Sonetti romaneschi VI/La serva e l'abbate

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La serva e l'abbate

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Er prete I La Commedia de musica

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     Cuanno te lo dich’io, credelo, cattera!
Le cose che ddich’io sò ttutte vere.
La serva c’annò vvia da Mastro Zzattera
se fasceva scopà ddar Cancejjere.
              5
     Lei lo fasceva entrà ttutte le sere,
e ssi bbussava lui,1 la sora sguattera 2
da bbrava puttanella der mestiere
l’annisconneva drento in de la mattera. 3
              
     Una sera però cche vvenne er Mastro
10co la chiave, trovò stesa Luscia
cor pittore a ddipíggnela a l’incastro. 4
              
     Sai che jje disse lui? «Ggentaccia indeggna,
la mi’ casa nun è ccancellaría
da stipolà strumenti de la freggna».5


Roma, 16 gennaio 1833


Note

  1. Lui, per antonomasia, «il padrone».
  2. Guattera.
  3. Madia.
  4. Equivoco di encausto, che dalla plebe dicesi appunto all’incastro.
  5. Fuor di questa circostanza, le tre ultime parole si userebbero in via di ripieno, per modo di cruccio.