Sonetti romaneschi II/Er marito stufo I

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Lo scozzone Er marito de la serva


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ER MARITO STUFO I


 
     Un giorn’o ll’antro che pper dio sagrato
Me zompeno le verginemmaria, 1
Pijjo er cappello e mme ne vado via,
E mme do a la Pilotta2 pe ssordato.
              
     E ddoppo disce, perché stai ’nciuffato! 3
Si ffussi un’antro in de li panni mia,
Te vorebbe lavà ssenza lesscia 4
Cuer cucuzzone5 sempre impimpinato. 6
              
     Oh ttiramola via sta carrozzetta:
Ridi che inzin che ddura fa vverdura; 7
Ma nun curatte8 de vedé la stretta.
              
     Tu mme voressi vede in zepportura:
Ma io, monta cquà ssú, ppijja sta fetta: 9

=== no match ===
Propio l’hai trovo l’hai chi sse ne cura.


22 gennaio 1832 - Der medemo


Note

  1. Mi salgono i fumi, mi montano le creste, ecc.
  2. Sulla Piazza della Pilotta è la Congregazione Militare.
  3. Ingrugnato.
  4. Lisciva, ranno.
  5. Testa.
  6. Acconciato.
  7. Modo proverbiale.
  8. Non ti curare.
  9. Dicendo le due precedenti frasi, si batte colla mano destra sul braccio sinistro, il quale deve correre anch’esso contro la mano: gesto un po’ turpe.