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Sopra una pioggetta di sassi/Parte seconda

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Parte seconda

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Parte prima Parte terza

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PARTE SECONDA.


Si torna ad esaminare la nostra Nuvola: si premette la storia di alcuni globi di fuoco, e di varj Turbini ignei: e dopo aver proposta qualche opinione degli antichi e moderni Scrittori, si avanzano delle congetture per ispiegare la formazione de’ sassi in aria. In fine si parla dell’eruzione del Vesuvio.

Storia d’alcuni Globi di fuoco. §. 30.

I
Nnanzi di venire alla spiegazione del fenomeno (oramai bastantemente verificato per le testimonianze giuridiche poste al §. 57), fa d’uopo vedere sempre più chiaramente cosa mai fosse quella nuvola tempestosa, quali materie potesse in se contenere, come fosse valevole a formare [p. 74 modifica]materie gravi, in una parola a fabbricar vere pietre. Per far ciò non stimo superfluo il paragonare la nostra nuvola con i Turbini ignei quali si possono distinguere in alti e bassi. Dalle fasi diverse, e dagli effetti dimostrati da questa nuvola si può dedurre, che ella molto partecipasse de’ primi, ed avesse qualche cosa di simile co’ secondi.

Ma per parlare in prima de’ Turbini alti, a’ quali più che ad ogn’altro si assomiglia la nostra Nuvola, in ne riporterò qui alcuni trascritti dal Dictionnaire des Merveilles de la Nature par M. A. I. S. D. Paris 1781. Tome second, dal di cui Autore vengono tali meteore chiamate col nome molto significante di globi di fuoco. Io ne riporterò qui alcuni de’ più importanti, i quali, ad eccezione de’ sassi, esprimono maravigliosamente la nostra nuvola. Il primo è a pag. 66 e seg., e viene così tradotto.

„Quello che fa l’oggetto della Memoria del Sig. Leroy fù osservato il 17. Luglio 1771. verso le ore 10. e mezza di sera essendo il tempo perfettamente sereno, a riserva di alcune nuvole che circondavano [p. 75 modifica]l’orizzonte verso Ponente. Si vidde comparire in un tratto al Nord-ouest un fuoco simile ad una grande stella cadente, che accrescendosi a misura che si accostava, comparve ben presto sotto la figura d’un globo, ed in seguito con una coda che dietro si strascinava. Questo globo avendo attraversato una parte del Cielo, come sarebbe presso a poco dal Nord-nord-ouest al Sud-est con una estrema rapidità, ed in una direzione molto inclinata alla Terra, il suo moto parve rallentarsi, e la sua figura divenir simile alla lacrima batavica. Sparse allora la più viva luce essendo di una bianchezza abbagliante, e simile a quella del metallo fuso. La sua testa compariva circondata da scintille di fuoco, alcune delle quali sembravano appartenere al corpo stesso della Meteora, ed altre esserne distaccate, e la sua coda circondata di rosso era mescolata di colori dell’Iride. Il globo essendo divenuto come stazionario parve, che prendesse una figura meno allungata come quella di una pera, e che avesse nel suo centro delle materie bollenti [p. 76 modifica]accompagnate con fumo. Allora essendo come spogliato d’ogni suo movimento scoppiò spandendo un gran numero di parti luminose simili a quelle dei fuochi d’artifizio. Queste parti lucide produssero un lume si vivo, e sì abbagliante, che la maggior parte degli Spettatori non potevano sostenerne lo splendore, e s’imaginarono dopo un istante d’essere nel mezzo delle più folte tenebre.

Alcuni crederono, che la Meteora fosse nell’istante svanita, e senza fare esplosione; ma essi la perderono senza dubbio di vista a causa della vivissima luce, da cui furono abbagliati, perchè un gran numero di Osservatori, sopra la testimonianza de’ quali si può contare, parlan tutti di questa esplosione, e de’ raggi vivi di luce, ne’ quali il globo si manifesto. La loro relazione comparisce tanto più certa in quanto che sogliono ordinariamente così terminare tali Meteore.

La durata del Fenomeno non comparve a Parigi che di circa quattro minuti secondi; ma è ancora quasi certo, che non vi fù osservato il [p. 77 modifica]principio di questo fenomeno. Il globo nella sua esplosione era inalzato ai quarantacinque gradi in circa, e pareva, che avesse fra i dodici, ed i quindici pollici di diametro, sebbene comparisse più grande ad alcuni osservatori dalla parte di Corbeil, e di Melun.

Due minuti in circa dopo che fù scoppiato, si sentì a Parigi un romore, che alcuni lo paragonarono ad un colpo di tuono, che sentesi in lontananza, altri al romore d’una carretta assai carica che fosse tirata sopra un pavimento, ed altri in fine a quello di una fabbrica che rovina. Dalla parte di Melun questo romore comparve. assai più forte, e quello, che dee osservarsi, si è, che ne fù sentito un secondo dopo il primo, ma sensibilmente più debole.

Poco dopo, e nel tempo che a Parigi fù sentito questo romore, vi fù una specie di commozion nell’aria, che fece tremare i vetri, ed i mobili nelle parti di questa Città situate al Sud-est, particolarmente nei luoghi alti, come alla Specola. Fù attribuito questo movimento ad un [p. 78 modifica]terremoto, ma questo e un errore. Non ve ne fù alcuno. Questo movimento non fù che l’effetto della viva commozion dell’aria eccitata dall’esplosione del globo .

Nel 1756 ve ne fù uno che scoppiò sopra la Città d’Aix in Provenza facendo un romore spaventevole. La commozione, che eccitò nell’aria fù tanto forte, e scosse le case in tal maniera, che molti camini caddero nello scuotimento. Gli abitanti impauriti presero ancor loro questo fracasso per l’effetto d’un terremoto: ma il giorno appresso furono disingannati, e assicurati dagli abitanti della campagna, che avevano veduto il globo scender dal Cielo, e scoppiar sopra la Città. Si vede spesso in verità de’ fuochi in occasione di terremoti, ma questi hanno la figura di fiamme leggiere. Queste svolazzano, e serpeggiano sopra la terra, e non si rassomigliano punto al fenomeno di cui si parla.

Per ritornare a quello del 1771, di cui si trattava precedentemente, un numero di persone ingannate dalla sua altezza, e grandezza, [p. 79 modifica]crederono, benchè assai lontane, che fosse scoppiato vicino a loro. Molti ancora vedendo le differenti parti di luce nelle quali si divise scoppiando, s’immaginarono, che queste parti fossero cadute fino alla terra.

Tutti sanno, che questa meteora fù veduta non solo in luoghi molto lontani da Parigi, ma ancora lontanissimi gli uni dagli altri....

Riguardo alla direzione, ed all’altezza di questo globo, non si può dubitare che non si sia formato al di sopra delle coste d’Inghilterra. Il punto del Cielo di dove l’han veduto venire ad Havre, la grandezza in cui è comparso a Dieppe, tutto dimostra che da quella parte ha avuta l’origine, e questa idea fù confermata qualche tempo dopo dalle osservazioni di M. Hornsby Prof. di Astronomia ad Oxford. Di là percorrendo verso il Sud-est passò al di sopra della Normandia verso i confini della Piccardìa, dove fù veduto ad una altezza grandissima....

Comparisce da un calcolo molto sicuro, che quando cominciò a vedersi doveva essere all’incirca a 18 [p. 80 modifica]leghe di altezza, ed intorno a nove quando fece l’esplosione, altezza che conviene molto con quella, che gli dà l’intervallo di due minuti, che passarono tra quest’istante, e quello in cui udissi il romore dell’esplosione.

Da quest’altezza straordinaria si spiega senza fatica come siasi potuto vedere questo fenomeno nel medesimo istante in luoghi tanto lontani gli uni dagli altri....

Se questa celerità ci sorprende, il suo enorme volume non ci dee recar minor maraviglia; poichè compariva a forma delle migliori osservazioni, che avesse più di cinquecento tese di diametro.

Non può uno difendersi, dice M. Leroy, da una specie di terrore pensando a un globo di fuoco d’un volume sì prodigioso, che passi al di sopra dei nostri capi. Ma perchè non vi è esempio, che tali enormi masse di fuoco siano mai discese sopra la superficie del nostro globo, così questa sola considerazione deve tranquillarci e come osserva ancora benissimo M. Leroy, se Muschembroek uno de migliori osservatori del suo [p. 81 modifica]secolo fa menzione di globi di fuoco che hanno disalberato, e fracassato dei vascelli, ciò nasce perchè questo celebre fisico ha confusi allora i globi di fuoco, de’ quali qui si tratta, con dei globi di fulmine, che per tutti i riguardi da questi differiscono. Vi è nondimeno un numero di osservazioni, le quali ci sembra sufficientemente confermare, che una parte di queste enormi masse di fuoco possano benissimo arrivare fino a noi.

In fatti fù osservata nel 1761 in Borgogna una specie di pioggia di fuoco nel momento dell’esplosione di questo globo, di cui abbiamo parlato al principio di quest’articolo; ma non si deve però prestar fede a tutti i romori che si sparsero a motivo di quel globo, che fù osservato nel 1771. Nessuno fù bruciato nè a Parigi, nè a Vanvres, nè in altri luoghi, come fù allora pubblicato. Non si può dubitare però, dopo una moltitudine di osservazioni, che alcune parti di questo globo non siano arrivate molto vicine alla superficie della terra: Ma non comparisce, che abbiano cagionato alcun sinistro accidente.... [p. 82 modifica]

Un’altro fenomeno, che merita egualmente la nostra attenzione, la seconda detonazione sentita a Melun, e di cui si è parlato di sopra. Questa non ha niente di sorprendente per quelli che sanno, che l’intiera esplosione di queste meteore è quasi sempre l’effetto di due esplosioni successive, la prima del globo che scoppia in differenti parti, la seconda di queste parti, che scoppiano a loro piacimento.

Da ciò si ricava che questi globi pajono simili a certi razzi volanti che contenendo altri razzi nel lor centro fanno i loro effetti in due tempi.

Il romore quando un globo è scoppiato, e che rassomiglia spesso ad una scarica istantanea di più batterie di cannone e l’effetto dell’esplosione del globo intiero. Il romore più chiaro, e men forte, che sentesi dopo, è quello delle esplosioni delle sue parti. Ora siccome è molto men forte, non deve recar maraviglia che non si senta sì di lontano come il primo, e questo è quanto l’osservazione ha confermato in questo caso. [p. 83 modifica]

Alcuni hanno riguardato come cosa molto straordinaria, che nel momento dell’apparizione di questa meteora il Cielo fosse bellissimo, e sereno, ma questo è ciò che precisamente deve essere acciò siano visibili. Poichè questa sorta di globi formandosi molto al di sopra della regione delle nuvole, ben si comprende, che se i Cielo fosse nebbioso non si potrebbero vedere. Ora siccome quello, di cui si tratta, fù osservato alla distanza di più di 200 leghe, ciò prova nel tempo stesso, che il Cielo era sereno il 17. Luglio del 1771. a ore dieci, e mezza di sera in uno spazio circolare di più di dugento leghe.

Questa qualità di meteore non sono tanto rare quanto uno potrebbe immaginarsi, nè sarà forse cosa fastidiosa di ritrovare quì una notizia ristretta delle principali, e loro varietà, che sono state osservate nel presente secolo, non già che fosse impossibile di rintracciarne molte altre simili ne’ secoli più remoti....

Storia d’altri Globi. §. 31. L’istesso Autore pertanto all’articolo Météores a pag. 77. dello [p. 84 modifica]stesso tomo prosegue a darci la storia di varj globi ignei, che molto raffigurano la nostra Meteora. Io ne riporterò alcuni de’ principali.

Descrizione del primo Globo.

