Sonetti romaneschi VI/Er bambino de li frati

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Tutt'ha er zu' tempo A Chiara

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     S’ha da lodà li frati perché ffanno
cuer presepio che ppare un artarino. 2
Tu lo sai che ssò ffrati, e vvai scercanno
si sta notte arimetteno er bambino!
              5
     Io voría che pparlassi cuer lettino,
cuele stanzie terrene indove vanno;
e vvederessi, ventotto de vino, 3
che lo vonno arimette tutto l’anno.
              
     Ggià, cche spesce4 ha da fà cche cco la pacchia 5
10che ggodeno sti poveri torzoni,
je se gonfi la groppa a la verdacchia?
              
     Ortre c’ar rivedé li bbardelloni, 6
e a l’ingrufà ssi ccapita una racchia, 7
è un gran commido annà ssenza carzoni!


Roma, 27 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Gli zoccolanti, già nominati nel sonetto precedente.
  2. Avanti il Mistero sono accesi torchi, come non una campagna, ma un altar maggiore ivi a’ riguardanti si appresentasse.
  3. Espressione passata in proverbio, che significa: «sempre una cosa», dacché si narra di un tale, i di cui conti quotidiani dell’oste cominciavano sempre dalla partita Ventotto di vino.
  4. Specie.
  5. Vita comoda.
  6. Far sodomia.
  7. Vaga e fiorente giovane.