale allo stesso principio della chiesa. Vi è qualche cosa di nuovo? Questi lo condannano. Vi è qualche cosa di antico? Lo ricordano e lo richiamano in vigore.

Ora che cosa diremo di ciò che ha scritto il sig. E. P., che fu «ordinata» la confessione ma «volontaria»? Fu ordinata? Dunque non potè più essere volontaria. Restò volontaria? Dunque non fu ordinata. Il vero si è, che non fu ordinata (come abbiamo veduto), perchè era già in vigore ab immemorabili; che però era ritenuta, non già volontaria, ma indispensabile, per ottenere il perdono dei peccati. Tanto indispensabile, che nel canone 32 del detto concilio di Chalons si insiste sulla necessità, che i peccati gravi siano confessati tutti, nessuno eccettuato.

— Sì: ma in questo tempo non si sapeva ancor nulla di assoluzione. Almeno questa deve essere stata introdotta dopo. Sopra nell’articolo, è detto che l’assoluzione fu introdotta nella Spagna nel 550: qui, che non si conosceva ancora nell’813. Bella coerenza!

Non si conosceva l’assoluzione nell’813? Mi contenterò di riferire un passo di Alcuino (morto nell’anno 804), dell’uomo il più colto del suo tempo, maestro dello stesso Carlo Magno, i cui scritti godevano di una immensa autorità. Dice Alcuino nella lettera CXII26, dopo aver parlato del battesimo: «Perchè nel secondo battesimo della penitenza, per mezzo dell’umile confessione, non dobbiamo del pari pel ministero sacerdotale essere [p. 39 modifica]assolti da tutti i peccati commessi dopo il battesimo?» E nella stessa lettera, per provare la necessità della confessione da farsi al sacerdote, dopo aver parlato del potere di legare e sciogliere dato da G. C. ai sacerdoti, soggiunge: «Che cosa scioglie la potestà sacerdotale se non considera i ceppi di chi è legato?» E finisce col dire: «se i peccati non sono da manifestarsi ai sacerdoti, perchè nel Sacramentario sono scritte le orazioni della riconciliazione?».

Dopo ciò domando al lettore, se s’ha da dire che dai contemporanei dei concilii di Chalons e di Tours si considerava la confessione come «volontaria», come un mero decreto disciplinare e senza che vi fosse l’assoluzione?

Noi non comprendiamo! un concilio abolisce la confessione in Spagna; — parla del concilio di Toledo del 589, che invece, come sopra abbiamo veduto, ne ha ristabilito da disciplina, secondo gli antichi canoni — altri due la ordinano, ma non obbligatoria; — i concilii di Chalons e di Tours, che non l’ordinarono, come abbiamo appena mostrato, ma ne parlano come di cosa vecchia vecchissima, necessaria necessarissima — un altro, non solo la ordina, come vedremo, ma dice: non potete esser salvi senza la confessione; — intende parlare del concilio di Trento che, come vedremo, non dice questo; e dice soltanto quello che hanno detto tutti gli altri — ma dunque qualcuno di questi concilii ha errato? — nessuno di essi ha errato, perchè tutti insegnano quello che c’è nel catechismo, e tutti sono perfettissimamente d’accordo — ma baje! sono infallibili come i papi: non è vero, o teologi romani?!?...

Qui non parlerò di infallibilità, nè di papi nè di concilii; perchè è anche troppo quello, che mi tocca di scrivere della confessione. Avverto solo il pubblico, che per moltissimi è facile trovare o rendere ridicola questa infallibilità, perchè non sanno che cosa sia; e pensano buonamente i furbi, che chi lo crede sia disposto ad ammettere siccome [p. 40 modifica]vero indubitabilmente tutto ciò che venga in mente ad un papa, ad un concilio di proferire.27

Solo domanderò conto, a questo sfidatore di teologi romani, della espressione «sono infallibili» parlando dei summentovati concilii. Voi dunque rinfacciate ai teologi romani la dottrina, che tutti i concilii senza distinzione siano infallibili. I teologi romani invece credono, che siano infallibili soltanto i concilii ecumenici, vale a dine quelli nei quali è rappresentata la totalità della chiesa insieme al suo capo. Fuori di questo caso, no. Un concilio di una o più diocesi, di una o più provincie (come quelli ricordati di sopra di Toledo, di Chalons e di Tours) non sono ritenuti infallibili. E voi non lo sapete? Se non lo sapete, ignorate una cosa elementarissima in una scienza, della quale vi date l’aria di essere conoscentissimo, tanto da poter confondere qualunque più esperto. E in questo caso come vi dovrei qualificare? Se invece lo sapete, e fingete di non saperlo, allora ditemi un poco, con qual nome vi chiamerà un galantuomo?

