Sonetti romaneschi II/La particola

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L'ojjo santo Caster-Zant'-Angelo I


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LA PARTICOLA


 
     Avess’inteso quelo storto cane
Che sse messe l’antr’anno er collarino
Come spiegava chiaro er Belarmino, 1
J’averessi sonato le campane.
              
     “Nun te fidà ddell’occhi e dde le mane,„
Disceva a un regazzetto piccinino:
“Quello che ppare pane nun è vvino,
Quello che ppare vino nun è ppane.
              
     Cos’è la riliggione senza fede?
Sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,
E mmette2 un fiasco senza vesta in piede.
              
     Pe’ cquesto, fijjo, quer che vvedi e ssenti
È inganno der demonio, e nnu’ lo crede. 3
Quelli so’, fijjo mio, tutti accidenti.„


5 gennaio 1832 - Der medemo


Note

  1. La dottrina cristiana del cardinal Bellarmino.
  2. Mettere.
  3. Non crederlo.