Sonetti romaneschi II/Le frebbe

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Manco una pe le mille Er Nibbio



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LE FREBBE


 
     Succede istessamente a mmi’ marito.
Si nun è una, è ll’antra sittimana,
Turutuf1 j’arïoca2 la terzana,
Che ssi lo vedi è ppropio arifinito.
              
     Li ggiorni che nun viè sta frebbe cana,
Sta mmosscio e arresta llì ttutto anniscito; 3
E mme ggira pe ccasa cor marito, 4
Freddo ppiú dde la pietra de funtana.
              
     Cuann’esce er zole, verz’er mezzoggiorno
Tanto s’azzarda mezz’oretta a spasso;
Ma cquanno piove me sta ssempre attorno.
              
     La notte poi lo lasso stà lo lasso.
Mo ffra de noi che cce pò èsse? un corno. 5
Sia pe l’amor de Ddio: fascemo passo.

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Roma, 8 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Segno di ripetizione o sopravvegnenza.
  2. Traslato preso dal giuoco dell’oca, e vale: “ripetere il punto„.
  3. Tristanzuolo, assiderato, accidioso: di tutte queste cose un poco.
  4. Caldano.
  5. Nulla.