Sonetti romaneschi/La golaccia

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La golaccia

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La bbellezza III Er zor Giuvanni Dàvide I

 
     Quann’io vedo la ggente de sto Monno,
che ppiú ammucchia tesori e ppiú ss’ingrassa,
piú2 ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
compaggna ar mare, che nun abbi fonno,
              5
     dico: oh mmandra de scechi,3 ammassa, ammassa,
sturba li ggiorni tui, pèrdesce4 er zonno, 5
trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
cor farcione6 e tte stronca la matassa. 7
              
     La morte sta anniscosta8 in ne l’orloggi;
10e ggnisuno pò ddí:9 ddomani ancora
sentirò bbatte10 er mezzoggiorno d’oggi.
              
     Cosa fa er pellegrino poverello
ne l’intraprenne11 un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello.


27 ottobre 1834


Note

  1. L’avidità.
  2. Che, quanto più ammucchia tesori e s’ingrassa, tanto più, ecc.
  3. Ciechi.
  4. Pèrdici.
  5. Il sonno.
  6. Col falcione.
  7. Tutti i progetti, i disegni, ecc.
  8. Nascosta.
  9. Nessuno può dire.
  10. Battere.
  11. Nell’intraprendere.