Sonetti romaneschi II/La lègge

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Dommine-covàti Lo sposo protennente

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LA LÈGGE


 
     La lègge a Rroma sc’è,2 ssori stivali:
Io nun ho ddetto mai che nun ce sia:
Ché er Governo ha ttrescent’una scanzia
Tutte zeppe de bbanni-ggenerali. 3
              
     E mmanco vederete caristia
D’abbati, monziggnori e ccardinali
Giudisci de li sagri4 tribbunali,
Da impiccavve5 sur detto d’una spia.
              
     La mi’ proposizzione è stata questa,
C’un ladro che ttiè a mmezzo chi ccommanna
E ccià6 donne che ss’arzino la vesta,
              
     Rubbassi7 er palazzon de Propaganda, 8
Troverete er cazzaccio9 che l’arresta,
Ma nun trovate mai chi lo condanna.


8 aprile 1834


Note

  1. Pronunziata colla e larga, come leggo da leggere.
  2. Ci è: c’è.
  3. Co’ bandi-generali, leggi effimere e di circostanza, consistenti in una farragine di fogli affissi in varii secoli e sotto varii costumi, si è sino ad ora giudicato in materia criminale. L’arbitrio vi si trovava come nel suo proprio regno. Oggi però è stato pubblicato un cosí-detto Codice criminale, i di cui beneficii si potranno riconoscere dal tempo e dalle correzioni.
  4. Qui tutto è sagro, anche il tribunale che condanna a morte.
  5. Impiccarvi.
  6. Ci ha, per semplicemente “ha„.
  7. Se rubasse anche.
  8. La decana delle Propagande europee.
  9. Lo stolido, il semplice.