Sonetti romaneschi/Er gioco der lotto

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Er gioco der lotto

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Er gioco de calabbraga Devozzione pe vvince ar lotto

 
     M’è pparzo all’arba de vedé in inzògno,
cor boccino in ner collo appiccicato, 1
quello che glieri a pponte 2 hanno acconciato
co ’no spicchio d’ajjetto in zur cotogno. 3
              5
     Me disceva: «Tiè, Ppeppe, si 4 hai bbisogno»;
(e ttratanto quer bravo ggiustizziato
me bbuttava du’ nocchie in zur costato):
«sò ppoche, Peppe mio, me ne vergogno».
              
     Io dunque ciò ppijjato oggi addrittura
10trentanove impiccato o cquajjottina,
dua der conto, e nnovanta la pavura. 5
              
     E cco la cosa 6 che nnemmanco un zero
ce sta ppe nnocchie in gnisuna descina,
ho arimediato cor pijjà Nnocchiero.


19 agosto 1830 - De Peppe er tosto


Note

  1. Col capo ricongiunto al collo artificialmente.
  2. «Ponte Sant’Angiolo», uno de’ luoghi ordinarii per le esecuzioni.
  3. Cotogno, cioè «testa». «Spicchio d’aglietto», d’aglio, ironia di «mannaja»
  4. Se.
  5. Questi numeri si cercano nel così detto Libro dell’Arte, dove è come un dizionario di nomi accanto ad altri numeri giuocabili.
  6. E pel motivo.