Sonetti romaneschi V/Li cani d'un prete

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LI CANI D'UN PRETE


 
     “E ste ggioie de cani ve tenete?
E annate„,1 dico, “a ccaccia co st’attrezzi?
Che vve ponno affermà2 sti cascappezzi
’na tartaruca ar piú ssotto le rete?„
              
     “Eppuro questi„, m’arispose er prete,
“sti du’ caggnacci cqui, nnun ce sò3 pprezzi
Che li ponno pagà, pperché ssò4 avvezzi
A nnun straccasse mai pe ffame o ssete.
              
     Eppoi, sibbè5 rroggnosi o cche sse sia„,
Disce, “nun troverai cani in eterno
Da potejje6 stà appetto a ppulizzia„.
              
     Dico: “Eh cquann’è ppe ppulizzia, don Tale, 7
Mannateli a l’uffizzi der Governo,
Du’ cani ppiú ddua meno è ppoco male„.


28 maggio 1837


Note

  1. Andate.
  2. Fermare.
  3. Sono.
  4. Sono.
  5. Sebbene.
  6. Potergli, per “poter loro„.
  7. Appellazione generica di persona della quale non si conosca o non vogliasi declinare il nome.