Nel 1719, un Globo di fuoco che apparve in Scozia, in Francia, e in Olanda andò a scoppiare nella Provincia di Cornovaglia in Inghilterra. Il dotto Halley, che ci ha data la descrizione, dice che percorreva cinque miglia per secondo, che avea 60 miglia d’altezza, e che il suo diametro era d’un miglio e mezzo. Aggiunge, che dopo la sua espiosione s’intese un romore così terribile, che potea paragonarsi ad una bordata d’uno de’ più gran vascelli da guerra. S’intese in seguito un secondo romore meno forte e più chiaro.

Descrizione del secondo Globo.

La notte del dì 23. al 24. Febbrajo 1740. si vidde verso la rada di Tolone un Globo di fuoco come di color violetto, che essendosi inalzato a poco a poco, si gettò indi in mare, di dove si rialzò come una palla che vi riflettesse; dopo ciò essendo giunto ad una certa altezza scoppiò, e [p. 85 modifica]sparse diversi globi di fuoco, alcuni de’ quali parve che cadessero nel mare, ed altri sopra le montagne. Il romore che fece scoppiando fù simile nel suo scoppio al romore d’un gran tuono, ma perche durò poco, rassomiglio meglio allo scoppio di una bomba. Questo fenomeno non fù veduto veramente da Osservatori bene esercitati, ed altronde la maggior parte ebbe una gran paura.

Descrizione del terzo Globo a pag. 77.

Nel 9. Febbr. 1750. verso le 11 della sera, essendo sereno, fù veduto a Breslavia in Slesia un Globo di fuoco, che essendosi acceso in aria al Sud-ouest, passò in men d’un minuto, e dalla terra si diresse al Nord-ouest. La grandezza apparente di questa Meteora andò aumentandosi sempre più a misura, che si avanzava, non tanto perchè ricevea forse nuovi accrescimenti reali,.quanto perchè veniva ad accostarsi alla terra. Due moti vi si osservavano ben distinti, l’uno in linea retta, l’altro intorno al suo centro. Il suo colore, a prima vista giallognolo, mutossi di poi in un lume rosseggiante, che rischiarò [p. 86 modifica]gli oggetti quanto potrebbe fare la Luna piena, e l’accrescimento del lume rappresentava così bene il di lei chiarore, che i più che non viddero punto il fenomeno, rimasero ingannati. Quando fù quaranta piedi in circa distante da terra scoppio in quattro parti, che rimasero illuminate fino a tanto che non andarono a estinguersi, per quanto si credè, entro le acque dell’Oder. Appena dopo la divisione del globo in quattro pezzi si udiron tre colpi come di tuono, o piuttosto simili ad una scarica d’artiglieria, tanto che quelli, che non avevano punto veduto il fenomeno, crederono che fossero state tre cannonate sparate secondo il costume per avvertire della diserzione di qual. che soldato.

Quarto Globo a pag. 78.

Li 4. Novembre 1753 sù le tre ore e 25 minuti dopo mezzo giorno, essendo il sole caldo e brillante, comparve a Yoi in Berry (terra appartenente a M. il Marchese di Putanges) una gran palla di fuoco, accompagnata da una lunga coda della stessa materia, di cui non si [p. 87 modifica]va la fine. La Meteora era situata fra Nord, e Levante. Vi rimase sospesa a venti piedi in circa da terra per alcuni secondi, dopo i quali comparve un gran fumo bianco che s’inalzò in aria, ed un momento dopo si udirono come due colpi di cannone. Questo fuoco non cagionò alcun danno, e il tempo restò molto chiaro nel resto della giornata.

Ma per non diffonderci di troppo nel riportare tutti i globi ignei formati nella sublime region dell’aria, osserveremo soltanto che l’Autore sopra citato fa l’istoria non meno che di 20 globi di fuoco veduti nel presente secolo dal 1700 al 1781, e oltre quelli che abbiamo riportati di sopra, altri ve ne sarebbero degni d’osservazione, che per brevità si tralasciano. Non sono però da ommettersi 1. quello de’ 15. Agosto 1755, che apparve a Leida alle 7 ore e mezza della sera. Era, dice l’Autore, un globo di fuoco rosso, che pareva muoversi dal Nord al Sud. Questo globo si divise nel suo corso in più parti brillanti, che creparono con romore simile a quello d’un tuono. 2. L’altro de’ 3. Marzo 1756 a sei ore e mezza della sera: [p. 88 modifica]era in forma di cilindro.... e finì col dividersi in più globi di fuoco presso a poco simili alle stelle d’un razzo volante. Questa separazione. seguì con un romore simile alla romba d’un tuono dopo il baleno. 3. Un altro globo di fuoco comparve ne’ 12. Novembre 1761 di cui fa menzione il Bar. des Andrets, il quale aggiunge, che mandò molte scintille, fece grandi esplosioni, e vibrò molto fuoco sopra alcuni villaggi, senza però infiammarli. Il 4. che fù veduto a Nevers i 20 Ottobre 1765 a ore 6, e 40 minuti fù elevatissimo nell’Atmosfera, ne illuminò i contorni, e vi fe. ce sentire un calore molto sensibile, e svanì con gran romore simile all’esplosion della polvere. 5. Quello de 6. Ottobre 1776. comparve a Malta a 2 ore e 20 minuti avanti mezzo giorno, s’inalzò dalla parte del Sud, e fece un romore non dissimile da quello di 2 cannoni, che vengano scaricati l’un dopo l’altro. 6. Finalmente alli tre del mese di Novembre del 1777, a 9 ore e mezza delle sera essendo l’aria molto dolce, il tempo sereno, e un venticello al Nord, comparve a Sarlat, e ne’ suoi contorni una meteora [p. 89 modifica]straordinaria. Fra il Nord e l’Occidente, dice l’Autore a pag. 85, fù veduto comparire un globo di fuoco luminosissimo, e d un diametro molto considerabile, s’inalzò nella direzione all’occaso un pò verso il Sud, vibrando successivamente forti scintille simili a delle stelle artificiali, ed il cerchio che lo circondava era composto di raggi di differenti colori, fra i quali si distingueva sopra tutti il dorè. Allorchè questo enorme globo fù all’altezza di 6 tese all’incirca, ne usciron due specie di vulcani, i quali separati dalla massa, presero la forma di due grand’archi baleni, l’un de quali si perde verso il Nord, e l’altro verso il Levante. Fù osservato allora, che la massa si sciolse insensibilmente, tanto che alle, otto ore e s minuti della mattina tutto era sparito senza fare esplosione...

Farò coll’Autore così di corsa alcune poche riflessioni sù questi globi.

Quello, dice egli, che può con certezza assicurarsi, il gran numero di esatte osservazioni, si è, che questi Fenomeni, e sopra tutto quelli chiamati Globi di fuoco volanti, nascono ad una grand’altezza: il lor volume pare a prima vista poco considerabile e la lor [p. 90 modifica]forma circolare. Qualche istante dopo che si son mossi, scuopresi la traccia del fuoco, che li segue, o che li accompagna; e vedesi rallentare il suo moto allorchè hanno compita una gran parte del loro corso, e che sono vicini a scoppiare. Quasi tutti questi globi vanno a finire in un esplosione, in cui il globo si divide ora in un grande, ora in un piccolo numero di parti, che scoppiano al lor piacere.

... Non si concepisce come in regioni così elevate, quali son quelle dove nascono questi globi, possa trovarsi e adunarsi una si gran quantità di materia inflammabile;. come queste meteore possino acquistarvi un movimento si rapido; come in spazi dove il freddo è maggio re di quello de nostri più crudi inverni, possa mai accendersi la materia che li compone; qual sia la natura di questa materia, che producendo un fuoco sì raro in apparenza, dimostri frattanto d’ave re una si gran forza d’esplosione, ec. ec.

Qui osserva l’Autore (pag. 86) con M. Leroy esser difficile lo spiegare questi fenomeni; e tutto ciò che si potrebbe dire sù questo soggetto non sarebbe che una incra ipotesi. Indi. soggiunge. [p. 91 modifica]

Le Meteore ignee prendono differenti aspetti, e non conservano sempre la forma sferica. Spesso rassembrano a delle colonne di fuoco, e sotto questo nome sono state da molti Fisici così descritte. Eccone un esempio fra molti.

Alli 13 Giugno 1759 verso le 9 ore della sera, il Cielo essendo chiaro e sereno, con un vento freddo del Nord, il Curato del villaggio di Captieux, a due leghe da Bazas, osservò nell’aria una colonna di fuoco, che pareva indirizzarsi da Levante a Mezzogiorno. Ma bentosto i boschi le tolsero il comodo di più vederla. Appena entrato in casa, postosi in letto che fù udito gridare a fuoco. Suo fratello corse prontamente alla Parrocchia, dove era comparso l’incendio, che trovarono dalle fiamme circondata per ogni parte, vi osservò quattro Cavalli uccisi senza alcun segno di bruciatura: tutto il letame vi era stato bruciato dal fuoco, e si sentiva un fetore di zolfo sì forte, che l’ebbe a soffogare, e si durò gran fatica a farlo rinvenire. Frattanto il palco [p. 92 modifica]superiore della Parrocchia non era stato punto infiammato, ec.

Ognuno conosce un altra specie di meteora ignea sotto il nome di Stelle cadenti, le quali sebbene cadano per lo più di notte, talvolta però si vedon anche di giorno. Gassendo nel 4. libro della sua Fisica al cap. 7. ci assicura di aver veduto in tempo di caldo, essendo il Cielo perfettamente sereno e tranquillo, avanti mezzogiorno, una fiamma bianchissima che perpendicolarmente discendeva alla terra. Udiamo a questo proposito il nostro Autore a pag. 91 „Brussée attesta nell’Efemeridi de’ Curiosi della Natura, che se rinvengasi il luogo della terra, dove questa stella e caduta, vi si trova una materia tenue e glutinosa, d’un bianco pendente al giallo, sparse di piccole tacche nere, la quale è allora spogliata d’ogni sua parte combustibile. Sigeberto nella sua Cronica riferisce, che molte stelle caddero nel medesimo tempo dal Cielo, fra le quali ve ne era una grandissima, che avendo mostrato il luogo dove eran cadute, si inalzò da quel medesimo luogo un fumo [p. 93 modifica]accompagnato da un romore simile a quello che fa una materia che bolla a scroscio. Tutti questi fenomeni son conosciuti, e si crede generalmente, che queste sieno materie oleose, che s’inalzano nel calor del giorno, e si condensin la sera pel freddo che le occupa, onde venendo a infiammarsi ricadono per il loro peso verso la terra dove giungono accese, qualora non sien rimaste per la strada tutte consumte nel loro incendio, ec.

Qui nasce una difficoltà perchè di tanti globi di fuoco rassomiglianti così bene la nostra nuvola, in specie nelle scintille, e nelle esplosioni, niuno abbia gettati sulla terra de’ sassi. Io risponderò, che non sappiamo di certo, che questi globi non abbiano mai scagliati sassi alla terra. Quelli nel vibrare delle scintille, e de’ razzi uniti a forte esplosione, chi sa che qualche volta non abbiano scagliate delle vere pietre, le quali, o per esser cadute nel mare, ne fiumi e tra boschi, o per essere alcun poco entrate sotto terra, sieno sfuggite del tutto alla vista degli osservatori? Vi è per altro tutto il fondamento di credere, che altre volte sieno caduti de’ [p. 94 modifica]sassi come al §. 43. Ma quand’anche niuno de’ surriferiti globi abbia generati in aria, e gettati i sassi alla terra, ciò potea derivare dall’esser eglino diversi dalla nostra nuvola, in questo, che per una rara combinazione (§. 49.) si sieno adunate in essa materie terree o semimetalliche, da non potere totalmente sciogliersi e dissiparsi in caligine, o in fumo, o in pura fiamma.

