Sonetti romaneschi VI/Er contratempo

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Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle Che disgrazzia!

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     Ecco cqui er bene come incominciò
co la cuggnata de Chicchirichí.
Fascemio a ggatta-sceca cor zizzi, 1
a ccasa de la sgrinfia de Ciosciò.
              5
     Toccava er giro a llei: me s’appoggiò
co cquer tibbi de culo a ssede cqui.
Nun zerv’antro: de sbarzo se svejjò
mi’ fratelluccio che stava a ddormí.
              
     Sentenno quer lavoro sott’a ssé,
10lei s’intese le carne a ffriccicà,
e arzò la testa pe ffà un po’ ccescé. 2
              
     Io me diede a ccapí cch’ero io llà:
allora, a cquer c’ha cconfessato a me,
lei fesce3 in core: «Je la vojjo dà».


11 ottobre 1830


Note

  1. Giuoco di compagnia. Una persona bendata va in giro assidendosi, or qua or là, sulle ginocchia di questo o di quello. Profferisce col solo sibilo dei denti quelle due sillabe zizi, e ad una eguale risposta di colui o di colei su cui siede, deve indovinare chi sia. Se indovina, passa la sua benda a chi si fece conoscere, altrimenti segue il suo giro.
  2. Far cecé: traguardare da uno spiraglio.
  3. Disse.