Sonetti romaneschi II/La santissima Ternità

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La santissima Ternità

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Er galantomo II Lo stizzato


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LA SANTISSIMA TERNITÀ


 
     “’Gni cosa ar monno ha er zu’ perché, ffratello„,
Me disse marteddí Ffrà Ppascualone:
“li ggiudii adoraveno un vitello,
Noi un boccio,2 una pecora e un piccione.
              
     Er boccio è ’r Padreterno cor cappello,
Che nnascé avanti all’antre du’ perzone;
E Ccristo è la figura de l’agnello,
Che sse fesce scannà ccome un cojjone.
              
     E ’r piccione vò ddí che ttanto cuanto
Che la gabbia der crede ce se schioda,
Addio piccione, addio Spiritossanto.
              
     E allora sti dottori de la bbroda
Currino appresso a mmetteje cor guanto
Un pizzico de sale in zu la coda„.3

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In vettura, da Terni e Narni, Der medemo - 12 novembre 1832


Note

  1. Trinità.
  2. Vecchio.
  3. Cosa che si diceva a’ fanciulli per ischerzo, allorché vogliono avere uccelli liberi. “Allorché gli avrai messo un poco di sale sulla coda, quell’uccello non si muoverà più„.