Sonetti romaneschi VI/L'ammalata

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Libbertà, eguajjanza Le vojje de gravidanza


Pagina:Sonetti romaneschi VI.djvu/168

L'AMMALATA


 
     Te penzi io1 forze,2 in ner chiamatte magra,
Che ccojjoni la fiera che ccojjoni? 3
Batteme sodo:4 nun risponne agra:
Cosa te senti? hai male a li rognoni? 5
              
     Tienghi mai, pe ffurtuna,6 li tinconi?
Hai, che sso..., la renella? hai la polagra?
Questa ggià nnò, perch’è mmalatia sagra.
De sti servi-de-ddio nostri padroni.
              
     Dimme cos’hai, eppoi te fo un rigalo:
Ch’io so gguarí co un ritornello solo
Come ch’er paternostro abbogni malo.
              
     Senti che ggran virtú! Fior de fasciolo, 7
Sposa,8 lo so pperché mme fai sto calo:
T’ha ffatto male er zugo de scetrolo.9

no match

Roma, 22 novembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Questa specie di sintassi è molto in uso fra la plebe di Roma, che a regolarla si dovebbe dire: Pensi tu forse che io, nel chiamarti magra, coglioni ecc.
  2. Pron. Con la o chiusa e con la z aspra: forse.
  3. Modo proverbiale, e ripetizione usuale di verbo in una frase.
  4. Stammi in tuono.
  5. Arnioni.
  6. Per caso.
  7. Questo è il ritornello, specie di breve canto, o quasi epigramma, che principiando col nome di un fiore, rinchiuso quasi sempre in un verso quinario, scioglie poscia il pensiero in due endecasillabi, rimati tutti e tre i versi a bisticcio. Talora il primo verso può essere endecasillabo anch’esso, e allora richiude sempre la benedizione del fiore; per esempio: Io benedico il fiore di fasciolo / Spósa lo so ecc. Ecco l’unica poesia che può veramente attribuirsi alla plebe romana. In un accademia letteraria di Roma, un accademico disse la sera del venerdì santo: “Fiore di noce, / Il povero mio cuor non ha più pace / Oggi ch’è morto il Redentore in croce/„.
  8. Pron. Con la o chiusa e la s sibilante. Il nome di sposa si dà a qualunque stato di donne.
  9. Sugo di cetriuolo: equivoco di ecc.