Sonetti romaneschi/Le maggnère che ttúfeno

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Le maggnère che ttúfeno

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L'amiscizzia der monno Er modello

 
     No; ssi ffussi venuto, disce:2 «Nino, 3
m’impresti un giulio? m’arigali un grosso?»,
io je lo davo; perch’io, quanno posso
fà un zervizzio,4 lo fo, ssor Giuacchino.
              5
     Ma cquer véde5 uno che tte zzompa6 addosso,
disce: «Sscirpa,7 per dio!, cqua sto lustrino», 8
che sserve?,9 io me sce sento un rosichino 10
che staría quasi pe sputacce11 rosso.
              
     Guarda che bbell’usanze bbuggiarone!
10Protenne12 li quadrini da la ggente
senza chièdeli13 prima co le bbone!
              
     Una vorta st’azzione14 da villani
l’usaveno du’ sceti15 solamente:
l’assassini de strada e li sovrani.


11 giugno 1837


Note

  1. Le maniere che spiacciono.
  2. Se fosse venuto e avesse detto.
  3. Giovanni.
  4. Fare un piacere.
  5. Ma quel vedere.
  6. Ti salta.
  7. Vedi la n. del Son...
  8. Mezzo paolo d’argento.
  9. In poche parole, insomma, assolutamente, ecc.
  10. Stizza.
  11. Starei quasi per sputarci.
  12. Pretendere.
  13. Chiederli.
  14. Queste azioni.
  15. Due ceti.