Sonetti romaneschi VI/Er bon tajjo

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Li mariti I Un indovinarello I

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     Ho addimannato a ttanti ch’edè cquello
c’ha de mejjo chi mmarcia in pavonazzo.
Uno m’ha dditto che cquest’è er ciarvello;
ma li Prelati nun ce ll’hanno un cazzo.
              5
     Un’antro disce, er core; ma er ciorcello 2
de li Prelati è rrobba de strapazzo.
Titta er compare mio sta pe l’uscello,
e cchi pparla accusí nun è un pupazzo.
              
     Io, co lliscenza der compare mio,
10direbbe che lo stommico è er tesoro
che li santi prelati hanno da Ddio.
              
     Nu lo vedete, Cristo!, che llavoro?
Cicco cqua, ccicco llà,3 sangue de bbio!,
cuer che cc’è da magnà mmagneno loro.


Terni, 8 novembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Per taglio qui s’intende l’uso de’ Romani di distinguere questa o quella parte di membra delle bestie da macello.
  2. Presso a poco è lo stesso che la corata. Vedi la nota del sonetto…
  3. Cicco cicco è il verso che si fa a’ maiali per chiamarli, e cicco il porco medesimo. Quindi il proverbio: «Cicco qua, cicco là, il porco s’ingrassa».