Sonetti romaneschi II/Er discissette ggennaro

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
La mediscina sbajjata La santa Messa


[p. 326 modifica]


ER DISCISSETTE GGENNARO


 
     Nostròdine1 cor zanto Madrimonio 2
Sem’iti a vvisità Ssanta Pressede, 3
E ddoppo a Ssammartino,4 e ddoppo a vvede 5
A bbenedí le gubbie a Ssant’Antonio. 6
              
     Er prete era cuer pezzo de demonio 7
De don Pangrazzio, e stava in cotta in piede
A aspettà cco l’asperge8 che la fede
Je portassi le bbestie ar mercimonio.
              
     Porchi, somari, pecore, cavalli,
S’aïnaveno9 tutti in una turma,
Pieni de fiocchi bbianchi, e rrossi e ggialli.
              
     E ddon Pangrazzio, fascenno10 una toppa 11
De quadrini, strillava a cquella sciurma: 12
“Fijji, la carità nnun è mmai troppa„.


Roma, 8 gennaio 1833 - Der medemo


Note

  1. Noi. Miòdine, vuol dire “io„; vostròdine, “voi„; er zor òdine, “egli„.
  2. Con la moglie.
  3. Chiesa sull’Esquilino, sopra le Terme di Novato, nell’antico Vico Laterizio.
  4. S. Martino, altra chiesa elegantissima, contigua alla predetta.
  5. Vedere.
  6. Notissima benedizione di bestie, con retribuzione di candela ed elemosine in numerario.
  7. Pezzo-di-demonio: uomo grande e grosso.
  8. Aspersorio.
  9. Ainarsi: affrettarsi ansiosamente.
  10. Facendo.
  11. Cumulo.
  12. Ciurma.