Descrizione di due turbini. §. 32. Per dir qualche cosa de’ Turbini ignei di terra, ci si presenta subito quello venuto tra gli 11. e 12. di Giugno del 1749., che tanto danneggiò una gran parte di Roma. L’esser quello, ed altro di cui parleremo più a basso, accaduti presso a poco ne’ medesimi giorni che la nostra Meteora, proverebbe, che questo mese fosse sottoposto più d’ogn’altro alla stravaganza delle Meteore. Ne prenderò qualche brano dal Boscovich, che lo descrive in una sua erudita Dissertazione. Comparve dice egli a pag. 9. in forma di un nuvolone oscuro e lungo, che ad ogni tratto andava infiammandosi, e gettando per ogni parte copiose vampe. Certi Mulattieri che si trovavano per istrada, raccontarono che parea loro di vedere, come un [p. 95 modifica]nuvolone molto oscuro, ed alto, che portavasi con gran rapidità, a quattro o cinque palmi da terra, dal quale uscivano spessi lampi, ma che essi gettatisi a terra per lo spavento non poterono osservar altro. E poco dopo a pag. 10. Col fuoco si è sentito in qualche luogo ancora un puzzo assai veemente di zolfo. E a pag. 23. discorrendo di una Donna che stava in camera, la di cui finestra benchè chiusa con un catenaccetto, fu spalancata dalla violenza del turbine, soggiunge: Vide essa Donna insieme una gran luce, e se le riempì la stanza di un’alito assai fetente di zolfo acceso, che vi rimase, benchè poco dopo da se medesima si richiudesse la finestra con impeto. Scesa a giorno chiaro negli appartamenti di sotto, ritrovò in quello della Sig. Duchessa il fetore medesimo di zolfo, che in qualche appartamento non si sentì. E a pag. 25. parlando di altri effetti prodotti dallo stesso Turbine, dice: entrò nella stanza medesima una vampa di fuoco, e fumo con puzza grave di zolfo. E finalmente a pag. 40. vi è chi attesta, dice egli, che nella vigna del Sig. Cardinale Alberoni si vedevano vestigie manifeste di bruciaticcio nelle frondi delle viti, e di [p. 96 modifica]annerimento nelle canne; e la medesima cosa fù osservata nel canneto vicino a Battaglini.

Varj Turbini ignei sì di mare come di terra vengono descritti dal Boscovich nel surriferito suo libro. Noi ne riporteremo alcuni di terra de’ più atti a illustrare la nostra nuvola turbinosa. Uno fra gli altri accadde in Provenza, che molto potrebbe assomigliarsi alla nostra Meteora colla differenza che quello in forma di piramide distendevasi dal basso all’alto, e colla fatal coda andava strisciando la terra; la nostra camminava nelle sublimi nuvole a guisa di colonna orizzontale, che poi si sciolse in una gran coda, tanto che fù creduta da alcuni, che l’osservarono dopo l’esplosione de’ sassi poco avanti che si dileguasse per l’aria, una Cometa codata. Ma udiamo il nostro Autore. Li 17. di Giugno, dice Egli, a pag. 88. quattr’ore dopo mezzo di essendo il tempo in tempesta dopo un grande scoppio di tuono si fe vedere sull’orizzonte una piramide di enorme grandezza composta di fuoco e fumo, e diversi altri colori. La sua sommità arrivava alle nuvole, e copriva colla sua base lo spazio [p. 97 modifica]di circa 15. pertiche. Il P. Boscovich seguita a narrare le particolarità più notabili di questo Turbine.

Dice dunque a pag. 89. „Si scorge in queste prime righe la sua figura accompagnata da fuoco e fumo.... Si andò più volte cangiando la sua prima e principal figura, or divenendo cilindrica, ora tutto all’opposto assottigliandosi in fondo. Si divise una volta in tre diverse colonne, che poi si riunirono in una sola. Se lo vedea nel mezzo un come nucleo, che andava ora salendo, ora scendendo con impeto. Il suo avanzarsi era oltremodo lentissimo, ond’anche per pochissimo sito si distese, avendo in un’ora e mezza scorso men di due miglia. Le nuvole, che gli arrivavano sopra, trattenevano alquanto più il lento suo passo, e sollevatolo alcune pertiche in alto da terra s’incorporavano con esso lui, rimanendone assorbite. Lo svellere, o fare in pezzi i più grossi alberi fù cosa comune ad esso con tutti gli altri; ma come andava sì lentamente avanzandosi, potè essere contemplato con agio, e si vide, che gli alberi, [p. 98 modifica]tutto che dal medesimo non toccati, se gli venivano a riuscire troppo vicini, ugualmente come i toccati perivano. Anzi și vide in oltre che accostatasi ad essi per quattro o cinque pertiche la furiosa piramide, cominciavano prima a tremare, e dibattersi, indi o infranti, o sradicati cadevano....

Storia del 2.Turbine. §. 33. „Queste sono (prosegue l’eruditissimo P. Boscovich) le circostanze le più considerabili di questo Turbine, ma nulla meno fanno al nostro proposito quelle di un’altro pur generato in terra, ed infuocato, che l’anno scorso (1748) fece le sue prodezze in Toscana verso Quarata piccolo borgo distante quattro, o cinque miglia da Arezzo ai 21 di Maggio. Uno de’ nostri PP. me ne diede subito parte, accludendomi una carta, in cui si contenevano tre delle diverse figure, nelle quali erasi trasformato. Vi era in cima in tutte gruppo di Nuvole di color bianchiccio dall’estremità delle quali lateralmente uscivano due gran colonne di fumo. Scendeva da esso gruppo un quasi cono roversciato, e [p. 99 modifica]giú da esso di quando in quando distendevasi verso la terra una lunga coda, o un quasi lungo, e sottil cannello che nella seconda terminava in un più grosso cilindro, e nella terza sul finire del turbine si dileguò totalmente. Nella seconda il cilindro aveva delle striscie di color sanguigno, e gialliccio, che a mio credere era colore di un fuoco debole, e riguardato di giorno: ma nella terza si vide assai più manifestamente il fuoco istesso in un globo ardente in mezzo appunto a quel gran gruppo di nuvole, ec.

Quì il Boscovich riferisce ciò che da un’amico gli viene scritto sopra gli effetti del medesimo Turbine in questi termini „Per dove passò la coda fece ne’ campi del grano uno stradone rettissimo in modo, che pareva vi fossero andati a segare il grano colla falce i mietitori. In un campo di un jugero oltre aver fatto strage di tutto il grano vi ha radunata tanta quantità di arena e ghiaja, che arrivava in altezza quasi di un uomo, ha sbarbicato smisurate quercie, e smisurati castagni sollevandoli [p. 100 modifica]all’altezza della facciata di S. Marcello, e alcuni di tali alberi gli ha trasportati quasi un miglio lontani. In un luogo trasportò via un pagliajo non si sa dove, così ancora il tetto con li travi di una casa. In un luogo detto Faltona per linea retta sbarbicò quattrocento castagni trasportandoli lontanissimo.... In un campo sbarbò un noce di diametro di due braccia, e l’ha trasportato tanto lontano, che fino a ora non si è rinvenuto. Nella sommità di un monte ha schiantato grossi macigni trasportandoli lontanissimo....

Storia del 3. Turbine. §. 34. Ma il Turbine Veronese, (così Prosegue Boscovich a pag. 93.) „pur nato in terra analizzato dal Montanari fece prove in altra maniera più maravigliose, e spaventevoli, e non solamente fece vedere le sue fiamme, ma le fece pur anche sperimentare, eccitandole in molti luoghi negli alberi e nelle case. Questo ferale turbine seguì a’ 29 di Luglio del 1686 sul Veronese poco lungi dall’Adige... Aveva esso in qualche luogo quasi un mezzo miglio di grossezza diametrale, e in qualche altro luogo in [p. 101 modifica]circa un quarto. Era involto in una nuvola così nera e densa, che toglieva la vista, ma di tanto in tanto pareva che si squarciasse da improvisi ma smorti lampi. Dentro ruotavano con giro non interrotto delle nuvolette bianche intersiate da grandi striscie di fuoco: dall’altezza di tre picche in sù pareano meno folti que’ vapori, e rigati di pochi baleni, ma l’aria compariva di un colore quasi infuocato. L’accompagnava un rauco, e continuo suono, è con esso un alito di zolfo puzzolente, che l’aria tutta d’intorno infettava.

„Come non ebbe sempre (prosegue Boscovich), la grossezza medesima, così neppure il medesimo vigore conservò sempre, e in alcuni luoghi maggiori danni li fece coll’urto, in altri col fuoco. In Terrazzo principalmente col fuoco fece le più funeste rovine. Affermarono allo Spoleti (primo scrittore di questo fenomeno) quegli abitanti di aver veduto quasi in tutte le case ardere il fuoco, ed egli ne vide i segni e nelle rovine delle fabbriche, e negli [p. 102 modifica]alberi in parte dal medesimo consumati: anzi aggiunge, che fù osservato, che in alcune case urtando un pezzo di nuvolo nero scoppiava con rauco tuono dilatandosi in un momento in larghe falde di fuoco.... Aggiunge il Montanari, che essendo anche nel Padovano pregno del fuoco, come fu osservato a Terazzo, accese col medesimo, e consunse molti mobili di casa, strami ed altre merci. Ma è cosa degna di particolar riflessione, (così prosegue Boscovich) quello che lo Spoleti testimonio oculare aggiunge: L’uva, dice, e i frutti per dove è passato il turbine in qualche vicinanza, sicchè non abbia svelti gli alberi totalmente, sono nondimeno così abbrugiati, e diseccati, che pajono cotti in forno, ma tengono un così tetro sapor di zolfo (di che ho fatto io stesso la prova), che non è pericolo, che alcuno intraprenda di mangiarne tal quantità, che possa infettarlo. L’erbe stesse sono così inaridite, che sembra il terreno abbrugiato da vere fiamme.

Robe diverse portate in aria dal Turbine. §. 35. Non è dunque da mettersi in dubbio la gran forza del turbine in tra[p. 103 modifica]trasportare per aria a gran distanze corpi d’ogni genere. L’istesso Boscovich (pag. 102. del Turb.) non si maraviglia punto, che corpi pesantissimi siano talora portati per aria dal turbine, e dopo aver detto, che ferro a modo di spugne possono comodamente chiamarsi que’ sassi ferrigni scabrosi appunto come una spugna, che si vedono continuamente da questi vicini monti carichi di miniere di ferro portati giù da torrenti. E perchè mai, ei soggiunge non ne può un turbine sollevare un buon numero, e farli piovere? Io per altro non disprezzando totalmente l’osservazione di Boscovich, rifletto, dover esser caso rarissimo, che dal turbine semplicemente aereo possano levarsi da terra, e portarsi in aria sassi così pesanti, come sono i ferrigni delle miniere, i quali non devon punto confondersi con le pomici o spugne vulcaniche leggerissime: e se pure i detti sassi ferrigni sono dal turbine elevati in alto, devono, atteso il molto loro peso sotto un piccolo volume, quasi subito ricadere alla terra: qualora non fosse quel turbine un Tifone, ovvero un (vortice di fuoco sì denso, che potesse, ruotando in se stesso (§. 34), [p. 104 modifica]sostenere in aria per alcun poco di tempo quei sassi, oramai resi infuocati ed ardenti.

