Sopra alcune iscrizioni antiche, scoperte fra le ruine di Libarna, presso Serravalle, nella valle della Scrivia

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Giulio Cordero di San Quintino

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OSSERVAZIONI


INTORNO AD ALCUNE ISCRIZIONI ANTICHE


scoperte di recente fra le ruine, di libarna, presso serravalle,
nella valle della scrivia.





del Cav. Giulio di S. Quintino





Letta nell'adunanza del 4 dicembre 1823.



Nella provincia di Tortona, sulla sinistra sponda della Scrivia, fra i due borghi di Serravalle e di Arquata, dove la valle di quel rapido torrente s’apre a semi-cerchio in vasta e fertile pianura, sorgeva ne’ secoli della romana potenza una città di non grande estensione, ma certamente ragguardevole e cospicua quanto lo poteva essere allora ogni altra colonia o municipio dell’antica nostra Liguria mediterranea. Chiara testimonianza ne fanno le monete romane, le opere di bronzo e di terra cotta, i frantumi de’ marmi e delle sculture, che ogni giorno si vanno colà disotterrando: ma più ancora gli avanzi di alcuni suoi publici edifizi, non per anco intieramente distrutti dal tempo, o pareggiati al suolo dal vomere dell’industrioso agricoltore.

Fra le sue mura passava altre volte la via Postumia, la quale staccandosi dall’Emilia poco lungi da Piacenza, toccava Tortona, e quindi, percorsa la valle della Scrivia, e valicato l’Appennino [p. 144 modifica]nel luogo dello ora il colle dei Giovi o Gioghi, scendeva a Genova seguendo il corso del Ricò, e della Polcevera. Di questa antica via romana non rimane colà oramai più traccia alcuna: ma per quei medesimi luoghi scorre di presente la nuova strada di Genova, aperta in questi ultimi anni dalla providenza sovrana al commercio di due nazioni sorelle.

È meraviglia come nessun monumento scritto, fra i molti scavati finora in quel suolo, non abbia manifestato ancora il nome di quella città. Non v’ha dubbio peraltro che quivi fosse altre volte quell’antica Libarna, che nell’Itinerario attribuito ad Antonino il Pio, e nella tavola Peutingeriana troviamo situata su quella medesima via, fra Genova e Tortona di quà dall’Appennino. Di essa fanno pure menzione Tolomeo nella sua Geografia1, e Plinio nella sua Storia naturale. Questi l’annovera al pari di Dertona, e d’Iria fra i luoghi più cospicui di quella parte della Liguria, che dalla sommità dell’Appennino si stendeva fino al Po. Queste sono le sue parole: Ab altero eius (Apennini) latere ad Padum, amnem Italiae ditissimum, omnia nobilibus oppidis nitent, Libarna, Dertona colonia, Iria etc.2

Nella tavola alimentaria di Traiano le terre che i Velleiati avevano negli Appennini, veggonsi più volte poste a confine con quelle de’ vicini Libarnesi. Ed in una lapide scoperta in Pavia verso la metà del secolo scorso, e già più volte publicata3, non solamente si trova segnato il nome di Libarna, ma si vede che questa città era vicina a Dertona, ossia Tortona, ed avea con essa a comune i publici magistrati; poichè ivi Marco Atilio Eros è detto: Sexvir Augustalis Dertonae et Libarnae. Ecco nuovamente per intiero la citata iscrizione:

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ATILIAE • M • LIB

ELPIDI • OPTIME • DE • SE • MERITAE

M • ATILIVS • EROS

VI • VIR • AVG. DERTONAE • ET • LIBARNAE

VIVOS • FECIT


Con tutto ciò il nome di questa città, tante volte altrove accennato, è veramente meraviglia, ripeto, come non si sia mai trovato scritto sopra alcuno de’ monumenti scavati in ogni tempo colà. Nè il nome soltanto, ma neppur alcun altro particolare, o notizia atta ad illustrarne le passate vicende. Rimangono, è vero, tuttora sull’antico suolo di Libarna avanzi maestosi di alcuni suoi edilizi; ma sulla loro età, ovvero sulla primitiva loro destinazione poco più che semplici conghietture si sono potute fare fin quì. Nulla finora si è potuto saper con certezza intorno alla politica condizione dei Libarnesi, non dirò quando erano ancora in possesso della loro autonomia, ma quando già erano sottomessi alla potenza romana; se, per esempio, vi godessero i diritti dei municipii; ovvero fossero ridotti a colonia; quali fossero i loro collegi religiosi, quali le loro municipali dignità, quali le loro più illustri e potenti famiglie. Ed è ciò tanto vero che il signor Dott. Canonico Bottazzi il quale nelle sue dotte Osservazioni sui ruderi di Libarna descrisse con somma diligenza, e notò per minuto tutto ciò che seppe rintracciare intorno a quella città, ebbe più volte a dire che non gli pareva possibile che dopo tanti anni che andava visitandone le ruine, non gli fosse mai venuto alle mani un qualche monumento scritlo meritevole di essere osservato, o capace di recar nuovi lumi sulla storia di essa.

