Sermone (Foscolo)
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SERMONE.[1]
Pur minacciavi: all’imminente danno,
Orator del Congresso,[2] or più non guardi?
In te la patria o l’eloquenza dorme. –
L’eloquenza non so: m’è il cor maestro;
5Ma del presente io gemo, e nel futuro
Vivo talor: perch’io mi taccia, ascolta.
Canta il Meonio, e tu, Plato,[3] con lui
Credevi, e se credean l’età romane,
Che quando un animal bipede implume
10Restituiva alle vicende eterne
Della materia il sangue algente e l’ossa,
Le sue voci supreme erano voci
Che le più vere non vendea Dodona,[4]
Nè Vate minacció. Ma poichè a Pluto
15Rapi l’elisio tribunal Satáno,
E ch’ei detta a’ morenti i codicilli,
Rare son l’agonie vaticinanti,
Rare; nè credo che Cassandra e il lauro[5]
Respiri mai sul labbro a quanti or dànno
20Il novissimo vale all’universo;
Com’io non credo che ogni Greco all’Orco
Divinando scendesse. Unico nume
In noi parla l’ingegno: ov’ei si taccia,
Nè saggio vivi, nė morrai profeta.
25Cecropida e Quirite, incliti nomi![6]
Tu a Pericle spremevi ampio oliveto:
Tu stempravi al Felice e a’ suoi trecento
Nuovi coscritti col tuo sangue i rosei
Unguenti di Cirene;[7] e tu potevi,
30Giumento ai vivi, andar Sibilla a Dite?
Vulgo fu sempre il vulgo: era l’aratro
E il pane e il boja, e sono, e saran sempre
Vostri elementi: uom cieco accatta e passa. —
— Ugo, dove saetti oggi la punta
35Di tue sentenze? — A questo: eran profeti
Molti, Giove imperante; oggi a taluno
Non sempre è dato dir: Batti ed ascolta;[8]
Chè ove è mannaja, non bisognan verghe.
Io mi vivrò uditor pitagoréo:[9]
40Poi, cigno o corvo, io mi morrò cantando.
- Ambagi! — Oh te beato! e non ti cuoci
Se non le intendi. Or mi t’accosta, e premi
Così l’orecchio al labbro mio, che Brera,[10]
Mercato d’arti belle e di scienze,
45Nė prete, nė scudier valga ad udirmi.
Bello egli è dir: Salva è la patriaĵ; salva
Ell’è da noi, che la canzon maligna[11]
Udimmo dal poeta, e la svelammo
A chi sorveglia i pubblici scrittori!
50— Ahi, Sfinge! — Eccoti Edìpo. Il Sol dorava[12]
Le giubbe del Lione in Orïente;
E le piante, e le fere, e l’operosa
Umana prole un bello inno mandava
A quella diva luce. Or come venne
55A sommo il cielo, fulminava raggi
Tanto superbi, che animanti ed aure
E la terra in altissimo spavento
Stettero. Solo si rivolse in lui
L’immortal Prometéo, se vera è fama,[13]
60Per pietà de’ viventi, e si gli disse:
Sempre l’alterna vita alle mortali
Cose dispensi, o Sole, e regni immoto;
Ma non sempre all’umano occhio ti mostra
Quel radïante d’astri e di pianeti
65Padiglion dell’Olimpo. I nembi e gli euri,
L’etere rapidissimo inondando,
I nembi assisi sulle alpi, e il fumante
Vecchio Oceáno, a cui son dighe i cieli,
Spesso i sentieri al nostr’aere t’usurpano.
70Muojono i dardi tuoi sul gelo antico
D’Atlante, e dove inviolate guarda
Negli antri le sue prime ombre la Notte.
Cosi ordinò quell’armonia che i mondi
Libra ne’ campi aërei, e l’universa
75Mole e l’eternità volve de’ tempi.
Chè ti rota sul capo altro pianeta,
Che è Sole a te, che al raggio tuo permette
La metà della terra, e t’addormenta
L’altra nel peplo della Notte ombrosa.
80Or troppo splendi: e sempre, e dappertutto
Arderà il mondo? Europa e le sorelle
A te non manderan voti e l’incenso
Mattutino dei monti; a te le selve,
Agitate dall’aure occidentali,
85Non pasceran nè molli ombre, nè canto
D’augei; non suoneran giù per le valli
Riscintillanti del tuo raggio l’onde;
I deserti di Libia invaderanno
Quanta è la terra, e avran confine i mari.
