Sonetti romaneschi I/La piggion de casa

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La piggion de casa

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Li ventiscinque novemmre L’Omo


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LA PIGGION DE CASA


 
     Nun pôi1 sbajjà ssi vvôi.2 Cquà ssu la dritta,
Ner comincio3 der vicolo de Bbranca,
Doppo tre o cquattro porte a mmanimanca 4
Te viè5 in faccia una pietra tutta scritta.
              
     Svorta er collo tra ll’oste e ll’artebbianca 6
E ppropio attacc’a cquella casa sfitta
Llí a ppianterreno sciabbita er zor Titta 7
Er barbiere a l’inzeggna de la scianca. <ref>

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LA PIGGION DE CASA


I barbieri de’ luoghi meno civilizzati di Roma usano ancora la vecchia insegna di una gamba in salasso, dinotante la flebotomia, al cui esercizio erano essi obbligati, cosa che va cadendo in disuso. </ref>
              
     L’hai capito mó adesso indove arresta? 8
Bbe’, ddomatina tu vvàcce a cquest’ora,
Ché ll’ora lui de nun trovallo è cquesta.
              
     Di’: “Cc’è zor Titta?„ “No„. Tu ddijje allora:
“Disce zia che a ppagà viè st’antra9 festa 10
Ché gglieri11 lei lo rifasceva fora„.12


Roma, 19 novembre 1831 - Der medemo


  1. Non puoi.
  2. Se vuoi.
  3. Principio.
  4. A mano manca.
  5. Ti viene.
  6. Venditore di minestre ed altri minuti.
  7. Ci abita il signor Giovan Battista.
  8. Resta.
  9. Altra.
  10. Le pigioni dell’infimo popolo si pagano per solito settimanalmente; e gli stessi inquilini si recano a soddisfarle nelle domeniche, giorni per essi di libertà non solo, ma di maggior facoltà per gli stipendi esatti il sabato sui loro mestieri. Di più, questa frequenza di pagamenti in piccole frazioni riesce insieme ai locatori di maggior facilità, ed ai locatori di minor rischio.
  11. Ieri.
  12. “Ella lo credeva assente di bel nuovo„. È frase altresì d’ingiurioso equivoco, esprimendo anche l’atto del recere.