«Per altri quatto secoli la confessione restò addormentata.»

Anche questo siete capace di dire, signor E. P.? Questo, che è smentito in tutti si può dire gli atti, i concilii, gli scrittori dei quattro secoli indicati! Lettori, le prove ve le potrei addurre a centinaja. Ne recherò solo alcune, perchè mi serviranno anche per le induzioni successive.

Pel secolo X. Dai capitoli dell’Abate Reginone (morto nel 915) c. 105 lib. I delle disc. eccl.28. «Quando il sacerdote sente che si ammala qualcheduno del suo popolo, non indugi ad andare a trovarlo, ed entrato... faccia uscir tutti dalla stanza; ed avvicinatosi al letto, in cui giace l’infermo, lo inviti, usando parole di carità, e di [p. 41 modifica]dolcezza, a confessare i suoi peccati e a promettere di emendarsi, se il Signore gli concederà di vivere». E dal n. 65 del secondo libro29, dove si vuole che si interroghino i laici, «se si accostano alla confessione almeno una volta all’anno (nel 900 un bel pezzo prima di Innocenzo III)». E dai canoni di Edgaro re d’Inghilterra (anno 967), canone I della Confessione30 «Quando alcuno vorrà confessarsi de’ suoi peccati, si faccia animo, e non abbia vergogna di confessare le sue colpe, accusando se stesso... perchè senza confessione non vi è perdono» (oh! nel 967 si credeva che senza confessione non c’era perdono. Non l’ha dunque inventato il concilio di Trento, seicento anni dopo, come dice il nostro articolista).

Pel secolo XI. Dal sermone 5831 del cardinale S. Pier Damiani, morto nel 1080, nel quale si parla a luogo della confessione, «senza la quale, come ivi è detto, nessuno viene al padre:» si ammonisce il sacerdote di non rivelare «ciò che ha ricevuto sotto il sigillo della confessione,» e si conchiude con queste parole: «Ecco che ho dissertato per quanto ho potuto del sacramento della confessione». (Signor E. P., tenete bene a mente: sacramento della confessione nel 1073, quasi quattro secoli prima del concilio di Firenze). Dalla VI meditazione di S. Anselmo cantuariense, morto nel 1109: «Il fonte della pietà ai peccatori aprì i sacramenti della confessione santa, onde si allevia ogni peso di peccato; perchè nella vera confessione si monda ogni macchia di colpa32».

Pel secolo XII. Dal libro 5 lett. 16 del cardinale Goffredo Abbate Vindocinese, morto nel 1132, dove [p. 42 modifica]si dichiara che «secondo la fede cristiana... è certo e nulla di ciò è più certo, che per tutti i peccati e le colpe occorre la confessione e la penitenza33». (Secondo la fede cristiana è come dire, dogma; dunque si parla di dogma almeno quattro secoli prima del concilio di Trento). Qui poi ricordo al lettore, che Pietro Lombardo, di cui abbiamo riportato le sentenze in principio di queste osservazioni, appartiene a questo medesimo secolo.

Ma di ciò basti. La bugia è così spaccata, che non c’è neanche gusto a smentirla. Andiamo dunque innanzi.

«... Quando per maledizione del genere umano lo Spirito Santo fece — espressione di poco buon gusto anche per chi non sia cristiano — eleggere papa Innocenzo III»

