Sonetti romaneschi VI/Er mostro de natura

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De tutto un po' Li fiori de Nina

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     Che vvòi che sseguitassi! Antre campane
sce vonno, sor Mattia, pe cquer batocco!
L’ho ssentit’io ch’edèra1 in nel’imbocco!
Ma ffréghelo, per dio, che uscello cane!
              5
     Va ccosa ha d’accadé mmó a le puttane!,
de sentimme bbruscià cquanno me tocco!
Si è ttanto er companatico ch’er pane,
cqua ssemo a la viggija2 de San Rocco. 3
              
     N’ho ssentiti d’uscelli in vita mia:
10ma cquanno m’entrò in corpo quer tortore 4
me sce fesce strillà Ggesummaria!
              
     Madonna mia der Carmine, che orrore!
Cosa da facce5 un zarto6 e scappà vvia.
Ma nun me frega7 ppiú sto Monzignore.


Roma, 9 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Cos’era.
  2. Vigilia.
  3. Nell’ospizio annesso alla chiesa di S. Rocco si raccolgono le donne prossime ai parti di contrabbando.
  4. Tortore è in Roma «un ramo d’albero troncato in misura giusta per ardere nei camini».
  5. Farci.
  6. Salto.
  7. Non mi corbella, non mi ci prende più.