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Sentite che ggnàcchera

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Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti del 1843

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SENTITE CHE GGNÀCCHERA.[1]

     Io me ne vado dunque in Datarìa.
Me presento a un abbate: “Abbia pascenza,„
Dico, “vorìa du’ righe de liscenza,
Pe’ sposà mmi’ cuggina Annamaria.„[2]

     Disce: “Fijjolo, si[3] chiama dispenza.„
“Basta,„ dico, “sia un po’ cquer che sse sia....„
Disce: “E ir zuo nome?„ Dico: “Er mio? Tobbia.„
“E ir casato com’è?„ “Schiatti, Eccellenza.„

     “Ggià llei,„ disce, “lo sa:[4] ppe’ li cuggini
Ci vò sseiscentonovantotto scudi,
Quarantasei bbajocchi e ttre cquadrini.„[5]

     Figuret’io come me fesce in faccia!
Io credevo tre ggiuli[6] iggnud’e ccrudi
Com’er permesso p’er fuscil da caccia.

6 agosto 1843.

Note

  1. ↑ [Sentite che nacchera, che bagatella!]
  2. ↑ [È noto che nell’uffizio della Dateria si spediscono tra le altre dispense quelle per matrimonio tra parenti; le quali tanto più costano, quanto è più stretto il grado di parentela che lega gli sposi e quanto più sono ricchi; benchè talvolta per intercessione di persone influenti si faccia grazia di una parte della tassa.]
  3. ↑ [Dice si, ir zuo nome, ci, invece di se, er zu’ nome, ce, perchè affetta il linguaggio civile dell’abate.]
  4. ↑ [Questo Ggià llei lo sa fa dell’abate un vero maestro di furberia mercantesca.]
  5. ↑ [Il bajocco era la centesima parte dello scudo; il quadrino la quinta parte del bajocco.]
  6. ↑ [Trenta bajoccchi, poco più d’una lira e mezzo delle nostre.]