Segue l’istesso soggetto. §. 36. Ma per comprendere l’impercettibil attività del turbine, e la sua forza nell’alzare corpi gravi, rotolarli nell’aria, e trasportarli a gran distanze, o ciò segua per la violenza dell’igneo vortice, o per la forza dell’urto, oppure, come succede talvolta, e per l’uno e per l’altro insieme operanti, serve copiare dal Boscovich, come egli la racconta per bocca del Montanari, una storia non men curiosa che stravagante, di robe portate in aria dal turbine. Dice dunque a pag. 106. „Le frondi degli alberi, i tavoloni, i travi, gli sportelli delle finestre, la polvere di calcina, e starei per dire ancora le robe di casa sparse quà e là per le vigne, le ha fatte piovere anche l’ ultimo nostro turbine; anzi in quel di Verona, e in quel del Nunnez, e in quello veduto pochi anni sono in Venezia, si può dire, vi sieno state in certo modo ancor pioggie d’Uomini, che furono a sì enormi distanze trasportati per aria. Tutte queste sorti di piogge raccolte insieme [p. 105 modifica]enfaticamente si trovano in poche righe d’una relazione d’un turbine, che nel 1619 infierì molto nel Friuli, stampata allora in Venezia, dal Montanari riportate, in cui si dice: Questo successo ha lasciato uno spavento grande in queste parti, essendosi vedute cose incredibili, mentre piovevan sassi, tavole, arbori, travi, coppi, donne, fanciulli, botti, biade, uva, galline, e in conclusione ciò, che trovava, »portava per aria.

Se dunque i Turbini hanno tanta forza da trasportare per aria materie sì gravi, con quanta maggior facilità potranno da terra sollevare in aria le terre, e le arene? Vediamo spesso di sole terre e di rene, quando sien ben asciutte, formarsi de’ nuvoloni, portarsi in aria da’ venti. Già abbiamo osservato nel §. 33. la gran quantità, non solo di pura rena, ma di ghiaja ancora che fu trasportata dal turbine, e depositata ne’ campi, dove passò l’altezza d’un uomo. Ma sù di ciò non occorre di più diffondersi.

La nostra nuvola si paragona ai turbini. §. 37. Se noi vorremo paragonare la nostra nuvola con i globi sopradescritti, e con i turbini ignei di terra, [p. 106 modifica]facilmente rileveremo, che ad essa con vengono molti di quei caratteri, che distinguono il vero globo e turbine ignco da qualunque altra meteora. Il moto più o meno veloce, le diverse forme prese dalla nostra nuvola, il frequente scintillare, i colpi sonori straordinarj, il fumo che tramandava, finalmente il moto in giro (§. 57.), dimostrano bastantemente, che questa non era una semplice nuvola tempestosa, ma un vero vortice igneo, un turbine aereo, o se vogliamo anche dire uno de’ veri Globi sopradescritti, ma che progrediva con lento passo nella più alta parte dell’ammosfera, ripieno all’eccesso di fuoco elettrico, e carico di tutte quelle materie, che vanno unite a simil sorta di Turbini, come zolfi, bitumi, olj, resine, acidi specialmente vetriolici ed ammosferici, minerali, e cent’altre sostanze, che servono d’alimento allo stesso fuoco.

Io porto costante opinione, che questa nuvola non solo debbasi considerare singolarissima per i sassi scagliati, ma curiosa altresì per i colpi, che non a guisa di tuoni o fulmini, ma di cannonate, di mortaletti, o di scarica di [p. 107 modifica]archibugiate si udivano da quelli che eran 20, e più miglia obliquamente distanti dalla nuvola, oppure a forma di orrendi bronzi, che si perquotessero insieme, come sentivan coloro che rimanevano un poco più sottoposti alla nuvola detonante, e in vicinanza delle pietre che precipitavan dall’alto (§. 9) E sebbene anche i Globi di fuoco vadano per lo più congiunti con delle esplosioni, pur tuttavia nella nostra meteora son queste sì frequenti e sì strane, come costa anche da’ deposti giuridici del §. 57, che non potevano indicare altro che qualche cosa di maraviglioso. In fatti erasi in quella nuvola adunata una così immensa e straordinaria quantità di fuoco congiuntamente, a molte sostanze che esso ha l’abilità di tenere sciolte, che come in un nuovo claboratorio della Natura potevano formarsi delle materie gravi e diverse da quelle che sogliono generarsi in aria, e cadere in grandine.

L’eccessiva quantità di fuoco della nostra nuvola si sarebbe assai meglio manifestata, di notte. I raggi del sole, essendo egli all’occaso, illustravano alquanto la nuvola, e venivano [p. 108 modifica]così ad impedire che si vedesse tutto il fuoco di cui era pregno quel vortice: ciò che di giorno ci compariva di color cinerco, apparso ci sarebbe di notte come composto di pure fiamme. Boscovich discorrendo del turbine di Capestan, osserva a pag. 87, „che la sua figura era come suol essere di una colonna, o di un cono rovesciato, e il suo colore non era color di fuoco, ma come dicesi cenerino, che tirava alquanto al violetto. Se pure il suo fuoco non era tanto tenue, che il giorno, benchè oscurato in una maniera straordinaria, non lasciasse distinguerlo, fuorchè sotto quella sembianza di un misto di violetto, e cenerino uniti insieme. Un fuoco acceso, che la notte ben si distingue in una lontananza di poche miglia, di giorno perdesi di veduta alla distanza di pochi passi.

Utilità della nuvola venuta di giorno. §. 38. Ne segue da tutto ciò, che se il fenomeno fosse accaduto di notte. la nostra nuvola turbinosa sarebbe comparsa molto più terribile e spaventosa, e non solamente sarebbesi mostrata più infocata, più scintillante, e cinta all’intorno di più visibili fiamme, e in [p. 109 modifica]conseguenza più vicina a rappresentare il vero turbine; ma ancora perchè i colpi stravagantissimi avrebbero ingerite idee ancor più funeste di maggior disgrazia alla gente di Campagna un poco più sottoposta alla nuvola. Con tutto questo però non si sarebbe potuto scuoprire il getto de’ sassi, che è quello che rende memorabile un tal fenomeno, e degno che sia tramandata ai nostri posteri la memoria, tanto più che questo turbine e questa caduta di pietre non produsse alcun danno, e dileguossi con aver soltanto impauriti gli Spettatori; Imperciocchè se fosse succeduto di notte tempo si sarebbero in vero uditi i colpi, che avrebbero spaventato i vicini, ma nulla più; mentre non essendo state in questa ipotesi vedute cader le pietre, non si sarebbero neppur trovate. Le più grandi, e le più pesanti sarebbero andate sotto terra (§. 2, e 3), ed ivi starebbero ancor sepolte le piccole poi, oltre al non essere state nella sua discesa vedute da alcuno, benchè sieno rimaste nella superficie del terreno, tuttavia giacerebbero sempre inosservate, e neglette. Ciò si verifica molto più delle [p. 110 modifica]piccolissime, le quali, secondo le recenti informazioni, devon esser in numero assai maggiore di quello siasi creduto fin’ora, ma però difficili a ritrovarsi.

Effetti della nuvola inseparabili fra loro. §. 39. Se le nostre pietre grandi e piccole fino alle rene o lapilli (§. 13) sono state in gran parte vedute o sentite cadere dalla nuvola; e se non possono essere state d’altronde portate, come si è dimostrato finora, ne seguirebbe per necessaria conseguenza, che si fosser formate in quei luoghi, e tra quelle nuvole, dalle quali sono a noi pervenute. Così se ci ridurremo a memoria tutto ciò, che è stato detto nella prima Parte rispetto a quelle fasi maravigliose che scuoprivansi nel vortice igneo-etereo, resteremo egualmente convinti della formazione de’ sassi in aria. Imperciocchè dalle osservazioni precedenti è facile rilevare, che gli effetti maravigliosi di questa nuvola sono inseparabili fra loro; poichè lo scintillare, il fumare, il mandare de’ fieri colpi, il girare intorno se stessa, sono effetti strettamente legati con la vibrazione de’ sassi. I primi sono stati veduti nel tempo stesso, e nella medesima nuvola da migliaja di Persone; l’ultimo [p. 111 modifica]non potea esser veduto se non da pochi, cioè da quelli, che erano all’aria aperta pur tuttavia neppur questo, cioè la caduta de’ sassi dalla nuvola eterea, può negarsi dopo l’esame giuridico di tanti testimonj oculari (§. 57): dunque le nostre pietre sono realmente cadute da quel medesimo ignito vortice, dal quale nascevano i fieri colpi. Ma una nuvola costituita nella più alta regione dell’aria, una nuvola infuocata, scintillante, fumante, e vibrante sonori colpi, i quali per la loro frequenza e varia intensità eran assai diversi da’ fulmini stessi, che altro indicar poteva se non che qualche cosa di grande e di sorprendente? Un apparato così magnifico dovea certamente produrre qualche effetto maraviglioso nell’aria. Questo realmente non era, nè potea esser diversamente, se non la produzione de’ nostri sassi. In fatti esistono questi in qualche numero presso di noi, che prima non erano stati, che io sappia, veduti giammai dai Naturalisti. Argomento di ciò è il non trovarsene nella Toscana, come abbiamo altrove osservato, anzi non dirò in quella sola, ma neppur [p. 112 modifica]nell’Italia, e se mi è lecito il dirlo neppur nell’Europa tutta, se vera è la descrizione, che delle pietre ne hanno finora fatta i Litologi; qualora non se ne trovasser di quelle che avessero avuta l’istessa origine. Dunque nella nostra nuvola maravigliosa si son formate le pietre, che dalla medesima sono state vedute cadere a terra, e che raccolte formano in oggi l’oggetto delle conversazioni, e somministrano ai dotti materia di speculazione e di studio. Converrebbe finalmente spiegare come queste siansi potute formare su tra le nuvole; ma prima di avanzare sù ciò le nostre congetture convien vedere così di passaggio qual influenza abbia il vapore elettrico sulla nostra e sulle precedenti meteore; e cosa mai abbiano pensato su tal soggetto gli antichi ed i moderni Scrittori.

Influenza dell’Elettricità in simili meteore. §. 40. Più volte in questa memoria si è preso il fuoco elettrico per causa principale degli effetti prodotti dalla nostra Nuvola. Per poco che si riguardi questa meteora, e si paragoni con i curiosi fenomeni de’ globi, e con quelli ancor più strani de’ turbini, non ci resterà motivo di dubitarne; colla [p. 113 modifica]differenza che ne’ globi per essere costituiti in grand’altezza vi si trova il fuoco elettrico più puro, perchè più pura vi è l’aria, e più scevra di tante eterogenee sostanze, delle quali abbonda in eccesso l’atmosfera vicino a terra, dove perciò il fuoco del turbine vi esercita una forza molto maggiore. E quantunque sieno oramai troppo noti gli effetti dell’elettricismo, non stimo superfluo di darne qui di passaggio un’idea almeno de’ più importanti, e di quelli che possono interessare più da vicino la nostra nuvola, acciò ognuno per so medesimo possa conoscere qual’influenza abbia ne’ globi e ne’ turbini, e quale forza esercitar potesse nella nostra meteora non solamente per palesare diverse fasi, ma anche per produrre il più maraviglioso de’ fenomeni, qual’è la produzione de’ sassi in aria.

È già noto che il fluido elettrico ha il potere di accendere le sostanze infiammabili. Dopo il 1741 si sa che una scintilla bene indirizzata sopra alcune goccie di etere, o sia spirito di vino, serve per infiammare, e far bruciare questi liquori. Sappiamo altresì dopo l’esperienze del Sig. Alessandro Volta, [p. 114 modifica]che la minore scintilla elettrica produce il medesimo effetto sull’aria infiammabile. Ci è noto, che quest’ultimo fluido combinato in giuste proporzioni con l’aria pura, e in specie con quella, che chiamavasi deflogisticata, ora gas ossigeno, o aria vitale, brucia con una rapidità sorprendente, e produce, essendo chiuso in un vaso ben adattato, uno scoppio fulminante. La detonazione poi che produce la scintilla ottenuta dalla scarica per mezzo della boccia di Leida, sarebbe ancora molto più forte, e che potrebbe divenire dannosa se si combini l’etere con dell’aria più pura, e più salubre, che non è l’aria atmosferica, come osserva il Dott. Ingen-Housz, di cui ora riporto l’osservazione. Egli avea combinato dell’etere con quest’ultima specie d’aria vitale: tutto fù serrato in un vaso di rame solidissimo, e la bocca, o per meglio dire l’uno de’ fondi fù fermato con tre viti. L’esplosione fù sì terribile, che le viti furon forzate, e il fondo portato via. Esperienza da ripetersi con cautela.