Innocenzo III un infame! Quelli che vogliono comprendere l’ingiustizia e la stoltezza di questo epiteto, leggano Müller34, Wilken35 e Raumer36, che non sono cattolici, e quindi non sospetti di parzialità; e specialmente leggano i tre volumi della vita di lui del ministro protestante, presidente del concistoro di Sciaffusa, Federico Hurter37, che dopo venti anni di studi pubblicò quel lavoro, accolto in Europa con immenso favore, in cui abbattè tutte le accuse accumulate sul capo di Innocenzo III dalla ignoranza e dalle passioni politiche e religiose, e dimostrò ad evidenza, che è stato l’uomo il più grande, il più dotto, il più nobile, il più umano del suo tempo. Vuol dire questo, che siano da ritenersi siccome giuste le sue idee sulla supremazia, sulla ingerenza politica della chiesa, considerate in astratto, fuori di quei tempi, di quelle circostanze, nelle quali, essendo già un [p. 43 modifica]fatto sorto naturalmente e provvidenzialmente per la superiorità morale di Roma cristiana sulle popolazioni semibarbare del medioevo, possono essere state fatte valere per grandi scopi morali, e averli, come è fuori di dubbio, anche raggiunti? Vuol dire questo, che sia da lodarsi il principio della persecuzione degli eretici, nella quale non si può negare che abbia, se anche meno degli altri, avuto parte Innocenzo III? No certamente. La teoria che considera lo stato una dipendenza della chiesa è assurda, è in contraddizione coi principii naturali, su cui si fondano i diritti e i doveri dell’uomo come cittadino: la persecuzione degli eretici è una iniquità da aborrirsi. E ciò precisamente secondo lo spirito dell’insegnamento cristiano. Ma questo spirito, che c’è stato sempre nel fondo della coscienza di chi lo professava, che sempre ha dato segno di esserci, anche nello stesso Innocenzo III, che in ciò pure molto ai contemporanei va innanzi, non ha potuto, vincendo il troppo radicato pregiudizio pagano, il troppo prepotente istinto di popolazioni ancor barbare, che lo tenevano soffocato, affermarsi distintamente nella coscienza dei popoli dal cristianesimo inciviliti, se non assai tardi. Lo stesso si verifica di molti altri principî della civiltà. Chiusi come in un germe nelle dottrine religiose di Cristo e della Chiesa, occorse un lungo lavoro di riflessioni, di prove, di applicazioni, perchè si spiegassero e si stabilissero nella intelligenza e nelle abitudini di tutti. Prima che questo lavoro si fosse compiuto, (e si compì tardi per tutti, anche pei non cattolici) è stoltezza condannare gli uomini, perchè mostrarono di non averne avuto una piena, una perfetta notizia e persuasione. Così, p. e., in un altro ordine di cose, adesso tutti comprendono quanto sia ridicolo il principio fisico che la natura abbia orrore al vuoto: tuttavia a ragione si stimerebbe pazzo chi dicesse, che Galileo in fisica era un ignorante, perchè parlava sul serio di questo orrore della natura pel vuoto. Ma torniamo alla confessione. [p. 44 modifica]«... radunò il quarto concilio lateranese nell’anno 1215 e pubblicò — vuol dire il concilio — un decreto nel quale ordina la confessione all’orecchio del prete almeno una volta all’anno.»

Fin dalle prime nostre osservazioni, e più nel seguito è risultato evidentissimamente, che la confessione segreta nella chiesa c’è sempre stata; che vi fu sempre usata, raccomandata, dichiarata necessaria. Poco sopra da un passo di Reginone abbiamo anche rilevato quanto, anche trecento armi prima del concilio quarto lateranese, importasse alla chiesa, che i fedeli si confessassero almeno una volta all’anno. Onde la falsità di ciò che significano le addotte parole, non ha più bisogno di essere dimostrata, Passiamo dunque alle altre.

«Contemporaneamente stabilì il tribunale della santa inquisizione coll’obbligo di denunziare al confessore tutti quelli che fossero in odore di eresia.»

Il concilio lateranese quarto insiste sulla ricerca da farsi degli eretici, e sulla punizione da infliggersi ai medesimi (perdite degli uffici pubblici, e del diritto di possedere e di testare), in presenza delle terribili commozioni religioso-sociali del mezzodì della Francia; non introducendo però una cosa nuova, ma ritornando su idee e ordini molto più antichi, e che p. e. troverebbe tali e quali chi leggesse il concilio toletano terzo del 589, citato sopra dal nostro articolista, nel quale il capitolo sedicesimo tratta appunto della inquisizione. E su ciò il tempo ha portato il suo severo giudizio. E questo stesso giudizio è anche per me, che pur mi professo cattolico, e sono un prete, la mia fede. Ma che il concilio lateranese quarto abbia imposto «l’obbligo di denunciare al confessore tutti quelli che fossero in odore di eresia,» no, questo è falso. Chi l’asserisce è un mentitore. Non c’è, a passare in esame parola per parola, nè nei canoni del detto concilio, nè nei decreti e nelle lettere che, nella raccolta del Labbeo, citata dall’articolista, lo [p. 45 modifica]precedono e lo seguono38. Quello che affermo del concilio lateranese quarto, lo dico anche del tolosano del 1229, al quale sotto pare che si apponga la stessa taccia. Eppure sentite, che cosa ha coraggio di soggiungere il sig. E. P.!