La sorte è stata meno scortese con me; poichè ne’ giorni scorsi avendo dovuto, per superiore invito, visitare que’ luoghi, mi venne fatto di trovare alcune iscrizioni, le quali se in tutto non illustrano que’ fatti, spargono però luce bastante sulle cose di Libarna perchè io le tenga per monumenti molto preziosi, e degni di essere [p. 146 modifica]conosciuti. Che prezioso esser dee ciò che può accrescere il nostro sapere intorno all’antico stato delle proprie contrade; dove così rari s’incontrano i monumenti de’ secoli passati, che son quasi per asserire essere il Piemonte quella fra le provincie d’Italia che meno delle altre ne ha potuto conservare.

Ma veniamo alle nostre osservazioni. Fra i pochi avanzi d’antichi edifizi, che si vedono ancora sparsi sul terreno dov’era altre volte la città sopradetta, il più degno d’attenzione è il Montone della Pieve, così detto perchè le macerie di quella fabbrica, coperte ora di rovi, e di misere piante, presentano l’aspetto di un monticello.

Ridotto a tal condizione quell’edifizio, non era certamente agevole cosa il definire qual fosse stato l’essere suo primitivo, ed a quale uso fosse destinato. Quindi da taluno fu creduto un tempio; altri voile che fossero quivi le terme de’ Libarnesi, e ne diede sì magnifica descrizione da far ricordare quelle di Tito, o di Caracalla.

Ora pero che quell’ammasso di ruine è stato in un suo lato alquanto scoperto dalla terra che lo ingombrava, per valersene nella costruzione della nuova strada di Genova, parmi non vi sia più luogo a dubitare essere stato quello altre volte un vero teatro. Edifizio per verità assai mediocre e per la sua mole, e per la maniera degli ornamenti, e per la qualità de’ materiali, ma di solida, e bastevolmente regolar costruzione. L’intiera sua circonferenza non mi sembrò maggiore di cencinquanta metri. Vedi la tav. I. n.° 1.

Sussistono tuttora, e facilmente si possono ravvisare intorno intorno le tracce de’ suoi ambulacri, come quelle dei cunei, delle precinzioni, della scena, e dell’orchestra. Ed osservando certi archi che sono colà sepolti fino all’imposta, sembra che la porzione della fabbrica che si vede, e sta sopra il livello del circostante terreno, non sia che il secondo ordine de’ portici, essendo il primo ancora sotterra.

Le basi de’ pilastri che reggevano i portici, gli stipiti, gli architravi, i sopraornati, le scale che lateralmente mettevano alla scena [p. 147 modifica]ed ai luoghi destinati nel teatro per gli Ottimati, tutto ciò in somma che ne rimane è fatto con pietrami calcarei, ed arenari de’ monti vicini.

I muri di quell’edifizio sono esteriormente rivestiti di pietre squadrate non grandi, ma regolarmente collocate, in modo però che di tratto in tratto i loro corsi o piani si vedono interrotti da filari orizzontali di grossi, saldissimi mattoni, larghi once dieci di Piemonte per ogni lato, e grossi once una e mezza.

Sì fatta maniera di edificare vuol essere notata, perchè in Italia fu particolarmente adoperata fra i regni degli Antonini, e quelle del gran Costantino, come in tante altre fabbriche di que’ tempi ho avuto luogo di osservare. Anche le sagome delle cornici rozze anzi che no, e la maniera poco elegante degli ornati convengono a quella età, e manifestano chiaramente la decadenza del buon gusto. Vedi la tav. II. n.° 2. e 3.

