Sonetti romaneschi VI/Eppoi?

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È mejjio perde un bon'amico Er Profeta de le gabbole

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     Séguita a ffà sta vita, Zzaccheria:
freghete l’orbo1 co ste tu’ donnacce:
la dimenica a mmessa nun annacce: 2
immriàchete3 sempre all’ostaria.
              5
     Strapazza er nome de Ggesummaria:
giuchete er core,4 intosta a parolacce. 5
Tu tte penzi6 che Ccristo nun ce sia,
e llui te sta a ssegnà ttutte le cacce. 7
              
     Va’, ccontinuva a vvive8in ner peccato,
10fra ccarte e ddonne, fra bestemmie e vvino:
ma ar capezzale9 quer ch’è stato è stato.
              
     C’è ppoco ar bervedé,10 ssor figurino;
e cquanno Cristo er culo l’ha vvortato 11
vall’a rripijja allora p’er cudino.12


Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo


Note

  1. Fregarsi l’orbo: darsi alla cieca alle carnalità.
  2. Non andarci.
  3. Ubbriàcati.
  4. Giuòcati tutto.
  5. Rincara con parolacce; ostinati a dir parolacce oscene e empie.
  6. Ti pensi: ti vai figurando.
  7. Segnar le cacce: notare i falli. Metafora presa dal giuoco di palla.
  8. Vivere.
  9. Al punto di morte.
  10. Al belveder c’è poco: è vicino il successo. Belvedere è una parte del Vaticano.
  11. Voltare il culo, le spalle.
  12. allo a ripigliare allora pel codinio: richiamalo indietro, se puoi.