Sonetti romaneschi II/La cojjonella

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La cojjonella

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Er bracco rinciunciolito Le Case


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LA COJJONELLA


 
     Nun passa vorta ch’io nun ciariscoti 2
Sparpaggnàccole3 e rraschi a bbocche piene.
Bbisogna che sse penzino sti sscioti 4
Ch’io sce tienghi la mmerda in de le vene.
              
     E nun vonno capí, ccestoni5 vòti,
C’un giorno o ll’antro c’a ste bbelle sscene
Me se scuajjeno, cristo, li sceroti, 6
Bbutto capezza,7 e mme ne vedo bbene.
              
     Fremma ne vojjo avé, ma er troppo è ttroppo:
E già ho ffatto capasce8 er mi’ curato
Che sta fregna9 finisce co lo schioppo.
              
     Lasseli divertí, per dio sagrato!
Cent’a lloro un’a mmé: ma o pprima o ddoppo
S’hanno d’accorge ar brodo si è stufato.10

no match[modifica]

Roma, 7 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Il dileggio.
  2. Ci riscuota.
  3. Un tal suono prodotto al fiato che, spinto dalla lingua verso i labbri, li fa violentemente aprire tremolando l’uno sull’altro. È tenuto per segno di spregio o di beffe.
  4. Stolidi.
  5. Teste.
  6. Squagliarsi i cerotti, vale: “perder pazienza„.
  7. Mi sfreno, lascio i riguardi.
  8. Ho persuaso.
  9. Abitudine molesta; insulto; avvenimento spiacevole, ecc. ecc.
  10. Vedranno agli effetti qual è la causa, ecc.