Sonetti romaneschi II/Un'antra usanza

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Le vorpe La mojje der giucatore I


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UN'ANTRA USANZA


 
     Povero sor Canonico! è schiattato:
Se n’agnede1 a l’entrà dde primavera.
Come ch’ebbe er bijjetto de prelato
Je pijjò un accidente, e bbona sera.
              
     Li creditori, appena fu ccrepato,
J’abbifforno la casa e cquanto sc’era;
Perché llui pe spuntà cquer prelatato
Ce se spese, a ddí ppoco, una miggnera. 2
              
     Bbono c’a le nipote ebbe cuscenza
D’ottenejje dar Papa sto conforto
De li scinqu’anni de sopravvivenza. 3
              
     Sibbè in cuesto er Capitolo scià storto, 4
Discenno ch’è una granne impertinenza
D’eguajjà un prete vivo a un prete morto.


Roma, 5 dicembre

no match[modifica]

1832 - Der medemo


Note

  1. Se ne andò.
  2. Miniera.
  3. È uso non infrequente a Roma, sì nel civile, come, anche di più, nell’ecclesiastico, di accordare agli stipendiati alcuni anni di onorari dopo la lor morte, che per lo più servono a pagare i vizi della vita.
  4. Ci ha storto: dal verbo “starcere„, storce, cioè: “torcere la bocca„ in segno di disapprovazione o disgusto.