«E non ci smentite, o signori, perciocchè noi grideremo sempre al popolo ingannato.»

Bravo! Non si può negare che abbiate una faccia franca. Siete voi che ingannate, spudoratamente ingannate, e poi gridiate all’inganno.

«Aprite la storia dei concilii (autore Labbé) nel tomo undecimo, nella parte prima, alla pagina 430...»

Queste indicazioni, senza il luogo e la data dell’edizione, non contano nulla. Di fatti le edizioni del Labbeo, che ho potuto trovale qui a Mantova, una nella biblioteca del seminario di Parigi del 1714, e un’altra nella biblioteca pubblica, Venezia 1730, portano il concilio in discorso, la prima nel tomo VII col. 173 e seg., la seconda nel tomo XIII, col. 1237 e seg. Quale edizione cita dunque il nostro articolista, e dove si trova?

«... troverete un decreto del concilio di Tolosa tenuto nel 1229 il quale estende il precetto di Innocenzo III — doveva dire dei concilio di Laterano — ed ordina non più la confessione una ma tre volte all’anno per potere distruggere efficacemente l’eresia. Or che ne dite, o lettori!»

Diciamo che, se col dire semplicemente ai cristiani — dovete confessarvi tre volte l’anno — senza aggiungere, come voi a torto lasciate credere, di dovere accusare nella confessione gli eretici, credeva il concilio di Tolosa di poter distruggere l’eresia, in ciò non ha fatto niente di male. Diciamo inoltre che il provvedimento, d’altronde non nuovo, del concilio di Tolosa (che non è ecumenico come il lateranese) fu affatto temporaneo e [p. 46 modifica]locale, e nessuno s’è mai sognato, nè allora nè poi, di credere, che nella chiesa in genere ci fosse l’obbligo di confessarsi più che una volta all’anno. Ecco quello che diciamo.

Se questa orridezza consiste nell’uso della confessione, siccome nella chiesa cattolico-romana c’è sempre stato, tale quale, logicamente conchiudendo, la religione dei papi sarebbe sempre stata orrida come oggi.

Ma la confessione è tutt’altro che una cosa orrida. Uomini rispettabilissimi appartenenti alle diverse comunioni non cattoliche di Germania, d’Inghilterra e di altri paesi l’hanno apprezzata, l’hanno lodata, l’hanno raccomandata, si sono adoperati per introdurla tra’ propri correligionari. L’ha commendata perfino Voltaire, che dice ne’ suoi Trattenimenti filosofici: «I nemici della chiesa romana, che si sono levati contro una istituzione così salutare (la confessione auricolare) sembrano avere tolto agli uomini il più grande dei freni che si possano mettere ai loro delitti; i sapienti stessi dell’antichità ne sentirono l’importanza».

«... la confessione era un puro decreto disciplinare, mai un sacramento, anzi neppure vi era l’assoluzione

Cosa meramente disciplinare è sempre stata la confessione pubblica, la quale perciò ha potuto andare e andò in disuso, in oriente prima, in occidente più tardi, nel decorso del secolo undecimo.

Non già la confessione segreta. Questa è sempre stata ritenuta, è sempre stata dichiarata, l’abbiamo dimostrato a sazietà, necessaria per ottenere il perdono di tutti i peccati gravi, anche solo di pensiero, commessi dopo il battesimo.

Erano già dodici secoli che si riconosceva questa sua necessità, quando il concilio di Laterano ne ha fatto un decreto. Ma il decreto non può averne cambiata la natura; non l’ha che constatata e riconosciuta. Condannando p. e. la legge il furto, con ciò essa non lo [p. 47 modifica]tuisce un delitto. Delitto era anche prima che fosse condannato. La legge non fa che riconoscerlo come tale.