90Vere cose parlavi, o Prometéo;
Ma il tuo fato immortale a te non dava
Scampar dall’ira de’ Celesti sotto
Le grand’ale di Morte. Il generoso
Cor che nutrire il suo dolor non seppe,[14]
95Al ministro d’Olimpo or pasce il rostro.
Quando il mio sangue innaffierà con onde
Rare e stagnanti il cor, nè più la Speme
M’adescherà la vita a nove cure,
Squarcerò quel regal paludamento
100Che tanta piaga or copre: e la mia voce
Volerà ovunque l’idïoma suona
Aureo d’Italia, allor ch’io sarò in parte
Ove folgore d’aquile non giunge;
Ch’or mi torrebbe al mio fratello, inerme
105D’anni virili, e a lei che nel suo grembo
Scaldò l’ingegno mio, sicchè la fredda
Povertà non lo avvinse: oggi canuta,
E sull’avello de’ congiunti assisa,
Del latte che mi porse aspetta il frutto.
Note
- ↑ Questo componimento in dialogo fra un Amico e il Poeta sembra che fosse dettato sulla fine del 1805. Lo pubblicò primo il signor Achille Mauri nel 1837.
- ↑ Allude alla Orazione al Buonaparte pei Comizj di Lione.
- ↑ Omero pone in bocca di Patroclo morente la predizione della morte d’Ettore: e Socrate vicino a morte, secondo Platone, predice l’avvenire a’ suoi giudici.
- ↑ Fu celebre nell’antica Grecia l’oracolo di Giove nella sacra foresta di Dodona.
- ↑ La trojana Cassandra fu profetessa famosa. I vaticinanti, presso gli antichi, masticavano le foglie dell’alloro: quindi si trova nei poeti cibarsi delle frondi del lauro per significare d’esser dotato di spirito profetico. Così Tibullo, lib. 2.
- ↑ Gli Ateniesi discendenti da Cecrope; i Quiriti, o Romani, da Quirino o Romolo. — L’Attica era assai ferace d’ulivi, ed in Atene anche i primi cittadini negoziavano d’olio. Quindi il Poeta dice che gli Ateniesi, con tutta la boria della loro origine da Cecrope, pure sopportavano di essere signoreggiati da Pericle, che intanto aumentava i suoi mezzi di corruzione anche col mercantare l’olio della sua patria; come i Romani, soggiacendo alla tirannide del Felice (Silla) o de’ suoi satelliti da lui assunti al senato, pareano godere di esser materia adatta a servire ai piaceri di costui: perciò l’an popolo e l’altro, divenuto branco di giamenti sotto quegli oppressori, non poteva aver più in sè la forza e la virtù di annunziare il vero nò in vita, nè in morte.
- ↑ La città di Cirene sulla costa d’Affrica era celebratissima per la sua essenza di rose.
- ↑ Sono le parole con le quali Temistocle fece vergognare Euribiade di averlo percosso, perchè gli diceva una verità. Ma il Poeta vuol significare che, ai tempi a cui si riferisce questo suo componimento, se taluno avesse avuto anche la nobile costanza di Temistocle, non avrebbe potuto far udire la verità; e tanto più perchè alla verga era stata sostituita la mannaja. — La completiva civiltà posteriore ha adottato più sapientemente verga e mannaja.
- ↑ Gl’iniziati alla scuola di Pitagora dovevano serbare il silenzio per lungo tempo.
- ↑ Punge la congrega dell’Istituto di Brera in Milano, alla quale presiedeva il conte Giovanni Paradisi.
- ↑ Il signor Achille Mauri crede che per la canzon maligna debba intendersi l’Ode alla Verità, una delle giovanili del Foscolo; ma a noi ciò non sembra probabile, poichè essa fu pubblicata fino dal 1796 nel tomo 4 dell’Anno poetico. Crediamo invece che debba intendersi in senso generico di qualunque poeta e di qualunque poesia non adulante il potere assoluto. Del resto, qui il Poeta sembra presentire ciò che poi gli avvenne circa all’Ajace.
- ↑ È noto che la Sfinge proponeva oscuri quesiti ai Tebani, e che Edipo, per averli interpretati, acquistò il regno di Tebe.
- ↑ Prometeo è tipo presso i mitologi degli zelatori dell’umano miglioramento. Tutti sanno il premio ch’ei n’ebbe; ma non perciò l’altare di questo nume fu e sarà mai, speriamo, senza sacerdoti e senza ghirlande.
- ↑ Chi soffre in silenzio il suo dolore lo alimenta: chi ne favella lo consuma. Ma è di pochi nutrire il dolore.