Sonetti romaneschi II/Er lupo-manaro

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L'ammalorcicato Li mortorj


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ER LUPO-MANARO


 
     ’Na notte diluviosa de ggennaro
A Ggrillo er zediaretto a Ssan Vitale
Tutt’in un botto j’ariprese er male
Dell’omo-bbestia, der lupo-manaro.
              
     Ar primo sturbo, er povero ssediaro
Lassò la mojje e ccurze2 pe le scale,
E ssur portone diventò animale,
E sse n’aggnede3 a urlà ssur monnezzaro. 4
              
     Tra un’ora tornò a ccasa e jje bbussò;
E cquela sscema, senza dí cchi è,
Je tirò er zalissceggne,5 e ’r lupo entrò.
              
     Che vvòi! appena fu arrivato sú,
Je s’affiarò6 a la vita, e ffor de sé
La sbramò7 ssenza fajje dí Ggesú.8
              
     15Lui je lo disse: 9 “Tu
Bbada de nun uprí, ssi nun te chiamo
Tre vvorte, ché ssi nnò; Rrosa, te sbramo„.
              
     Cuanno aveva sto ramo 10
D’uprì, ppoteva armanco 11 a la sicura
20dajje una chiave femmina addrittura. 12


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Roma, 15 gennaio 1833


Note

  1. Male di convulsioni, vero o finto che sia.
  2. Corse.
  3. Andò.
  4. Immondezzaio.
  5. Saliscendo.
  6. S’avventò.
  7. Sbranò.
  8. Senza che ella potesse far parola.
  9. L’avvisò.
  10. Capriccio.
  11. Almeno.
  12. Questo è il rimedio prescritto dalle donne: dare in mano al lupo una chiave femmina. Tutto il sonetto è una fedele esposizione di quanto vuolsi accadere su questo oggetto.