Onde anche il dire che la confessione non fu «mai un sacramento» in sè è una sciocchezza, perchè i cristiani hanno sempre considerato sacramento un atto sensibile, pel quale si ottenga la grazia; e per loro esser perdonati i peccati e aver la grazia sono cose che vanno insieme. È poi anche una menzogna. Perchè la confessione fu sempre ritenuta siccome una parte essenziale della penitenza, ossia di uno di quelli che si chiamano, e sempre sono stati chiamati, i sette sacramenti. Perchè troviamo che gli scrittori ecclesiastici (p. e. Alcuino e S. Pier Damiani citati sopra) la chiamano espressamente un sacramento. Perchè anche negli antichi Sacramentari, ossia nei libri che contengono le orazioni e i riti per l’amministrazione dei sacramenti, c’è anche la parte, che si riferisce alla confessione. E io mi ricordo di averne letto uno di questi sacramentarj, nel tomo 138 della Patrologia del Migne. In questo sono riportate tutte le orazioni da recitarsi dal penitente e dal confessore nel principio nel corso, nel fine della confessione: sono diffusissimamente suggerite al confessore le domande, che deve fare a chi si confessa, riguardanti i peccati tanto esterni quanto interni, il loro numero, la specie, le circostanze; sono indicati i consigli da dare, gli atti soddisfattorii da imporre, infine39 anche la formola dell’assoluzione.

Anche la formola dell’assoluzione. E questo sacramentario, di cui parlo, è tratto da un codice anteriore al 1000, e sarà stato certamente copiato da un altro, Dio sa quanto, più antico. E il nostro articolista dice, senza la menoma titubanza, che non ci fu assoluzione fino al 1439!

Se credessi che il sig. E. P. sapesse solo l’abbicì [p. 48 modifica]di queste cose, gli vorrei parlare così. Tutti quelli che hanno creduto alla confessione, e furono tutti i fedeli cominciando dal principio della chiesa; tutti quelli che hanno lasciato scritto di credervi (ne abbiamo citati alcuni, e a citarli tutti ci vorrebbero dei volumi), fondano la loro fede sulle parole di G. C. riferite nel Vangelo di S. Giovanni40 «Saranno rimessi i peccati a quelli ai quali voi li rimetterete, saranno ritenuti a quelli ai quali Voi li riterrete»; corrispondenti alle altre riferite da S. Matteo41 «Ciò che avrete legato sulla terra sarà legato anche in cielo, e ciò che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto anche in cielo». Il canone stesso del concilio di Laterano, che prescrive la confessione una volta all’anno, vi fa allusione parlando del caso nel quale un sacerdote non può «solvere vel ligare42», Vengono cioè tutti a dire: Qual’è la ragione per cui il peccatore deve svelare al sacerdote il proprio peccato? Affinchè possa questi essere in grado di giudicare, se abbia da pronunciare o meno la sentenza del perdono. Questa sentenza del perdono, ossia l’assoluzione, è l’unica ragione del confessarsi. Ora voi, dicendo che c’era la confessione senza l’assoluzione, ponete l’effetto e negate la sua causa. E dite d’esser logico e logico solo voi?

«Però lo Spirito Santo pensò di far eleggere dai santissimi Cardinali: papa Eugenio IV, e questo nel concilio di Firenze del 1439 fece proclamare la confessione un sacramento istituito da G. C.!!»

Di che si è occupato questo concilio? Si è occupato della riunione alla chiesa romana dei greci e degli altri orientali, che ne erano da lungo tempo divisi. Vi si discussero i punti controversi. Ciò in che si era d’accordo [p. 49 modifica]si lasciò da parte. Della confessione, perchè quanto ad essa non c’era nessuna divergenza di opinioni, non si questionò punto. Nell’Atto di unione della chiesa latina colla greca già scismatica si espresse la fede vera circa lo Spirito Santo, l’autorità del papa, il purgatorio, il pane dell’eucaristia; perchè questi erano i punti intorno ai quali prima si dissentiva. Della confessione nemmeno una parola. Si sapeva che la fede relativamente a quella non aveva mai cessato di essere la medesima pei greci e pei latini. Lo stesso deve dirsi delle trattative, degli accordi e degli atti d’unione che ebbero luogo, come in appendice ai primi, colle minori comunità orientali dei Giacobiti, degli Etiopi, ecc. Quando però si venne a trattare cogli Armeni si riconobbe che, quantunque benissimo disposti a tornare nel grembo della chiesa universale, non avevano cognizioni abbastanza chiare ed esatte intorno alle cose da credersi. Che cosa si è pensato allora di fare? Si è pensato di redigere una esposizione compendiata di tutti gli articoli della fede cristiana, valendosi per questo dei libri stessi, che si adoperavano nelle scuole teologiche.

