Sotto il velame/La mirabile visione/IV

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IV. Catone

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IV.


CATONE


E non è assurdo pensare che, come Lucia è così chiamata da Dante, ad esprimere la bianchezza abbagliante di luce, che è la Grazia della remission di peccati, così Matelda nel suo nome abbia la ragion del suo essere.1 Chè il suo nome sembra ad alcuno contenere grecamente l’idea di apprendere e quella di gioia. Or Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva o lo [p. 470 modifica]indo-vinava o lo travedeva nelle parole mathesis e mathematica. Mi fermano queste parole del Convivio:2 “per virtù di loro arti li Matematici...„ E mi fermano quest’altre del Paradiso: “chi pesca per lo vero e non ha l’arte„. Chè di questi inetti pescatori, tra altri, un esempio assai strano è portato, Brisso, il quale è ricordato da Aristotele come cercatore della quadratura del circolo.3 Mi parrebbe probabile che nella parola mathematica o, vogliam piuttosto, nell’idea di mathematica, Dante supponesse viva la parola e idea di “arte„. Quanto alla seconda parte del nome, non vorrei affermare che Dante conoscesse il verbo eldomai. Piuttosto andrei a congetturare, mi sembra con verisimiglianza, che, nel nome femminile di Matelda, Dante o supponesse o meglio inserisse a forza l’idea di Eden come ce n’è un poco il suono, o non poco, se si ricordano altre etimologie Dantesche. “Eden„ egli trovava interpretato in S. Bernardo per voluptas.4 E così il nome di Matelda, nella sua mente, avrebbe sonato: Gioia nell’arte, arte tra la gioia. E luce può rendere a noi, [p. 471 modifica]come, per bocca di Matelda, a Dante, il salmo, Delectasti in operibus...

Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell’arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L’artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.5 Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l’uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell’altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l’una e l’altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l’una, e l’altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.

Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,6 sì “un veglio solo„:7 [p. 472 modifica]solo anch’esso. Questo essere solo del veglio e della donna, che appaiono l’uno alle falde e l’altra sulla cima del monte, l’uno dopo il primo settennato e l’altra dopo il secondo, risponde fedelmente alla dichiarazione che fa S. Agostino di Lia supposta a Rachele dopo i primi sette anni di servaggio, nella notte nuziale. Il Poeta par che dica: Non c’era quell’altra: il veglio era solo, la donna era sola. Così nella nostra fonte si legge: “Vorrebbe l’uomo giunger subito alle nozze della più bella; ma non è usanza che la minore (per tempo) si mariti avanti la maggiore. Or primo nella retta erudizione dell’uomo è il travaglio di operare le cose giuste, seconda la gioia di intendere le cose vere„. Bene il veglio solo è questo travaglio di operar la giustizia; la donna sola è questa operazion di giustizia, ma senza più travaglio. Tutti e due operano per la purificazione di Dante. Se Matelda lo trae al Letè e lo mena all’Eunoè, Catone comanda che gli si ricinga un giunco e gli si lavi il viso.8 E così, restando pensamento proprio del Poeta quello di porre dopo il secondo settennato una Lia veggente, una Lia non più laborans, il Poeta avrebbe seguito il Padre nel porre dopo il primo settennato, se non Lia di debili occhi, almeno ciò che Lia significa nell’interpretazione di lui: la operosa giustizia.

In vero ella è raffigurata in un vecchio solo, con lunga barba e lunghi capelli che tremolano come piume al suo severo parlare. La sua faccia è irradiata dalle quattro luci sante, dalle quattro stelle che sono ninfe nella divina foresta, dalle quattro [p. 473 modifica]virtù cardinali.9 Poichè la giustizia racchiude le altre tre, noi possiamo dire che giustizia è il nome mistico del veglio, o meglio, poichè virtù è termine comune delle quattro virtù cardinali, diremo che è “virtus„. Egli raffigura quella virtù morale che perfeziona la buona volontà, la quale così fa che l’uomo usi bene l’arte sua; raffigura quella giustizia che fa retta la volontà, sì da inchinare l’artefice a fare opera fedele. Il veglio solo è la virtù, la donna sola è l’arte. Certo l’uno alle falde e l’altra sulla cima si rispondono, sebbene l’uno sia un vecchio e l’altra una giovane, e l’uno sia austero e l’altra gioconda. Si rispondono per questa idea comune: la libertà: la libertà dell’arbitrio o del volere. L’una è nel luogo dove fu creato l’uomo in libertà di volere; donde fu cacciato, dopo la iattura di quella; dove ritorna, quando la riacquista, come Virgilio stesso proclama. L’altro... All’altro Virgilio stesso dice, di Dante:10

               Libertà va cercando, ch’è sì cara,
               come sa chi per lei vita rifiuta.