Questo poco che abbiamo detto serve per formare un’idea astratta della spiegazione di questo fenomeno, o [p. 115 modifica]meno per conoscere in abbozzo, che la nostra nuvola per essere costituita in una regione d’aria per se medesima pura e sottile, e quivi essendosi adunata gran quantità di vapore elettrico, ben poteva col concorso de’ fluidi elastici, cioè di quelle sostanze, che combinate per ragione d’affinità con una maggiore, o minore copia di calorico sono portate allo stato aeriforme, e così trasportate alla più sublime parte della atmosfera; poteva dico produrre quei primi effetti, come di scintillare, e detonare, che faceva in strane forme la nostra Meteora. Che se poi a quella si aggiungano materie gravi specialmente le minerali tenute fuse dal fuoco (§. 46), che non possano così facilmente svanire per l’aria, eccoci subito devenuti ad abbozzare la generazione de’ sassi in aria. I solfi, gli acidi e i sali congiuntamente ad una polvere ocracea sottilissima natante per quella regione li crederei quasi quasi capaci unitamente all’azione de’ suddetti fluidi, di produrre le nostre pietre. Ma lasciate le congetture, torniamo al fuoco elettrico.

Egli rapidamente, osserva un moderno Fisico, si lancia ne’ corpi, che ne [p. 116 modifica]hanno meno, e dove trova opposizioni, sbaraglia, abbrucia, incenerisce, calcina, vetrifica, ec. le materie che incontra; quindi un corpo elettrico per difetto se non trova che Pana, che gli resista scoppia con una romoreggiante scintilla. Io quì m’imagino per un momento, che una nuvola gravida di sostanze minerali e semimetalliche o loro ocre, quivi adunate in gran copia per quel moto, che avea, vorticoso, come costa dal §. 57, ricevesse entro di se medesima altre nuvolette piene egualmente di fluido elettrico, e di gravi sostanze raccolte per aria, e mancandole altre nuvole intorno elettriche per difetto, onde in esse come per mezzo di altrettanti sfogatoj, potere sgravarsi in parte sì del vapore elettrico come delle sostanze più gravi, dovea al parer mio vestire la forma di un’ardente fornace, d’un aereo vulcano, d’un vortice fulminante, capace ognuno di produrre pietre di foggia nuova, ed inusitate, e quindi scagliarle alla terra. Ma di ciò in altro luogo.

Materie generate in aria secondo il Cartesio. §. 41. Abbiamo finora parlato de’ sassi che cadono dalle nuvole; vediamo adesso, se vi è alcuno che creda, che [p. 117 modifica]fra le nuvole siano stati essi formati, Già si sa, che le materie gravi cadute in diversi tempi o in diversi luoghi, o sono state levate in alto da’ turbini, e quindi rotate per maggior o minor spazio nell’aria, sono state poi lasciate cadere sopra la terra; o sono animaletti volanti, come le Locuste, che per il loro immenso numero, col quale hanno talora oscurato il sole, trasportate dal vento, o per se medesime si sono gettate sù le campagne (Boscov. p. 104), fenomeno pur troppo frequente e funesto a qualche parte della Spagna (Bowles storia tomo 2.). Ma niun filosofo, che io sappia; nè fra i moderni, nè fra gli antichi vi è stato giammai, che abbia fatta la questione de’ sassi formati in aria, sebbene sia stato detto più volte da Plinio e più frequentemente da Tito Livio lapidibus pluisse. Il Cartesio però al capitolo 7 delle Meteore non pare che abbia, come tutti i moderni Filosofi, dimostrata una insuperabile repugnanza in credere, che materie solide possano fra le nuvole generarsi. Ecco le sue parole: Quoniam valde varia est & multiplex exhalationum natura; mihi facile [p. 118 modifica]persuadeo, fieri posse interdum, ut à nubibus compressa materiam quamdam componant, quæ colore & specie externa lac, carnem, aut sanguinem aliquomodo referat, vel quæ subito accensa, & combusta fiat talis, ut pro ferro, aut lapidibus sumi possit, vel que denique corrupta, & putrescens in exigua quædam animalia brevi tempore convertatur, ut inter prodigia sæpe legimus ferro, sanguine, locustis, aut aliis similibus pluisse. Non è quì da sostenersi e difendersi in tutte le sue parti la sentenza del Cartesio io l’ho riferita semplicemente acciò ognun veda, che egli non è poi tanto lontano dall’ammettere in generale la formazione in aria di materie diverse pel concorso di esalazioni esaltate. Pur tuttavia, siccome egli non crede che in aria si possa generare un vero sasso ferrigno, una vera pietra ma al più al più fiat talis, ut pro ferro & lapidibus sumi possit, e molto meno che sù tra le nuvole si possano per mezzo della corruzione prodursi vere Locuste (lo che sarebbe una favola troppo ridicola a imaginarsi); quindi è che dobbiamo dire, che tutto ciò inventasse Cartesio per ispiegare in [p. 119 modifica]che modo l’opinione degli antichi Scrittori sulla tanto da loro decantata pioggia di sassi. Risulta dunque da tutto questo, e da ciò che anderemo dicendo ne’ susseguenti paragrafi, che niun de’ moderni, niuno tra gli antichi Filosofi ha sognata mai non che creduta o asserita una vera pioggia di sassi tale, quale si è verificata, con maraviglia di tutti, alla fine del presente secolo.

Sentimento di Tito Livio. §. 42. Tito Livio nella sua Storia di Roma più frequentemente d’ogn’altro Scrittore antico fa menzione di pioggie di sassi cadute con tanta frequenza, e accompagnate per lo più con sì strani prodigj che mettono subito in sospetto della realtà e verità de’ racconti. Onde non è maraviglia se da’ moderni Critici esaminata l’autorità degli antichi, e trovata fra mille favole inviluppata, l’abbiano poi solennemente rigettata come falsa ed insussistente. E in riguardo a Tito Livio, egli stesso ce ne porge tutto il fondamento di così credere dicendoci al lib. 21. cap. 62. Romæ aut citra Urbem multa ea hieme prodigia facta: aut (quod evenire solet motis semel in Religionem animis) multa nunciata & temere credita sunt, dove tra gli altri [p. 120 modifica]mette anche in Piceno lapidibus pluisse. E al cap. 10. del lib. 24. Prodigia eo anno multa nunciata sunt, quæ quo magis credebant simplices, ac religiosi homines, cò etiam plura nunciabantur. Se dunque Tito Livio parla in tal guisa di quei miracoli, cosa dovrem noi credere delle piogge di sassi, che egli stesso ripone fra quei prodigj? Egli prosegue dicendo: Præter hæc, inferiore calo relatum in monumenta est, lacte & sanguine pluisse.... Item ferro in Lucanis anno antequam M. Crassus a Parthis interfe Clus est. Effigies quæ pluerat, spongiarum fere similis fuit. Aruspices cavenda præmonuerunt superna vulnera. L. aurem Paulo, C. Marcello Cons. lana pluit circa castellum Carissanum, juxta quod post annum, Milo occisus est. Eodem causam dicente lateribus codis pluisse in ejus anni ada relatum est. E nel lib. 1. cap. 31. Devictis, dice egli, Sabinis cum in magna gloria, magnisque opibus Regaum Tulli, ac tota res romana esset, nuntiatum Regi Patribusque est, in monte Albano lapidibus pluisse: quod cum credi vix posset, missis ad id visendum prodigium in conspectu haud aliter quam cum grandinem venti glomeratam in [p. 121 modifica]terras agunt, crebri cecidere cœlo lapides.

Io non starò a fare riflessione alcuna sulla verità o falsità di questo, e di altri simili fatti raccontati da Tito Livio: e dirò solamente, che avendo egli unito il legittimo col favoloso, non ha fatt’altro che togliere il carattere di veracità al primo, dando così motivo a’ Critici moderni, o di prendere tutto indistintamente per falso, o di giudicar quelle piogge per favolose, o di spiegarle per via di turbine. Se Tito L. ci avesse lasciata scritta la descrizione almeno de’ caratteri esterni di quei sassi, che piovvero a M. Albano, si poteva forse. giudicarne con molto maggior fondamento.

Piogge di zolfo e polvere, e caduta di sassi. §. 43. Molte sono le piogge straordinarie, delle quali i Naturalisti, i Fisici, e gli Storici ci hanno lasciato in ogni tempo memoria. Molte di queste devonsi avere per favolose, altre per vere e legittime. Vediamo sù quali fondamenti si appoggino quelle che chiamo vere. Niuno potrà mettere in dubbio quella pioggia di zolfo, di cui parlasi nella Genesi, che cadde sopra Sodoma e Gomorra. Ma per parlare de’ successi meramente naturali: [p. 122 modifica]Spangenberg riporta, che vi fù una pioggia di solfo, che cadde nel Ducato di Mansfeld nel 1658. Si trova in Olao Wormio, che ne venne una simile a Coppenaghe nel 1646. Siegesbek fa menzione d’una pioggia simile caduta nel 1721 nella Città di Brunswick. Questa pioggia era infiammata, e non potè estinguersi nè con l’acqua, nè col muoverla ed agitarla. Simone Paulli assicura, che li 19 Maggio 1665 cadde in Norvegia per una tempesta, e con un tuono orribile, una polvere del tutto simile al solfo. Questa polvere gettata nel fuoco diede perfettamente l’odor di solfo mischiato con lo spirito di trementina. Li 30. Maggio 1755 verso le 4 ore della mattina cadde a Malow in Irlanda una vera pioggia di solfo: fù raccolta in massa per le strade, e negli abiti de’ passeggieri sentivasi, anche 3 ore dopo, l’odor di solfo da quelli che li passavano accanto.

Quantunque l’abbondanza delle materie sulfuree, che esalano da’ Vulcani, e quelle che si esaltano dalle solfatare, e quei tanti fumi, che perpetuamente esalano dall’acque sulfuree, e da’ così detti Lagoni, rendano questi [p. 123 modifica]fatti più che probabili; ciò non ostante è da notarsi, che in molti luoghi è caduta pioggia di polvere, la quale sebbene infiammavasi alla candela, come osserva M. Wolf, non è stata creduta però vero solfo, ma bensì esalazioni abbondanti di materie resinose, le quali esaltate per il caldo in aria, cadevano poi condensate in polvere. Io stesso, nel 1783, se non prendo abbaglio, ritrovandomi alle Vertighe monastero vicino a Monte San Savino alla metà d’Agosto in una sera d’una giornata caldissima, appena dopo tramontato il sole, viddi da più cipressi quì vicini esalare un copioso e denso fumo, che naturalmente in quel subito si sarebbe acceso e andato in fiamma, se alcuno vi avesse accostato un solfanello. A questo spettacolo che parve curioso, e che io non avevo mai veduto in altri luoghi, vi erano spettatori alcuni Signori di quella Terra, e fra gli altri il Sig. Capei di Lucignano di Valdichiana.

Se dunque il solfo può nello stato suo naturale esaltarsi in gran copia, onde ricadendo formare una pioggia, potrà anche facilmente sù fra le nuvole [p. 124 modifica]legare certe sostanze semimetalliche con le quali vi passa una grandissima affinità, e rivivificandone le ocre dar luogo alla formazione di vere pietre. Certamente che il zolfo, il vapore. elettrico, e l’esalazioni metalliche possono quasi direi unicamente formare i nostri sassi sopra alle nuvole.