Naturalmente in questa esposizione è contenuta l’antichissima dottrina cattolica dei sacramenti, e tra questi della penitenza, e in relazione alla penitenza della confessione. Ma qui, come è chiaro anche ad un cieco, la confessione è introdotta come il battesimo, come la trinità, come l’esistenza dì Dio, come tutte le altre parti della dottrina cristiana. Uno che dicesse: in questo atto d’unione degli Armeni, sancito nel concilio di Firenze, si parla della confessione, come parte del sacramento della penitenza, dunque il concilio l’inventa; seguitando colla medesima logica, dovrebbe dire anche, che lo stesso concilio ha inventato la trinità, l’incarnazione, il battesimo, ecc. Se il signor articolista andrà a vedere questo atto per gli Armeni nel Labbeo, che sempre cita senza mai averlo avuto in mano, troverà che nel margine dello [p. 50 modifica]stesso è indicato43, essere stata la parte dei sacramenti presa di pianta dall’opuscolo De sacramentis di S. Tommaso d’Aquino, morto nel 1274; e si persuaderà della verità di quanto dobbiamo fargli conoscere, per convincerlo che inganna il pubblico, mentre si vanta di volergli far cadere la benda dagli occhi.

«Fatalmente il famoso e gran concilio di Trento completa la confessione dichiarandola dogma di fede!»

A qualunque dei lettori che rammenti anche solo in confuso e nel loro senso generale le cose dette, deve apparire falsa questa asserzione. Quelli poi che hanno buona memoria ricorderanno pure quei fatti, quelle testimonianze da noi addotte, che la smentiscono espressamente.

A me poi, se questo discorso non fosse già troppo lungo, e non fosse affatto inutile al nostro intento, sarebbe facilissimo fare una distinta enumerazione delle cose, asserite nei canoni del concilio di Trento sulla confessione, e riscontrarle, una per una, coi più antichi insegnamenti ed usi della chiesa; e dimostrare per tal modo, come si corrispondano a cappello, e sia una minchioneria il crederle inventate di fresco. Questo concilio ha inteso soltanto di contrapporre, mettendola bene in chiaro a scanso di equivoci, a ciascuno degli errori dei novatori, la dottrina che nella chiesa è stata professata «da per tutto, sempre, da tutti».

Ma a che? Lo stesso articolista nella riga antecedente si imbroglia da sè, affermando che il concilio di Firenze «fece proclamare la confessione un sacramento istituito da G.C.». Qui abbiamo anche più del bisogno. Non esamino quello che scrive, ma lo prendo in parola. E dico: Voi ci assicurate che il concilio di Firenze, che è ecumenico, ha proclamato la confessione un «sacramento» anzi un «sacramento istituito da G. C.». Se il concilio [p. 51 modifica]l’ha proclamato, il cattolico è obbligato a crederlo tale, ossia a considerarlo di fede o, che è lo stesso, un dogma. Non è vero? O credete voi, che la parola dogma voglia dire qualche altra cosa? Sarei curioso di saperlo. Intanto vi posso assicurare di due cose. Primo, che se voi pensate che in qualche parte del concilio di Trento ci siano queste precise parole: «La confessione è un dogma di fede», in ciò vi sbagliate. Secondo, che dire che una dottrina è di fede, e dire che è un dogma è precisamente la stessa cosa. Onde voi stesso senza accorgervene, tanto siete profondo nella materia, vi siete così perfettamente smentito, che non si poteva di più.

... e chi volontariamente morisse senza confessarsi, è condannato eternamente all’inferno.

Ma dite, o teologi romani, tutti quelli che morirono prima del vostro concilio sono all’inferno? se no, perchè dobbiamo andarvi noi? forse perchè lo dite Voi? e via! è troppo grossolana!»

Perchè l’interrogazione: «Tutti quelli che morirono prima del vostro concilio sono all’inferno?» abbia un senso, è necessario supporre, e che innanzi al concilio di Trento nessuno mai si sia confessato (e non occorre di mostrare quanto ciò sia lontano dal vero), e che giusta il medesimo nessuno, che non si confessi, si possa salvare; e anche questo è perfettamente falso. Oltrechè è in contraddizione colla antecedente, pure erronea proposizione, secondo la quale la dannazione sarebbe solo per chi tralasciasse volontariamente di confessarsi.