Poco distanti da queste ruine se ne scorgono delle altre, che per la loro estensione mostrano d’aver fatto parte di edilizi anche più vasti del teatro. È facile il ravvisare fra queste gli avanzi del Foro di forma quadrata, e quelli dell’anfiteatro di forma elittica: ma di presente le vaste loro reliquie sorgono appena a poca altezza sopra il terreno; e coperte di terra, di sassi e di rottami d’ogni qualità, nulla presentano ormai più che meriti di essere osservato. Il chiar. Dott. Botazzi assegna al diametro maggiore dell’anfiteatro, preso nell’arena da muro a muro, la lunghezza di metri sessantadue, e quella di metri trentasei al diametro minore4. La misura che ne ho presa io altre volte, se ben mi ricordo, non è da questa lontana.

Ecco dunque che la ligure Libarna era ornata altre volte di un teatro, e di un anfiteatro. Ne ciò dee recar stupore, se si pon mente che sul declinar dell’Impero quasi tutte le città italiane di [p. 148 modifica]qualche considerazione vollero avere, ad esempio della metropoli, sì l’uno che l’altro di que’ vasti edifizi, destinati al solazzo, ed alle publiche adunanze.

§ Ma se fu così veramente, perchè sì pochi teatri antichi ci sono rimasti, quando s’incontrano ancora sì frequenti gli anfiteatri? Di questi nelle sole provincie d’Italia che ho percorse, ne ho veduti, senza fallo, più di venti, a Verona, cioè, a Roma, a Spello, a Spoleto, a Pollenzo, a Luni, a Lucca, a Firenze, in Arezzo, in Ancona, a Terni, a Minturno, a Capua, a Napoli, a Pozzuolo, a Pompeja, a Nizza narittima, ed in altri luoghi ancora: olre quei tanti de’ quaii si conservano tuttora sicure memorie. Dei teatri all’incontro, oltre quello di cui ragiono, non mi è riuscito di vederne più di sei o sette, a Roma, cioè, a Fiesole, a Lucca, a Spoleti, a Pompeia ed in Erculano.

Questa differenza nella conservazione di tali edifizi, s’io non erro, procede da ciò che i teatri essendo e per mole, e per solidità inferiori di molto agli anfiteatri, aveano sempre luogo dentro le mura delle città, anzi per lo più nel centro di quelle, ed in vicinanza del Foro. Quivi, dopo i secoli della nostra barbarie, quando risorsero a nuova vita i comuni d’Italia, ed intieramente s’andarono rinovando, i teatri dovettero a poco a poco essere atterrati per trarne materiali per le nuove fabbriche, e per dar luogo a vie più ampie, a più comode abitazioni, a templi più spaziosi che gli Antichi non soleano avere. Gli anfiteatri al contrario, per la vastità della loro mole, e fors’anche per la qualità delle rappresentazioni cui erano destinati, si edificavano sempre fuori degli angusti recinti delle città, ovvero ne’ quartieri di esse i più appartati. Ivi il distruggerli riusciva meno utile o necessario, e non era cosa sì agevole il farlo per la troppo maggior robustezza della loro costruzione. A tutto ciò si aggiunga che ne’ secoli di mezzo, sbanditi dalla cristiana carità gli inumani spettacoli, gli anfiteatri furono talvolta convertiti in rocche o cittadelle, ed ebbero anche a servire di publici Aringhi e Parolasci, per valermi dei vocaboli [p. 149 modifica]longobardici di que’ tempi; le quali cose dovettero pure contribuire non poco alla loro conservazione.

Due anni or sono, nel cimitero dell’antichissima, ora distrutta, pieve di Libarna, poco lontano dal borgo di Serravalle, fu scoperta un’elegante iscrizione latina, intagliata in caratteri non indegni del secondo secolo dell’era cristiana, sopra un lastrone di marmo bianco, ornato all’intorno di cornice, largo un metro, e centesimi trentacinque, ed alto centesimi novanta; tale, cioè, quale dovea essere una lapide da affiggersi ad un grande edifizio. Di fatto il luogo dove stava sepolta, servendo di coperchio ad un avello de’ bassi tempi, non è distante che pochi passi dalle accennate ruine dell’antico teatro.