Ma passiamo alla pioggia di sostanze, ancor più straordinarie, e vediamo se almeno fra i moderni Scrittori si faccia menzione di pietre non solo cadute dall’alto, ma ancora generate nell’aria. Riporta a questo proposito il Dizionario delle Maraviglie, motivato al §. 30. alla voce Pluies pag. 274, che nel mese di Luglio 1766 cadde dal Ciclo in tempo tutto sereno una grossissima pietra in Alberetta presso Modena. La caduta di questa pietra fece gran rumore, che fù sentito anche in quei contorni. Questa pietra fù trovata ancor calda profondata due piedi circa sotto terra. Era di natura granellosa, di superficie irregolare, oscura, e come bruciaza dal fuoco. Il P. Troili, successore del celebre Muratori, assicura questo fatto dopo l’attestato di più Persone che ne furono testimonj, e rapporta nel tempo [p. 125 modifica]stesso, d’averne osservato de simili in varj altri luoghi. Anche M. de la Lande fa menzione d’uno simile caduto nel mese di Settembre 1753 a quattro leghe da Bourg-en Bresse sua patria. Il P. Troili, dopo aver esposto tutte le cause, che si possono assegnare con qiù o meno di probabilità, s’attiene a quella che le pare più verisimile. Crede che un incendio eccitato in qualche montagna di Reggio avrà staccato e lanciato con violenza la pietra, che fù veduta cadere ad una mezza lega da Modena. Resiò allora e con ragione confutata l’opinione del P. Beccaria, che pensa che questo fenomeno si spiegherebbe molto meglio per l’impulsione del tuono, non ostante l’archibuso elettrico che il P. Beccaria avea immaginato per appoggiarvi la sua opinione, e la forza colla quale questa nuova specie d’archibuso può lanciare lontano i corpi, che gli si affidano.

Udiamo ancora un altro più moderno Filosofo (Genov. pag. 164. Elem. di Fisica). Cadendo, egli dice, la pioggia dall’alto per l’aria ingombra, ed imbrattata di diverse esalazioni le porta poi seco. Quindi ogni pioggia è ripiena di sali, di spiriti, di olj terrei, e di altre [p. 126 modifica]molte cose. Impurissime sono le pioggie, che cadono nella state, e nelle Città, come prova il Bocraave.

Si possono quindi spiegare certe prodigiose piogge, che sono riferite dagli Istorici. In molti luoghi piovve zolfo, come avvenne l’anno 1658 nel Ducato di Masfeld nella Franconia. Talvolta piove una certa materia ardente, la quale non può spegnersi nemmeno coll’acqua; come avvenne similmente nella Germania nell’anno 1679.... Ma ciò può anche accadere le terre rosse frammischiate alla pioggia, come fù osservato negli Svizzeri dopo il tremuoto del mese di Novembre dell’anno 1755. In Inghilterra soffiando violentemente il vento di mare cadde una pioggia salsa, com’è registrato nelle transazioni anglicane al num. 189. Una pioggia pingue butiracea nella Spagna l’anno 1695, com’è riferito nelle medesime Transaz. al num. 220. Leggendosi poi tanto spesso, così prosegue il Genovesi a pag. 165, negl’Istorici Latini e Greci, che sono piovute pietre, deve intendersi, che sieno piovute delle grossissime granella di gragniuola; imperocchè tali gragniuole erano dagli antichi Greci e Latin!, chiamate lapides, [p. 127 modifica]come ancor noi al presente in Italia le chiamiamo lapidi.

Certo è che in Toscana le granella di grandine non si chiamano lapidi. Avrà forse il Genovesi adottato il nome di lapidi anche da quel passo della Sacra Scrittura in Giosuè al cap. 10. Dominus misit super eos lapides magnos de Cælo, & mortui sunt multò plures lapidibus grandinis quàm quos gladio percusserant filii Israel.

Anche Vallisnieri aveva molto prima trattato della pioggia di materie gravi. Udiamo da lui medesimo le riflessioni ed osservazioni che Egli fa su questo soggetto nelle sue opere ediz. di Venez. pag. 166, e seg, così dicendo. „Ne è cosa nuova nella Natura la dura pioggia, o la caduta, che pare tanto portentosa al volgo, de’ sassi dal Cielo. Corrado Gesnero lasciò scritto: Lapis e Cælo delapsus anno salutis 1492, qui Entishemii in templo suspensus visitur, pondere 300 librarum civilium, ut audio, cc. Nullam, puto, certam figuram habuit. A saxo arenario duritie parum differt. In Verona ne conservano pur uno in un certo tempio, spongioso, [p. 128 modifica]arenoso, o tofaceo, che dicono caduto dal Cielo, di cui ne ho un pezzo nel mio Museo. Lionardo Medico nel suo erudito libro de Gemmis lib. I. cap. 5. anch’egli asserisce, Nostris temporibus in partibus Galliæ Cispadanæ lapis magnæ quantitatis è nubibus cecidit, ec.

Indi soggiunge l’istesso Vallisnieri: „Mi trovo avere nella mia raccolta di cose naturali un sasso ovato, di peso d’oncie undici in circa, caduto anch’esso dal Ciclo, a cui è annessa una Scrittura autenticata per mano d’un Notajo, che assicura la verità del fatto, e dice in questa forma.

In Christi nomine Amen.

„1635. Indictione 3 in giorno de Sabato li 29. del Mese di Settembrio, in Calce, Territorio Vicentino, incontrà del Settimo in casa de M. Vincenzo Motta, presenti il Sig. Lodovico Tovaglioni dalla Ripa, e M. Alessandro Speoltin da Monte Galda, testimonii rogati, e pregati.

„Io infrascritto faccio ampla, et indubitata fede, come essendo uscita una voce, che nel dì sette del mese [p. 129 modifica]di Luggio, giorno di Sabato, Anno sudetto, nel qual giorno, a hore ventiquattro incirca era caduta una tempesta orribile di smisurata grandezza, poichè la maggior parte de’ grani con forme stravaganti e prodigiose erano grossi, come quadrelli, e fosse tra questi nella corte del suddetto M. Vincenzo caduta anco una pietra dall’aria, dove mi sono trasferito alla casa del detto Motta, e presa di ciò, alla presentia delli suddetti Testimonii, e di me Nodaro infrascritto, informazione di questo fatto, et ho inteso da Lui, da Madonna Fiore sua Consorte, e M. Bortolo suo figlio, come nel detto gior no, et hora avendo fatto nettar la corte diligentemente, nè essendovi restata pietra di sorte alcuna, poichè nè anche in quel contorno vi sono pietre di sorte alcuna, e dopo venuta la tempesta, et andati per curiosità a vedere, come cosa straordinaria, trovarono tra que’ pezzi di Giaccio una Pietra grossa più d’un’uovo d’Oca ovata, et per una parte alquanto schizata di color berettino scuro, che tira un poco al roano [p. 130 modifica]smorto di non poco peso, e sparsa da alcuni spianzi lucidi come cristallo, la qual pietra era da una banda vestita da una crosta di giaccio, onde si viene in cognizione, essere caduta con detta tempesta, et detta pietra è stata donata dal detto Motta all’Illustris. Sig. Gierolamo Gualdo.

Et io Giovanni Cerato q. D. Bort. Nodaro publico de Autorità Veneta, e Cittadino de Vicenza ho voluto fare la presente publica Atestacione, et Memoria, come di cosa straordinaria, e meravigliosa, alla quale gli ho anteposto il mio solito sigillo, segno di Nodaro rogato, &c.

Octavianus Bono Potestas

Fidem facimus indubiam, & atestamur supradictum D. Joannem Ceratum qui fidem & attestationem scripsit, & subscripsit, fuisse & esse Notarium publicum, & fide dignum, cujus scripturis, & subscriptionibus plena fides hic, & ubique adhiberi potest.

In quorum fidem, &c. Vicentio die 2. Novembris 1635. Steffanus Cozzia.

loco sigilli +

Dal che chiaramente si vede, non essere favola, che cadano sassi dal [p. 131 modifica]Cielo, purchè s’intenda la cosa pel suo verso, e come Plinio saviamente dicea quod vento sint rapti, non che si generino dentro le nuvole, come credettero alcuni buoni Aristotelici, e si sforzarono di trovarne la cagione, portando in campo quella loro favolosa, e ridicola Antiparistasi“.

E a pag. 170 così prosegue lo stesso Vallisnieri „Mi viene pure in mente, come nell’anno 1689 in Venezia cadde una pioggia di certa terra, o polvere minutissima rossa, di sapore salso-acida, che alcuni con istupore credettero insanguinata. Questa coprì non solamente Venezia, ma le isolette circonvicine, onde le piante, e l’erbe tutte si velarono, e s’impiastricciarono di quella strana, e polverosa pioggia.... I più savj, e più dotti si misero a cercare la cagion naturale, credendola bensì una rara pioggia, ma non miracolosa: e in fatti non passò gran tempo, che venne avviso, che un monte ignivomo, o un Vesuvio avea aperte due orribili bocche verso il mare, per le quali avea con forza terribile vomitato unitamente col fuoco gran [p. 132 modifica]copia di terra, o cenere rossa, la quale avea probabilmente acquistato quel tal colore, o da’ minerali, che seco erano rimescolati, o da qualche altra non ben intesa cagione. Così assottigliata, e sminuzzata dal fuoco, e ridotta in minutissima polvere non fù difficile al vento, che spirava verso Venezia il portarla sopra quella, e sopra l’isole circonvicine, tignendo e coprendo il tutto con quella, dirò così, inarsicciata, e secca pioggia...

E a pag. 171 nell’annotazione, Il Sig. Francesco Carli, gentiluomo degnis. ed eruditis. Veronese, in una lettera stampata dà anch’esso molte curiose notizie intorno a’sassi, e pioggie rare cadute dal Cielo, che qui ci piace di riferire.

Il dì 21 del corrente Giugno, verso le ore cinque della notte, fù veduta si nell’aria una gran massa di fuoco, che traversando il nostro lago di Garda con tal velocità di moto, che appena poteva essere seguita dagl’occhi, illuminava tutto il paese all intorno del suo passaggio, e scotendo con istrepitoso rimbombo le case, a guisa di non [p. 133 modifica]piccolo tremuoto, andò a cader ne’ beni de Monaci di S. Benedetto sotto la villa del Vago, a sei miglia dalla Città. La mattina seguente fù trovato, non esser altro quella massa, che una pietra attorniata da nericce ed increspate croste, la quale sprofondatasi nella caduta all’altezza di più d’un braccio sotterra, e rotta in diversi pezzi, donde il maggiore era della misura di un cubo di due braccia, e mezzo per ogni lato, mostravasi di color di cenere, e seminata d’atomi quasi invisibili di ferro, dava un cattivo odore di zolfo acceso che aveva in parte inaridite, ed in parte abbruciate l’erbe vicine.“ E un pezzo di quel sasso mandò egli al Sig. Vallisnieri, dal quale stritolato si cava veramente colla calamita qualche miņuzzolo di ferro.

È curiosa (prosegue l’annotazione) la relazione che apporta di Thielmano Frisio Tedesco d’una pioggia di denari caduta dal Cielo che verrebbe da molti forte desiderata. Referunt varice experientiae homines, decidisse aliquando in pluvia ec. numos antiquis Romanorum collo tenus inipressis persimiles, nisi quod undique [p. 134 modifica]præacutis radiis instar stellarum cingerentur unde stellarum jacula, gutte Apollinis, atque Iridis flores à nonnullis fuerint appellati. Nè diversamente ne parla il Turneisero: Sunt numi aurei densius compacti, rotundi, & patellae instar aliquantulum concavi, modò gute Apollinis, modò spermata Solis & Iridis vocantur virtute solis, cum sol iridem illuminat, in ipso punclo conjunctionis radiorum solis, & iridis subito creari, informari, & postea decidere.

