Sonetti romaneschi II/Le scôle

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Le scôle

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L'indemoniate L'Imbo


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LE SCÔLE

 
     Sai cuant’è mmejjo a llavorà llumini 1
e a ffrabbicà le cannéle de segó, 2
o annà a le quarant’ore3 a ffà cquadrini
co le diasille e ccor devoto prego;
              5
     che de mette li fijji a li latini
e a bbiastimà ccor paternostro grego,
tra cquella frega4 de Scisceroncini 5
indove in cammio d’io c’è scritto Diego? 6
              
     Causa de sti vorponi ggesuiti
10che sfotteno e ss’inzogneno la notte
come potecce fà ttutti aruditi.
              
     Pe li mi’ fijji a sti fratacci fessi
è ddègheta,7 e sse vadino a ffà fotte
loro e cquer Papa che cce l’ha arimessi.

Roma, 18 novembre

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1832 - Der medemo


Note

  1. Lumini per la notte.
  2. Candele di sevo.
  3. La periodica esposizione della eucaristia per le chiese di Roma per tutto il corso dell’anno; chiamata dalle Quarant’ore. I ciechi sogliono assidersi in due ale fuori dalle porte del tempio, invitando i fedeli a soccorrerli, in contracambio di diesille e di devoti preghi, che offrono loro per suffragio delle anime del purgatorio.
  4. Moltitudine.
  5. Ciceroncino è chiamato per le scuole il libro delle selectae di M. Tullio.
  6. Un chierico, interrogato dal sagristano come si svolgesse in latino il pronome io, rispose ius, ii. – Sagris: Di’ ego. – Chierico: Ah! è vero: Diego, Diegonis.
  7. È nulla, è pensiero fallito, ecc.