Questo prezioso monumento non essendo ancora conosciuto, mi affretto di publicarlo; ed eccolo:

C • ATILIVS • C •  F • BRVDVA

PECVNIA • SVA • FECIT

IDEM

FORVM • LAPIDE • QVADRAT

STRAVIT


Non dubito punto che questo marmo abbia altre volte fatto parte dell’attiguo teatro, il quale colla sua presenza suppliva alla mancanza della parola Theatrum, nella frase elittica: ’Pecunia sua fecit.

Da questa lapide noi possiamo ricavare tre importanti notizie intorno alla storia di Libarna. Primieramente noi leggiamo in essa il nome del fondatore del suo teatro, Cajo Bradua figlio di Cajo, il quale apparteneva alla famiglia Atilia, di cui abbiamo già fatto menzione recando l’iscrizione di Atilia Elpide, trovata in Pavia; ed occorrerà di parlarne nuovamente fra poco.

Noi impariamo in secondo luogo come già in antico era costume fra i Liguri, che gli uomini doviziosi fossero larghi delle loro ricchezze nei decorare con opere publiche la patria loro. Esempio [p. 150 modifica]lodevolissimo che i Sauli, gli Spinola, i Cambiasi, gl’Imperiali, e tanti altri moderni Genovesi hanno imitato con magnificenza degna d’ammirazione, e d’eterno encomio.

Finalmente nella medesima iscrizione si fa menzione del Foro, il quale dovea essere molto ornato e pulito, poichè Bradua l’avea fatto lastricare con pietre squadrate. Il Foro era il punto centrale d’ogni città, dove, come nelle attigue basiliche, concorrevano in folla i cittadini pei loro traffici, e per le publiche deliberazioni; quivi stavano in esempio le statue degli uomini illustri, e su bianca pietra erano segnati i fasti della patria, e le azioni magnanime degli Ottimi. Chi procurava adunque al Foro o pulitezza, o decoro, costui era sommamente benemerito degli uomini di que’ tempi, cui, per la soverchia angustia, e parsimonia delle private abitazioni d’allora, era mestieri starsene fra il giorno tumultuando per le vie, e ne’ publici ridotti.

Io non saprei dire chi sia stato, od in qual tempo abbia vissuto il benemerito Libarnese C. Bradua; so bene però, che il ramo della famiglia Atilia, al quale egli apparteneva, distinto dagli altri pel cognome Bradua, era salito in Roma a molta riputazione ne’ migliori tempi dell’Impero. Si trova in fatti che un Marco Atilio Bradua era Console nell’anno 185. dell’era volgare; ed un altro M. Atilio Bradua, se pure non e lo stesso, fu Proconsole nell’Asia, come si ricava da un’iscrizione greca, la cui traduzione e così riferita dal Muratori.5

NEOCORORVM • SMYRNAEORVM

POPVLVS • HONORAVIT

MARCVM • ATILIVM • BRADVA

PROCONSVLEM

CVRANTE • M • AVREMO PERPERO

ARMORVM • DVCE


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Ora se Libama era, nel secondo o terzo secolo dell’era nostra, città di tal riguardo onde avere anch’essa grandiose fabbriche destinate quasi unicamente al sollazzo, ed agli spettacoli, era cosa molto naturale che non fosse priva di quegli altri vantaggi, che più direttamente ai bisogni del vivere, alla mondezza, ai comodi ed al ben essere de’ cittadini appartengono. Essa avea di fatto il suo acquedotto, come n’erano provvedute quasi tutte le primarie città presso gli Antichi; i quali aveano sicuramente maggior cura di procacciarsi in abbondanza acque pure e salubri, che non si fa di presente.

L’acquedotto di Libarna raccoglieva le sue acque sei miglia di là distante nel rivo che va a cadere nella Scrivia vicino a Pietra-Bisciara; e veniva alla città, fiancheggiando il monte, sulla sinistra sponda del detto fiume, dove non pochi avanzi se ne vedono tuttora, lungo la moderna strada di Genova. E degna d’allenzione la sua costruzione di cemento a calcestruzzo senza rena; e largo internamente vent’otto centimetri, ed alto quarantacinque. Il suo corso trovandosi, in un tal punto poco distante da Pietra-Bisciara, arrestato da un grosso macigno di quella pietra varieggiata, che ha dato probabilmente il nome al villaggio predetto, vi fu praticato un foro o galleria, le dimensioni della quale sono, presso a poco, le seguenti: in lunghezza metri diciotto, in larghezza centimetri ottanta, in altezza due metri.

