Sonetti romaneschi II/Er coronaro

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Er teatro Pasce Le capate


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ER CORONARO


 
     Ma cche tte vai freganno1 vemmarie
E ppaternostri pe infilà ccorone!
Passò cquer temp’Enea der re ddidone:
Oggi è ttempo d’uprí fforni e osterie.
              
     Da quanno ch’è vvienuto Napujjone
Uffizzioli, rosari e llettanie
Le donne l’hanno mess’in d’un cantone
E nun penzeno ppiù cc’a cciafrerie. 2
              
     Fiori, occhiali, smanijji, orloggi, anelli,
Pennenti, farpalà, ppettini, veli,
Fittuccie, e ccappelloni com’ombrelli.
              
     Senza statte a ccontà3 ttutti li peli,
Che ssò de li paini poverelli
Che mmoveno a ppietà li sette sceli.


10 gennaio 1832 - De Pepp’

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er tosto


Note

  1. Qui nel senso di “fare„.
  2. Bagatelle.
  3. Contare per “numerare„; poiché per “narrare„ dicesi dai Romaneschi solamente raccontare.