Sonetti romaneschi II/Le spille

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Er falegname Sto Monno e cquell'antro


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LE SPILLE


 
     Chi ddà una spilla a un antro che vvò bbene, 1
Se perde l’amiscizzia in pochi ggiorni. 2
Er zangue je se guasta in de le vene, 3
E vvatte a rripescà cquann’aritorni! 4
              
     Si ssò sgrinfi,5 principieno le pene:
Si ssò sposi, cominceno li corni:
E ggià in un mese de ste bbrutte scene
N’ho vviste cinqu’o ssei da sti contorni.
              
     Ne li casi però ch’in testa o in zeno
D’appuntavve un zocché,6 ssora Cammilla,
Nun potessivo fanne condimeno, 7
              
     A cquela mano che vve vò esibbilla 8
Dateje, pe ddistrugge sto veleno,
’na puncicata9 co l’istessa spilla.

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Roma, 27 novembre 1832


Note

  1. A cui vuol bene.
  2. La sintassi degli antecedenti due versi dia un saggio della reale de’ Romaneschi.
  3. Guastarsi il sangue verso di alcuno, vale: “prenderlo in odio„.
  4. Vatti a cercare quando ritorni a salute.
  5. Amanti.
  6. Un non-so-che.
  7. Farne a meno.
  8. Vuole esibirla.
  9. Puntura.