II signor Canonico Botazzi nelle più volte citate sue osservazioni6 asserisce di aver veduto dentro il perimetro della città alcune porzioni di un’acquedotto, il quale era largo internamente poco meno di un piede piemontese (centim. 55). Ed io parlai con chi vide estrarre da quel suolo medesimo alcuni tubi di piombo di capacità non ordinaria. Oltre a ciò nel cortile di una casa privata di Serravalle conservasi tuttora un antico cippo di forma piramidale, e d’assai buon lavoro, dal centro, e dai quattro lati [p. 152 modifica]del quale doveano sgorgare cinque zampilli di acqua da altrettante bocche di mascheroni.

Un altro simile monumento fu da me stesso colà scoperto, ne’ giorni scorsi, nell’aja di un podere detto sant’Antonio, fra una moltitudine di pietre squadrate, di lastroni, di basi, di capitelli,7 di colonnette infrante; tutti avanzi probabilmente del vicino teatro. Consiste quel monumento in una colonnetta di forma quadrata, fatta colla solita arenite del paese, alla dicianove once piemontesi, (tre quarti del metro, circa) e larga dieci delle medesime once: ma è mancante verso la base, e sgretolata e corrosa in più d’un luogo la sua superficie. Questa pietra è coronata superiormente da un frontespizio acuminato, nel timpano del quale evvi un rosone; e nel campo che gli sta sotto si legge la seguente iscrizione.8

CN • ATILIVS CN • F SERRANVS

FLA' • AV .......... ATR

CO ..........


cioe: Cneius Atilius, Cnei filius, Serranus, Flamen augustalis, Patronus coloniae. .... La restituzione della terza linea di questa iscrizione è troppo facile ed ovvia perchè io mi trattenga a darne ragione; meno certa è quella dell’ultima, dove altre volte si poteva leggere non la sola parola COLONIAE, ma COL. LIB: ma io nol crederei, perchè la detta fonte essendo stata dissoterrata in Libarna, al cui uso era sicuramente destinata, la presenza del monumento suppliva alla forma elittica della frase, ed ogni ulteriore spiegazione diveniva superflua, e poco consentanea alla maniera compendiosa con cui gli Antichi soleano scrivere sulle lapidi.

Sommamente preziosa per la storia di Libarna è questa iscrizione, perchèe veniamo a sapere da essa, che anche quella città, al pari di Tortona, era ascritta fra le colonie di Roma. Plinio, a [p. 153 modifica]dir vero, nel luogo qui sopra citato9, non dà a Libarna, come a Tortona, il titolo di colonia: Libarna, Dertona colonia, Iria: ma ciò non toglie che, dopo l’età di quello scrittore, i Libarnesi non abbiano poscia dovuto cambiare i loro diritti municipali colla legge ed i privilegi de’ Romani. In ogni tempo piacque a quegli onnipotenti conquistatori di concedere questo premio, o castigo che il vogliam dire, ai municipii delle provincie da essi conquistate.

Un’altra notizia noi ricaviamo dalla medesima iscrizione, cioè che anche Libarna, al pari delle altre più ragguardevoli città di que’ tempi, avea un collegio di Flamini d’Augusto, fra i quali era ascritto un illustre suo cittadino Gneo Serrano della gente Atilia, il quale accoppiava a quella religiosa dignità l’altra più cospicua ancora di proteggitore o patrono della colonia. Infatti cospicuo sommamente, ed onorevole dovea essere presso gli Antichi quest’uffizio, quando lo stesso Cicerone, uomo consolare, recavasi ad onore di esercitarlo in Roma a prò di alcune città della Campania.

Ora prima di dar fine a quesle osservazioni mi sia lecito di proporre ancora una conghiettura che io traggo dalla iscrizione or mentovata, e dalle altre già recate più sopra. Queste iscrizioni da noi già esaminate sono tre; in tutte tacitamente, od apertamente è fatta menzione di Libarna, ed il protagonista di essa è un personaggio appartenente alla famiglia degli Atilii. Marco Atilio Eros, Seviro augustale, è nominato nella prima, con Atilia Elpide sua liberta. Nella seconda abbiamo Cajo Atilio Bradua, figlio di Cajo, fondatore del teatro, e restauratore del Foro di Libarna. Nella terza, come si è detto poc’anzi, Gneo Atilio Serrano, figlio di Gneo, ne vien fatto conoscere come Flamine di Augusto, e patrono di quella colonia.

