Sonetti romaneschi II/La mmaschera

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Li Ggiudii de l'Egitto Er motivo de li guai


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LA MMASCHERA


 
     Sibbè cche in vita sua cuann’ebbe er pranzo
Mai nun potessi arimedià dda scena,
È stato sempre una gran testa amena,
E nn’ha avute de bbuggere1 d’avanzo.
              
     Oggi ch’è bbiocco2 e nnun pò ffa ppiú er ganzo, 3
Dà in cojjonella4 e nnun ze mette in pena;
E ’ggnicuarvorta che sse sente in vena
Pe ffanne delle sue trova lo scanzo.
              
     Ggiuveddí ggrasso5 sto gallaccio vecchio
Co ccerti scenci che jje diede un prete
Se vestí dd’abbataccio mozzorecchio. 6
              
     Eppoi se messe un specchio ar culiscete
Co ste parole cqui ssott’a lo specchio:
Ve tiengo a ttutti indove ve vedete.


Roma, 17 dicembre

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1832 - Der medemo


Note

  1. Originalità, stravaganze.
  2. Vecchio.
  3. L’amoroso.
  4. Dà in baie.
  5. Il giovedì fa gli ultimi otto giorni del carnevale, solo periodo in cui sono a Roma permesse le maschere.
  6. Suole il popolaccio amare appassionatamente una certa foggia di maschera imitante alcuanto il procuratore forense: e con un gran libro nelle mani vanno spargendo spropositi e frizzi. Così contraffanno il medico e il conte, l’uno asino, l’altro orgoglioso.