Sonetti romaneschi VI/La patta

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La puttaniscizzia L'ingeggno dell'Omo

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     Ch’edè? tte sei ’mpegnato a ccallaroste 2
l’avanzo er piú mmillesimo de testa?
E nnun t’abbasta che ssii mezza festa, 3
c’arrubbi puro la sarviett’a ll’oste? 4
              5
     A ffalla mejjo io m’arzerebbe cuesta
pe mmostrà le mi’5 bbuggere anniscoste:
la zazzera, er zalame, l’ova toste,
la sbarratura,6 e un tantinel de pesta. 7
              
     Fa le su’ cose sto cazzaccio matto,
10eppoi lassa scuperto l’artarino!
Sai c’hai raggione? Che nun c’era er gatto.
              
     St’incerti ’ggna lassalli8 a ddon Grespino
e ll’antri preti ch’er Zignore ha ffatto,
ché ttocca a lloro de mostrà er bambino.


Roma, 17 dicembre 1832 - Der medemo


Note

  1. Il portellino delle brache.
  2. Dare in pegno a sconto di caldarroste.
  3. Allorché vedesi alcuno con la patta sbottonata, gli si chiede se sia mezza festa, che in frasario romano vale festa di divozione e non di precetto.
  4. Aver rubato la salvietta all’oste, importa: «tenere la camicia per inavvertenza fuor delle brache».
  5. In questo luogo il mie equivale al tue.
  6. Il cinto.
  7. Peste.
  8. Bisogna lasciarli.