Dunque, sig. E. P., di qui non si può scappare. O prima del vostro concilio sono all’inferno?» abbia un ha senso, o lasciate che vi si dica, che avete posto due cose, proprio l’una dietro l’altra, che fanno ai pugni; e che basta che scriviate due righe, perchè subito vi contraddiciate. È vero, che, tanto nell’un caso quanto nell’altro, non potete salvare la vostra rinomanza di gran logico: ma io non so che farci.

Non parlo poi della domanda che segue: «Se no, [p. 52 modifica]perchè dobbiamo andarci noi?» la quale non ha nessun ragionevole legame, nè col l’argomento in genere, nè colle parole precedenti. Farò invece una osservazione sull’altra: «Forse perchè lo dite Voi?». Questi Voi saranno i soliti teologi romani. Ora io dico che una simile interrogazione derisoria, quando mai, assai più ragionevolmente potrebbe essere diretta ai teologi non romani, ai dissidenti. Per questo, che essi fondano le proprie asserzioni sul criterio loro individuale. Qui sì che il Voi sarebbe, mi pare, adoperato a tempo. Non già a proposito dei teologi romani, i quali, come voi altri ne fate loro rimprovero, professano altamente che, se ammettono una cosa, lo fanno non perchè l’abbiano cavata dalla loro immaginazione, da un loro capriccio di dare a un passo staccato della Bibbia un significato piuttosto che un altro, ma solo perchè, tenendo il conto dovuto anche della tradizione costante della chiesa, che è la prova come a dire sperimentale della verità dell’interpretazione biblica astratta e soggettiva, ritengono che sia stata insegnata veramente da G. C. e dagli Apostoli.

Conchiudo quindi, che le cose «troppo grossolane», a voler esser giusti, non siamo mica noi che le diciamo.

«Preghiamo caldamente il lettore a riflettere sopra questo articolo, verificare le annotazioni e vedere se chi scrive dice la verità...»

E qui si soggiungono, non so capire il perchè, altre cose estranee affatto al presente argomento della confessione, che noi, come abbiamo avvertito fin dal principio, siamo costretti a lasciar fuori, perchè nell’Appendice44 non ci sta più altro. L’articolo poi finisce così:

«Dunque vi potete figurare quale sorpresa ci fece il sentire Voi a calunniarci! ma continuate pure, noi continueremo ad anatomizzare e dica pure chi sentesi capace [p. 53 modifica]a smentire le nostre asserzioni, e noi non avremo paura. E tutto questo sia detto fra noi senza adirarsi!»

Non si può negare che la conclusione non sia degna dell’articolo. Noi (teologi romani, impostori e senza logica) siamo tanto perversi, che non possiamo stare, se non calunniamo il povero sig. E. P. Ma egli non ha paura, fidente nella sua scienza, nella sua erudizione, nella sua logica, nella sua lealtà, superiore ad ogni eccezione. Anzi ci sfida e ci provoca. E sicuro, che nessuno di noi avrà l’ardire di muoversi e di affrontarsi con un suo pari, si rivolge trionfante al lettore, e lo invita: a riflettere sull’articolo, a verificare le annotazioni, a vedere se dice la verità».

Ma ahimè, signor Pettoello! Vi hanno preso in parola. Hanno riflettuto sull’articolo, e si sono accorti che è pieno zeppo di idee confuse ed erronee, di asserzioni insussistenti e contradditorie. Hanno verificato le annotazioni, coma voi le chiamate, e hanno trovato che sono, o false di pianta, o atte solo a provare il contrario. Ed hanno conchiuso che, come avete ragionato male e li ingannate col più grande sangue freddo del mondo in un incontro, così è possibile, anzi molto verosimile, che li inganniate anche negli altri; sicchè non sia necessario, per aver tutta la ragione di negarvi fede, di rifare sempre l’esame lungo e faticoso, che questa volta ci siamo compiaciuti di fare.

In queste osservazioni, come il lettore avrà veduto, io mi sono occupato unicamente delle precise parole dell’articolo sulla confessione inserito nel N. 181 della Favilla. Dichiaro che qualunque scritto in proposito di esse, che non trattasse, allo stesso modo, precisamente delle cose che vi asserisco, e divagasse invece su altre che vi avessero solo più o meno relazione, lo considererò di nessun valore, e ne farò lo stesso conto, come se non esistesse.

