Sonetti romaneschi II/Un vitturino de Montescitorio

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Er musicarolo Un antro vitturino


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UN VITTURINO DE MONTESCITORIO


 
     Cqua nun viengheno Ingresi c’addrittura
Nun pijjino carrozze e ccarrettelle
Pe annà a vvéde er Museo2 de Raffaelle
E ttutti l’antri cuadri de pittura.
              
     Cuelle facce me pare de vedelle:
Nun zò smontati ancora de vittura,
Che incominceno ggià, bbotta sicura,

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A invetrí ll’occhi e a ddí: Cche cosc’e ppelle! 3
              
     Ar riviení ppoi ggiù co cquer zomaro
De l’anticuario, a tté li paroloni
De Raffaelle, de cuer gran cuadraro!
              
     Che bbella forza
=== no match ===
de li mi’ cojjoni!
La bbravura l’ha avuta er coloraro
Che jj’ha vvennuto li colori bboni.


Roma, 14 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Piazza di stazione de’ legni di vettura. Il nome di Monte lo trae dal formare dessa una piccola prominenza sopra le rovine dell’antico anfiteatro di Statilio Tauro; l’altro di Citorio le viene dal palazzo della Curia Romana, che ne forma la faccia principale. Nel mezzo di questa piazza sorge l’obelisco solare di Augusto, ivi eretto per cura di Pio VI.
  2. Le personcelle che affettano un pocolino di cognizionuccia del corretto parlare, che le son molte, e in ispezie le donnette anche della non ultima classe, dicono moseo: o perché stimano di quello essere stato istitutore Mosè, o perché non aggarbi alla civiltà loro quel vocabolo muso, donde il nome può prendere origine. Ma il genuino popolaccio dice a man franca museo; ed ecco un’altra voce restituita dall’ignoranza al suo dovere, come per lo spirito d’irrisione vedemmo accadere in frustagno.
  3. Scherzo romanesco per dire che cose belle!, inserito qui tanto per vilipendio del soggetto principale, quanto per modo di beffe della pronunzia de’ forestieri.