Quella famiglia, distinta in Libarna con tre diversi cognomi Eros, Bradua, e Serrano, dovea dunque esservi molto numerosa e diramata, e probabilmente, siccome investita delle primarie dignità, [p. 154 modifica]di tutte la più doviziosa e potente. Ora, osservando io che, presso gli scrittori de’ secoli di mezzo, Libarna non è più conosciuta con altro nome fuorchè con quello di Antiria, Antilia, ovvero Attilia, mi do facilmente a credere che quando quella città, dopo le tante irruzioni de’ Barbari, appena si mostrava ancora fra le sue ruine, dimenticata l’antica sua denominazione nella confusione dei secoli quinto, sesto e settimo, non fosse più altrimenti chiamata che col nome della maggiore e miglior parte de’ suoi abitanti, vale a dire col nome di città o borgo degli Attilii; quindi Antilia, ovvero Attilia, come è detto dianzi. Non saprei veramente in qual altra maniera dar ragione di un sì fatto cambiamento; lascierò per altro che ciascuno faccia di questo mio pensiero quel conto che gli parrà meritarsi.

Prima di dar fine a queste osservazioni soggiungerò ancora, in grazia di chi ama di esaminare le opere degli Antichi anche ne’ loro materiali, che fra i mucchi di sassi che ingombrano tuttavia alcune parti dell’antico suolo di Libarna, molti se ne vedono che hanno servito alla decorazione degli edifizi di quella città; cioè avanzi di pavimenti a lastre od a tasselli, frammenti di colonne, di cornici, di capitelli ec. Fra que’ rottami ho ravvisati assai frequenti i marmi statuari di Paros, di Luni, ma più d’ogni altro quello di Populonia; ho osservati vari bei marmi brecciati, di cave ora sconosciute, e più varietà di serpentini, non diversi da quelli che s’incontrano talvolta nel letto della vicina Scrivia. Ma, ciò che è più degno d’attenzione, ho trovato fra le altre pietre, ed ho portato meco un pezzo di diaspro a zone alternate verdi e rosse assai belle e vivaci. Questo raro minerale potrebbe essere stato portato colà dai monti della Rocchetta, feudo Modanese, distante poche ore di cammino dal Borghetto di Vara, nella provincia della Spezia, dove il chiar. sig. Domenico Viviani, professore di Botanica e Storia naturale nella regia università di Genova, ne ha osservato del somigliante: ma per la vivacità dc’colori il diaspro libarnese supera assai quello della Rocchetta, e si può mettere a paragone con

[p. 155 modifica]quello bellissimo scoperto, non ha guari, nella Siberia con simile alternativa di colori.

Nel totale sgombramento del teatro, che avrà luogo quanto prima, è da sperarsi che altri minerali ancora si potranno osservare degni dell’attenzione degli Eruditi.

Conclusione.


La ligure città di Libarna era dunque una colonia di Roma al pari della vicina Tortona; avea un collegio di Flamini Augustali; un Foro pulitamente selciato; un teatro costrutto con molta regolarità, e di sufficiente estensione; ed era abbondantemente provista d’acque salubri col mezzo di un acquedotto. Dopo essere tanto decaduta dallo stato primiero, nel quinto o sesto secolo, per le irruzioni de’ Barbari, fino a perdere l’antico suo nome, cbbe probabilmente ne’ bassi-tempi quello di Antiria, ovvero Antilia dalla gente Attilia, che fra i suoi abitanti era la più ricca, polente e numerosa. Di tutte queste notizie intorno alla cità di Libarna fanno sicura testimonianza le lapidi per la prima volta prodotte in questo scritto. Quindi con ragione da Plinio fu annoverata fra i luoghi più cospicui della Liguria mediterranea: Ab altero eius (Apennini) latere ad Padum, amnem Italiae ditissimum, omnia nobilibus oppidis nitent, Libarna, Dertona colonia, Iria. ...



Note

  1. Lib. III. cap. I.
  2. Plin. Hist. nat. lib. III. cap. 7.
  3. Botazzi, Osserv. sui ruderi di Libarna p. 16.
  4. Osservazioni citate. pag. 32
  5. Thesaur. Vet. Inscrip. cccxliii. 2.
  6. Osserv. cit. pag. 24.
  7. Vedi la tav II. n° 4
  8. Vedi la tav II. n° 1
  9. Hist. Nat. III. c. 7.