Sonetti romaneschi II/Er cane furistiero

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Er cane furistiero

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ER CANE FURISTIERO


 
     Sete voi la padrona de cuer cane
Che vviè a mmagnà l’avanzi cquà dall’oste
E scrope1 li tigami, e arrubba er pane,
E ssi sse caccia via sarta2 a le coste?
              
     Duncue da parte sua v’ho d’avvisane
Che sta bbestia je svia tutte le poste,
E pportassi3 per dio cento collane
Er mi’ padrone je vo ddà le groste. 4
              
     E aricurrete poi, sora paìna, 5
Cuann’er cane è slombato in su la piazza,
Ar giudice Accemè de la farina. 6
              
     Voi ggià rrugate perché ssú a Ppalazzo
Ciavete7 er sor Ennenne,8 ché pper dina
Tra ccani nun ze mozzicheno
=== no match ===
un cazzo.


22 gennaio 1832 - De Pepp’er tosto


Note

  1. Scopre.
  2. Salta.
  3. Portasse.
  4. Dar le groste: battere.
  5. Azzimata.
  6. Qui, tra per ischerno ed ignoranza, colui che parla confonde il giudice A. C. Met., cioè l’uditore della camera stesso, Auditor Camerae Met., e l’altro della farina, magistrato in oggi a Roma non esistente, ma al quale per derisione si esortano a ricorrere coloro che non troverebbero giustizia altrove sulle loro querele.
  7. Ci avete.
  8. Questo nome di Ennenne è tratto dai due protogrammi N.N. che si pongono, scrivendo, nel luogo che dovrà occupare un nome personale.