Note

  1. Vedi Reunadot, Perpétuité etc., Parigi, 1781, t. V. l. 3, c. 3 e seg, e l. 4, c. 1 e seg., pag. 167 e seg. 230 e seg.
  2. Ediz. 2, Newcastle 1810, Capo VII, pag. 200 e seg.
  3. Vedi p. e. Mazzarelli op. Firenze 1822, tom. IV, Tosi, Trattato sulla perpetuità della fede e della pratica della confessione sacram. nella chiesa catt., Milano 1854, ecc.
  4. Vedi lo stesso Socrate citato dall’articolista, lib. 5 della sua Storia Eccl. c. 19.
  5. Lib. 7. cap. 16.
  6. Vedi Storie eccl. di Socrate e Sozomeno, Torino 1747, tom. II, pag. 262.
  7. Omel. 2 sul salmo 37 num. 6.
  8. «Saranno rimessi i peccati di quelli ai quali voi li rimetterete; saranno ritenuti i peccati di quelli ai quali voi li riterrete». Evang. di S. Giovanni, c. XX, v. 23.
  9. Vedi Omelia 3 sull’epist. agli Efes. e Omelia 3 sopra Saulle.
  10. All’anno 459 § XX. Non mi ricordo con qual numero sia segnata nella raccolta delle lettere di S. Leone.
  11. Vedi nell’ed. del Grisostomo di Venezia 1734-41 il tomo II, pag. 663 B.
  12. Vedi p. e. Om. 9 n. 6 e 30 n. 1 sulla Genesi — Oraz. 3 n. 4 contro i Giudei — Om. 4 della croce e del ladrone — Om. 34 n. 3 sopra S. Giovanni — Om. 4 delle statue — Om. 6 n. 4 e 5 sulla lettera agli Ebrei — Lib. II 3 e 4, lib III 5 e 6 del sacerdozio.
  13. pag. 322 del tomo XI della recente Raccolta dei padri latini stampata a Parigi dal Migne. Chi volesse vederla, c’è nella biblioteca del nostro seminario.
  14. Omel. sul salmo 31, tom. V dell’ediz. citata, p. 341
  15. Matt. c. X, v. 32.
  16. Cap. XVIII, v. 18.
  17. Patrol. Migne, t. 9, c. 1021 n. 8.
  18. Patrol. Migne, t. 16, col. 507, n. 40.
  19. Patrol. Migne, t. 14, col. 40, n. 39.
  20. Vedi Labbeo, Atti dei concilii, Parigi 1614-15, t. III, col. 391 e seg.
  21. Vedi Labbeo II, c. 1434.
  22. Vedi Labbeo I, c. 247 e seg.
  23. Vedi Labbeo III, col. 381.
  24. Vedi Labbeo, op. citata, tomo IV, col. 1026.
  25. Labbeo, come sopra, col. 1036.
  26. Patrol. del Migne, Parigi 1851, tomo 100, col. 339, B.
  27. Questo punto, circa l’infallibilità, è richiamato al N. III, nella Polemica con la Gazzetta dell’Emilia — (Il liberalismo, di R. Ardigò). (Nota dell’Ed.)
  28. Patrol. Migne, tom. 132, c. 212 B.
  29. Patrol. Migne, c. 285 D.
  30.      Id.     id.     tom. 138, col. 503. D.
  31.      Id.     id.     t. 144, col. 834, C.
  32.      Id.     id.     t. 158, col. 738, A.
  33. Patrol. Migne, t. 157, col. 199 n. 251.
  34. Storia univers., t. II, capo 9.
  35. Storia delle crociate, Lipsia 1807-32.
  36. Storia degli Hohenstaufen, Lipsia 1824-26, t. III, p. 306.
  37. Amburgo, 1836-38, trad. Milano, 1839.
  38. Vedi Labbeo, ed. di Parigi 1714, t. VII dalla col. 1 alla 86.
  39. Vedi col. 987. del vol. citato.
  40. XX, 23.
  41. XVIII, 18.
  42. Labbeo, t. VII, c. 35.
  43. Labbeo, Parigi 1714, t. IX, col. 438. D.
  44. Il foglio in forma di Appendice, distribuito colla Gazzetta di Mantova, sul quale furono stampate la prima volta queste osservazioni. (Nota dell’Ed.)