„Giudica il Sig. Carli prudentemente, che quel sasso fosse scagliato da qualche fuoco sotterraneo, in non dissimile maniera, che fanno le mine da guerra. Così gli ultimi tremuoti del Vesuvio scagliarono sino in Costantinopoli delle pietre smisurate, e pensa, che anche la sua sia stata scagliata, per l’azione furiosa di simili sotterranei fuochi, da qualche montagna da loro rimota, e forse dal paese de’ Grisoni, dove ne sono di altissime, e sterminate.

Se quì alcuno m’interrogasse, se io creda, che altre volte nel Mondo sieno cadute delle vere pietre, e pietre [p. 135 modifica]formate in aria, risponderei che sì; non parendomi verisimile, che la nostra pioggia di sassi sia la prima accaduta nel globo terraqueo, specialmente dopo tanti fatti sopranarrati, ed altri che riporteremo in appresso, quali nè si possono tutti dichiarar favolosi, nè tutti spiegarli per via di Vulcani o di Turbini. Crederci pertanto che fra le piogge di sostanze gravi, ed in specie delle pietre narrate dagli antichi e moderni Scrittori, ve ne fossero delle vere e legittime per questo intendo criticare i moderni Filosofi per aver rigettato come favolose le fin qui narrate piogge di pietre, o per averle spiegate per via di turbine. Le cognizioni che si son avute finora sù questo fenomeno, e la buona critica filosofica, non permettevano che si giudicasse diversamente Ma dopo che la Natura in sì chiara ed energica forma ci ha manifestato questo segreto nella nostra descritta pioggia, dovranno, al parer mio, riguardarsi i suddetti fatti con una critica più sottile e scrupolosa.

La pietra dunque, di cui parla il P. Troili, e l’altra riportata dal Vallisnieri, le crederei probabilmente generate [p. 136 modifica]in aria, e la prima in una maniera poco dissimile da quella, con cui furon formate le nostre, l’altra poi, impastata e ricoperta di ghiaccio dalla tempesta. I caratteri di quelle pietre, benchè appena abbozzati da quegli Scrittori, mi rendono più che verisimile questa opinione. La pietra descritta dal Sig. Carli benchè sia di mole e di peso spropositata, e quasi incredibile, confronta però ancor ella mirabilmente colla natura de’ nostri sassi. Intanto si vede bene che tutti questi Scrittori vanno, per dir così, fantasticando per ogni verso, onde trovar luoghi da’ quali possano essere esciti i loro sassi; nè hanno difficoltà o di farli venire da alti remotissimi monti, senza prima osservare, se in quel sito vi sieno realmente pietre di quella specie; o di farli andar in aria dall’impulsione del tuono, o dall’archibuso elettrico o da’ Vulcani muti, e instantanei, che li dissotterrino da grandi profondità, quasi che sotto terra vi sieno specie di pietre differentissime da quelle che presso a poco trovansi alla superficie. In somma omnem movent lapidem, non per esaminare a fondo le qualità, e [p. 137 modifica]scuoprirne i caratteri, per i quali tanto facilmente si potrebbero distinguere le une dall’altre, ma per escluderle assolutamente, e senza ulteriori diligenze da quella aerea regione.

A proposito di piogge di sassi non è da ommettersi una notizia partecipatami direttamente del sig. Gugl. Thomson con sua lettera di Napoli de’ 10 Agosto 1794 (si veda il §. 68 in fine), la quale egli ricevè dal Sig. Domenico Tata con biglietto concepito ne’ seguenti termini.

Di Casa Lunedì 11 Agosto

Mio caro amico. Io sto anche scrivendo attualmente intorno allo stesso fenomeno; Ma non ostante ciò non ho difficoltà di partecipare al P. Abate Soldani la notizia, che riguarda lo stesso fenomeno verificato nel mese di Luglio, ad ora di Vespro l’anno 1755. La pietra fù da me situata in una cassettina di noce con una lastra ed un letto di cotone, e messa nella fù libreria di Tarsia. Essa pesava sette libbre, e once 7 ½, ma se n’era perduta una porzione nel cadere. La Campagna, ove cadde apparsiene a Terranova feudo di Tarsia, propriamente alle sponde del fiume Crate. [p. 138 modifica]Long. 34. 10. Latitud. 39. 50. Io porterὸ per esteso tutto l’esame, che fù preso dagli spettatori del fenomeno. L’abbr., e sono il vostro vero servitore ed Amico Domenico Tata.

Qui è da notarsi, che la caduta del sasso raccontata dal Sig. Tata, e di cui ne leggeremo con piacere a suo tempo la descrizione, rimane in mezzo a due bizzarri fenomeni. L’uno è d’una vera pioggia di zolfo accaduta li 30 Maggio 1755 a Malow in Irlanda, come si è detto a pag. 122. L’altro d’un globo di fuoco comparso a Leida li 15. Agosto dello stesso anno, e riportato a pag. 87. Ho notato tutto questo non per dimostrar l’influsso d’un fenomeno sull’altro, ma solamente per osservare quanto e l’aria, e la terra in quei due mesi e mezzo fosser disposti a produrre simili portenti.

È per altro vero che nei fenomeni prodotti in grande, sì nella terra che nell’atmosfera, vi è un certo legame, ed una influenza non bene osservata finora, e molto meno sviluppata da’ Fisici. L’anno medesimo 1755 in cui seguì la caduta del sasso descritto dal Sig. Tata, e nello stesso giorno 1. di [p. 139 modifica]Novembre, in cui seguì il terremoto di Lisbona, accadde anche uno straordinario fenomeno in Francia, cioè che dopo uno strepito sotterraneo la terra si aperse per uno spazio di una lega verso Anguleme con vedersi scorrere da quella parte un torrente carico di sabbia di color rosso. Il fatto vien riportato da M. de Bomare il quale poco dopo soggiunge: questi rapporti fanno presumere a favore dell’unità delle cause, e dei loro fenomeni.

Sentimento di Plinio sulla pioggia di sassi. §. 44. Plinio nella sua Storia del mondo spesso fa menzione di piogge di materie pesanti cadute dall’aria, come al capitolo 56. del libro 2. tratta de prodigiosis pluviis, lacle, sanguine, carne, ferro, lana, lateribus coclis: le quali piogge tutte o stimansi favolose da’ moderni Scrittori, o si spiegano per mezzo del turbine. Ripete egli l’istesse cose poco dopo al cap. 58, cui dà lo specioso titolo de lapidibus è Cælo cadentibus: Ma perchè nel discorso di Plinio vi sono alcune particolarità degne di riflessione, io perciò lo riporterò per intero. Celebrant Græci Anaxagoram Clazomenium, Olympiadis 78 secundo anno, prædixisse coelestium litterarum scientia, [p. 140 modifica]quibus diebus saxum casurum esset è sole: Idque factum interdiu in Thraciæ parte ad Egos flumen. Qui lapis etiam nunc ostenditur, magnitudine vehis, colore adusto, comete quoque illis noctibus flagran te. Quod si quis prædictum credat, simul fateatur necesse est, majoris miraculi divinitatem Anaxagore fuisse, solvique rerum naturæ intellectum, & confundi omnia, si aut Sol lapis esse, aut unquam lapidem in eo fuisse credatur: decidere tamen crebro, non erit dubium.

Non può negarsi che il racconto di Plinio fin qui non sia involto tra molte favole e quella grandezza del sasso da esso decantato, come caduto dal Cielo, è di troppa gran mole, a grandezza di carro, dice il Landino, magnitudine vehis, per credersi formato in aria. Ciò non ostante, dopo verificata la pioggetta de’ nostri sassi, non va disprezzato totalmente il sentimento di quel grand’osservatore della Natura, ma in quello, tolto ciò che può esservi di favoloso, devono considerarsi tre cose, 1. quel colore adusto, che parrebbe indicasse produzione di fuoco. 2. è cœlo cadentibus, dove cœlum prendesi per aria, come provasi da altri [p. 141 modifica]luoghi dello stesso autore; namque & hoc cœlum appellavere majores quod alio nomine aëra (cap. 8. lib. 2.). 3. Comete quoque illis noctibus flagrante potrebbe anche significare un ignita meteora, o un globo di fuoco.

Ma udiamo Plinio, che seguita a parlare de’ sassi nello stesso capitolo: decidere tamen crebro, non erit dubium. In Abydi gymnasio ex ea causa colitur, hodieque, modicus quidem, sed quem in medio terrarum casurum idem Anaxagoras prædixisse narratur. Colitur & Cassandriæ, quæ Potidæ a vocitata est ob id deducta. Vidi ego in Vocontiorum agro paulo ante delapsum. Lo scoliaste nell’edizione dell’Arduino vi aggiunge: ejusmodi fortassis fuerunt tres ii lapides magni, quos è cælo in Thracia cecidisse scribit Marcellinus in Chron. pag. 29 temporibus Marciani Imperatoris, quo anno Aquileja Civitas ab Attila, excisa est.

Il passo di sopra espresso viene così tradotto dal Landino nel cap. 60 del suo Plinio volgarizzato: Nientedimeno non è dubbio che spesso dall’aria caggiono le pietre. Nel gimnasio della Città detta Abido ancora ne’ nostri tempi una pietra non molto grande è adorata: la [p. 142 modifica]quale dovere cadere nel mezzo delle terre el medesimo Anaxagora dicono aver predetto. È adorata ancora in Cassandria: la quale è nominata Potidea, et per questo condotta. Et io l’ho veduta nel contado de Vocontii dove poco avanti era stata portata.

Pare che Plinio ammetta due differenti piogge di sassi: una quasi miracolosa, allora quando cadono da una regione superiore alle nuvole (e quindi la favola che vengano dal sole e dalle stelle), quale sarebbe quella, per la quale spasseggiano i globi di fuoco, e dove verisimilmente era costituita la nostra nuvola: l’altra, quando i sassi sono portati da’ venti, come egli attesta nel cap. 38 de aëre in fine, dove dice: Quin & ideo lapidibus pluere interim quòd vento sint rapti. Lasciamo frattanto che ogn’uno spieghi Plinio a suo modo, e venghiamo ad esaminare un’altro di lui capitolo ancor più curioso.

Passo di Plinio, che adombra la nostra Nuvola. §. 45. Nell’edizione di Plinio tradotta dal Landino, e stampata in Venezia nel 1476., Opus Nicolai Iansonis Gallici, vi trovo bello e disteso un capitolo, che è il 44., intitolato, Perchè [p. 143 modifica]piovono le pietre. Eccolo trascritto a parola come trovasi in quell’antica edizione: Confesso adunque che dalla parte di sopra ne nuvoli caschino fiamme dalle stelle, quali quando è sereno spesso, veggiamo: e pel colpo di quelle si commove l’aëre: come interviene quando per l’aëre volando una saetta si sente stridere. Quando adunque la fiamma arriva a nuvoli, ne nasce vapor risonante: come quando un rovente e focoso ferro si tuffa nell’acqua: e di poi si vede una certa rivoluzione di fumo. E di quì nascono le procelle.

In altra edizione similmente antica; cioè di Venezia del 1483., vi è il testo di Plinio in questa forma.

Quare lapides pluant. Cap. XLIIII.

Igitur non eam inficias, posse in has (un antico Commentatore a mano vi aggiunge nubes) ignes superne stellarum decidere quales sereno sæpe cernimus: quorum ictu concuti aëra verum est: quando & tela vibrata stridunt: cum verò in nubem pervenerint: vaporem dissenum gigni, ut candente ferro in aquam demerso: & fumidum vorticem volvi. Hinc nasci procellas. Vero è che in altre edizioni più moderne non manca il corpo del capitolo, Igitur non eum inficias, ec., [p. 144 modifica]ma soppresso affatto quel titolo Quare lapides pluant, vien tutto il resto trasportato al cap. 43 de Tonitruis & fulguribus, il quale incomincia appunto col sentimento medesimo del Landino, Igitur non eam, ec.

