Sonetti romaneschi II/Le cose perdute

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Er codisce novo Li parafurmini I


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LE COSE PERDUTE


 
     Ebbè?, pperché tte sei perzo1 l’anello
De tu’ cugnata fai tanto fracasso!
Eh ddi’ er zarmo cqui abbita,2 fratello,
Che sse venne stampato a ssan Tomasso.
              
     Nun ce sò ccazzi,3 cristo!, è un zarmo cuello
Che ttra li sarmi der Zignore è ll’asso: 4
Che ssi mmagaraddio perdi er ciarvello,
Lo troveressi in culo a Ssatanasso.
              
     In caso poi de furto, Pippo mio,
Stenni una gabboletta risponziva,
O ffa’ ffà5 lla garafa da un giudio:
              
     Indove, appena scerto6 fume sbafa, 7
Comparisce la faccia viva viva
Der ladro propio immezzo a la garafa.


Terni, 11 novembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Perduto.
  2. “Qui habitat in adiutorio Altissimi…„. Psal. XC.
  3. Non v’ha dubbio o difficoltà.
  4. È il primo; metafora presa dal giuoco della briscola.
  5. Fa’ fare.
  6. Certo (la c striscicata).
  7. Svapora.