Sonetti romaneschi II/L'ammalorcicato

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Li padroni de Cencio Er lupo-manaro


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L'AMMALORCICATO


 
     Ma ccome ha da stà bbene, sciorcinato, 2
Cuanno, per cristo, è bbestemmio3 dar vino?
Ognicuarvorta che nun va appoggiato
Casca si ll’urta un’ala d’un moschino.
              
     Ha le grandole4 gonfie, è accatarrato,
Nun tiè mmanco ppiú un pelo in ner cudino,
Campa de melacotte e ppangrattato,
E sta ppiú ssecco che nnun è un cerino.
              
     Avess’io la patacca5 de dottore,
Lo metterebbe6 ar zugo de la bbótte,
Pe ffallo7 aringrassà ccome un ziggnore.
              
     Vorrebbe imbriacallo ggiorno e nnotte,
Ché dd’incaconature8 nun ze more:
E jje direbbe9 poi: “Vatte a fà fotte„.10


Roma, 14 gennaio 1833


Note

  1. Il malaticcio.
  2. Poverino.
  3. Astemio.
  4. Glandole.
  5. Patente.
  6. Metterei.
  7. Farlo.
  8. Ubbriacatura.
  9. Direi.
  10. Va’ là.