Io non saprei indovinare fra tali editori di Plinio la discrepanza, cioè perchè gli antichi ne facciano un capitolo a parte col titolo Perchè piovono le pietre: Gli altri Editori delle edizioni moderne (non eccettuata neppure l’Arduiniana) soppresso il titolo, trasportino la materia del capitolo 44 al cap. 43 de Tonitruis & fulguribus: se ciò non fosse stato per opera di qualche amanuense, e fors’anche degli stessi Editori moderni, i quali stimando quel titolo niente adattato alla materia stessa del capitolo (in cui veramente non si fa più menzione di pietre, nè della loro caduta) lo abbiano perciò tolto di mezzo, trasportandone la materia stessa al cap. de Tonitruis. Io certamente in tali dubbiezze preferirei l’edizione del Landino, che deve di quell’Autore aver veduti i migliori e più antichi MSS.; e ne restituirci l’antica lezione. Se dunque non è affatto spurio quel [p. 145 modifica]titolo del capitolo 44 messo lì come per modo d’interrogazione perchè piovono le pietre? Neppure deve rigettarsi la congettura dedotta dalla sostanza del capitolo medesimo, col quale in forma di risposta si rende ragione del fenomeno con addurre non altro che una fiamma ed un vortice fumicante.

Ma comunque sia la cosa, a me pare, che da quel grand’osservatore della Natura venga adombrata in qualchè maniera la nostra nuvola (o almeno qualcuno de globi sopradescritti), e con essa la caduta a modo di fuochi volanti, anzi la formazione de’ nostri sassi la sù le nuvole. Per esserne persuasi serve confrontare il prefato passo di Plinio colla descrizione del fenomeno fatta dal Sig. Montauti al §. 3., e con ciò che abbiamo detto in altri luoghi della prima Parte, e specialmente nel §. 30. dove si descrivono globi di fuoco di simil sorta. E benchè in Plinio non parlisi d’una nuvola orribilmente infuocata, qual fù quella de’ 16 Giugno; pur tuttavia quella fiamma che arriva a’ nuvoli, quella rivoluzione di fumo, anzi quel vortice (fumidum vorticem), quel vapor risonante che altro [p. 146 modifica]può adombrare se non la formazione de’ nostri sassi? Non è dunque inverisimile che Plinio ammetta due sorte di cadute di pietre: una di quelle trasportate da’ turbini, delle quali si è parlato nel §. precedente: l’altra di quelle formate in aria. Che se alcuna volta il nostro Naturalista inviluppa con qualche apparente contradizione verità le più grandi, ciò devesi condonare ai pregiudizj di quei tempi, e all’influsso che degli astri sopra i corpi sublunari comunemente ammettevasi dagli antichi.

Materie gravi si esaltano perpetuamente in aria. §. 46. Che la terra tramandi all’aria continuamente de’ vapori aquei non solo, ma esalazioni ancor d’ogni genere, l’esperienza continuata, e le osservazioni ce lo assicurano bastantemente. E per restringerci alla Toscana, anzi a quelle Provincie di Siena e di Volterra più prossime al nostro fenomeno, non vi sarà forse luogo in Italia (se si eccettuino quelli ne’ quali esistono attualmente Vulcani ardenti), che tramandino in aria sostanze eterogenee in una quantità così grande. In queste Provincie assai frequenti s’incontrano acque sulfuree e minerali, Mofete, e [p. 147 modifica]Lagoni, che tutti perpetuamente tramandano esalazioni e vapori. Quivi sono i Bagni e le Mofete di Monte Alceto, di Armajolo, di Rapolano, le copiose Mofete del Poggio Santa Cecilia, il laghetto minerale d’Arceno, i Bagni d’acqua bollente e tartarosa de’ Vignoni, le acque di Chianciano, i lagoni di Travale, e quelli del Castelletto, i gran Lagoni di Castel nuovo di Val di Cecina, e loro mofete, gli altri ancora più fumicanti di Monte Cerboli, del Sasso, di Serrazano, di Monte Rotondo, e di molti altri.

Cosa esalino questi tanti Lagoni lo potrei dire io stesso che gli ho veduti ed esaminati insieme col P. D. Bononio Gherardi fino dall’anno 1779., ma udiamolo da miei rispettabili Colleghi, che gli hanno o analizzati, o più diligentemente osservati. De Lagoni di Travale dice il Sig. D. Bartalini (Osservaz. di Stor. Natur.): Già da lontano si vedono delle grosse, ed alte colonne di fumo bianco, ed assai denso, sentendosi dell’odor di zolfo, ec. E di quelli di Castel nuovo di Val di Cecina: frequenti, ei dice, ed alte colonne di fumi biancastri e densi, ed un [p. 148 modifica]continuato odore di zolfo sono l’indizio de’ Lagoni. Un’indicibile quantità di produzioni, che mi si presentarono, quasi tutte ad un tratto, un denso fumo emanante dai Lagoni variamente agitato dal vento, che per ogni dove mi circondava, un fracasso ed un terribile strepito, che rende non piccolo orrore cose tutte che mi fecero rimanere stupefatto. Dopo essermi per qualche ora divertito a vedere ora i più, ora, i meno bollenti Lagoni, m’accinsi a raccogliere di quelle diversissime, ed innumerabili produzioni......

In distanza di circa due miglia, prosegue il Dott. Bartalini, da questi Lagoni n’esistono altri detti di M. Cerboli minori assai di numero, ma di strepito e di grandezza assai superiori, poichè trattenendosi lungo tempo, credo certamente che farebbero sbalordire. Uno di questi contiene dell’olio di sasso. Io stesso quando unitamente col P. D. Bononio suddetto Viceparoco di Micciano passai la mattina a buon ora a traverso di questi Lagoni esalanti un immenso fumo (giacche la strada maestra vi passa di mezzo), non mi volevo azzardare col mio cavallo ad inoltrarmi fra quegli orridi Vortici di fumo, se il suddetto [p. 149 modifica]non mi avesse tolta, coll’andare egli innanzi, ogni paura. Quindi ritornando il Bartalini a parlare delle esalazioni acido-sulfuree de’ Lagoni di Castel nuodice, che queste anneriscono gli argenti e gli ottoni senza alterar l’oro, che penetrano intimamente, e calcinano tutte quelle pietre, che ivi si trovano: e che le pietre poste in questo sono per più di natura calcaria, trovandosi ancora qualche pietra vitrescibile. Egli quì osserva che le esalazioni acido-vetrioliche corrodendo, e calcinando le pietre calcarie, e gli spati che vi si frammezzano, e intimamente saturandosi di quelle terre decomposte formano le seleniti, che anch’esse perciò abbondano fra quei Lagoni, fino a tanto che non vengano ancor esse da nuove e più forti esalazioni attaccate e distrutte. Le concrezioni zulfuree, e le pietre di varia natura da questa sostanza bizzarramente incrostate vi se ne trovano in massima copia. L’ampio spazio di terreno, ei soggiunge, ove al presente sono i Lagoni, e tutti quei luoghi ancora, ove sono stati per il passato, ma che di presente sono asciutti, e le vicinanze de’ medesimi, può considerarsi un letto di varj [p. 150 modifica]sali. La stagione di quest’anno (1778), ch’è andata così asciutta, ha fatto si che in abbondanza considerabile si siano fatte tali efflorescenze saline.

Quali e quante materie contengano queste esalazioni, lo potremo rilevare anche dal dotto Sig. Mascagni, il quale nel suo Commentario sopra i Lagoni all’Artic. V, ove tratta de’ vapori mescolati con dell’esalazioni minerali, che si sollevano dalla superficie dell’acqua, dice a pag. 40. Questi vapori s’inalzano nell’aria più o meno parte si spargono invisibilmente nell’aria, e fanno sentire in gran lontananze un forte odore di fegato di zolfo, sopratutto quando son porzati da un vento, che non sia affai violento per dissiparli. Questi vapori son tanto caldi, che non si posson soffrire. E a Pag. 44. Da ciò sembra che possa inferirsi, che con quei vapori, che si sollevano per la forza del calore cagionato dalle piriti, che vanno in efflorescenza, vi sia mescolato del flogisto, dello zolfo, dell’alkali volatile, e dell’acido zulfureo; che lo zolfo unito all’alkali volatile formi specie di fegato, che si fa sentire da lontano mediante il penetrante suo odore; e che finalmente l’acido zulfureo unito [p. 151 modifica]coll’alkali volatile formi una specie di Sale ammoniacale. E a pag. 45. L’incrostature, che questi vapori lasciano passano, parrebbe che facciano vedere contenersi eziandio de’ sali metallici e terrei. Poichè si osserva, che che per dove essi escono ora lasciano dello zolfo, ora del vetriolo, ora dell’allume, ora un sale ammoniacale, e talvolta un sal sedativo; che certamente non ve li depositerebbero, se in se non li contenessero.

Ciò che si e fin qui riportato serve per dimostrare: 1, che la copia del fumo, che mandano in alto questi Lagoni, è grandissima. 2, che questo fumo oltre l’acqua deve contenere in se buona dose di parte infiammabili, come olj e zolfi ec., lo che rilevasi dal fetore di fegato di zolfo, e molto più dallo stesso che trovasi concreto in tutti questi Lagoni. 3. Che questo fumo mantiene sciolti ed a se uniti anche i sali metallici, e terrei, con altre materie tenute sciolte dal fuoco, e queste a mio credere in proporzione diretta del caldo e del fuoco e forse inversa dell’umido acqueo, che in qualche maniera può opporsi allo sviluppo delle parti terrestri, o metalliche, ed [p. 152 modifica]impedirne l’evaporazione, o facilitarne la caduta. Che i metalli vadano in aria, specialmente ajutati da qualche solvente, è certissimo. Jo stesso posi del Mercurio per il peso di grani 622 uniti ad un poco di zolfo in un crogiuolo, ed esposto ad un fuoco ardente per più d’un’ora lasciò una massa eguale a quella che avea egli avanti l’ossidazione, ma leggiera e spugnosa, del peso non più che di grani 41. che è quanto dire, essersene disperse per l’aria circa a 93. centesime parti del suo peso totale.

Molti luoghi vi sono in queste Provincie, che anche nell’estate e all’asciutto di continuo tramandano all’aria esalazioni zulfuree, arsenicali, mercuriali, metalliche, ec. Tali sono fra gli altri le Zolfaje, che restano nelle Maremme Volterrane fra Libbiano e Micciano specialmente quella di Balacaja, che unitamente al suddetto P. D. Bononio Gherardi visitai con piacere fino dall’anno 1784, avendovi trovato un gran numero di quarzi con bellissime cristallizzazioni, ma mezzi sfacelati e ridotti in terra selciosa per quella parte in cui erano stati esposti a quelle terribili esalazioni zulfureo-arsenicali, che [p. 153 modifica]Pagina:Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de' 16 Giugno del MDCCXCIV in Lucignan d'Asso nel Sanese - dissertazione (IA sopraunapioggett00sold).pdf/159 [p. 154 modifica]Pagina:Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de' 16 Giugno del MDCCXCIV in Lucignan d'Asso nel Sanese - dissertazione (IA sopraunapioggett00sold).pdf/160 [p. 155 modifica]Pagina:Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de' 16 Giugno del MDCCXCIV in Lucignan d'Asso nel Sanese - dissertazione (IA sopraunapioggett00sold).pdf/161 [p. 156 modifica]Pagina:Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de' 16 Giugno del MDCCXCIV in Lucignan d'Asso nel Sanese - dissertazione (IA sopraunapioggett00sold).pdf/162 [p. 157 modifica]Pagina:Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de' 16 Giugno del MDCCXCIV in Lucignan d'Asso nel Sanese - 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L’altezza ordinaria della lava, ove non abbia trovato resistenza, che l’avesse obbligata ad ammonticchiarsi, è di circa 15 piedi, e la larghezza è varia: però io ho misurato la nuova strada, che si è trasversalmente formata sopra il suo dorso, ed è di circa 1800 palmi.