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               Tu il sai, che non ti fu per lei amara
               in Utica la morte.

Quella libertà che Dante cerca e che acquista sulla cima del monte, fu cara massimamente al veglio solo che è alle falde. In questo nome santo di libertà, il veglio solo è legato alla giovane sola.

Nè solo per questo. L’uno è, poichè ha la faccia irradiata dalle quattro luci sante, la vita attiva; la quale si conduce con l’esercizio delle quattro virtù cardinali. E così l’altra è pur questa vita attiva. Ma nel primo essa vita si trovò a contrastare con la difficultas insormontabile, creata dalla colpa umana; onde si arrestò e s’infranse. Nell’altra, nessuna difficoltà; ma libertà e gioia. L’uno è tutto quel di giusto ch’uomo poteva essere prima della Redenzione; ma l’altra è la Giustizia originale. E se l’uno ha tutti i segni della nobiltà di “tutte etadi„11 (che non potrebbe avere se non fosse vecchio); se ha il colmo delle quattro virtù; se è la “virtù„ senz’altro; la giovane donna a quelle medesime quattro virtù presenta il viatore purificato;12 e in ciò è simile al veglio; ma queste quattro hanno poco di là le altre tre sante che Catone non si vestì.13 E fu senza vizio; ma l’altra è nel giardino dell’innocenza.

L’uno è dunque la laboriosa e l’altra la gioconda operazione. Il veglio domando con la temperanza l’animo e spronandolo con la fortezza, illuminando con la prudenza l’intelletto e dirigendo con la giustizia la volontà, non è riuscito che a morire; poichè non v’ha, fuor della fede di Cristo, libertà [p. 475 modifica]nella vita: l’altra dice e canta e danza e sa e coglie fiori.

Ma la vesta di Catone sarà così chiara nel gran dì.14 Ciò è segno ch’egli passerà nel gran dì il fiume del lavacro. Misticamente, anzi, egli l’ha già passato. Egli da Marzia sua è separato mediante il “mal fiume„, l’Acheronte, cioè, a cui Letè misticamente equivale.15 Ma allora lo passerà propriamente. E sarà con gli altri spiriti magni nella divina foresta che è, nella mente di Dante, un Elisio; e allora si avvererà ciò che è scritto nel suo vangelo di vita attiva, nell’Eneide:16 che i pii sono in disparte e giustizia fa tra loro Catone. E in tanto Matelda sarà sparita di lì e sarà ascesa nei cieli, dove, come avrebbe dovuto parer singolare ed è invece naturale, non è Lia, sebben sia Rachele.17 Non è Lia nè Matelda, sebben sia Rachele con Beatrice. Quelle simboleggiano la vita attiva; e per quanto i loro occhi siano medicati e vedano chiaro, non poteva Dante, come simboli che sono, ammetterle alla contemplazione celeste, se non nel gran dì, quando chiudendosi la porta del futuro, le pietre cadranno sui mal veggenti del cimitero; e, avvenendo la rinascita, i virtuosi del limbo, perchè senza vizio, saranno nelle condizioni di Adamo prima del peccato; e cessando l’attività umana, non sarà più nella foresta dell’arte gioconda la giovane e bella Donna che ne è simbolo, e che appunterà in Dio gli occhi pieni di lumi e di amore.

Nella divina foresta saranno i pii. Catone ne [p. 476 modifica]sarà il giudice. Virgilio è che lo dice nella Comedia, ripetendo ciò che disse nell’Eneide. E Dante fa che egli non s’accorga di ciò a cui menano le sue parole e che non presentisca che là, dove “un’aria limpida, più spirabile che da noi, veste la pianura di luce purpurea, e si conosce un proprio sole e proprie stelle„,18 dove si danza e si canta, ha a essere anche lui tra gli eroi e i sacerdoti.

Note

  1. Fornaciari, Studii Danteschi, p. 171: «il suo nome sembra composto di due voci greche (μαθ da μανθάνω e ελδ da ἔλδομαι), per le quali vien proprio ad esprimere amore del sapere».
  2. Conv. IV 5.
  3. Par. XIII 123, 125.
  4. D. Bern. In festo omn. Sanct. Sermo V. In quel sermone è interpretato Egitto per Tenebre, Israel per veggente Dio, che può aver giovato al Poeta per il Purg. II 46 segg. Ecco il passo dell’Eden: «Donde ciò se non perchè mi hai posto contrario a te? Tu sei la vera libertà, tu la vita, tu la gloria, tu la sufficienza, tu la beatitudine: io povero e miserabile, confuso e umiliato per ogni dove, morto per il peccato, venduto sotto il peccato. Infine tu perfetta e santa voluttà e riposo degli spiriti beati mi ponesti da principio contro l’Eden (che suona voluttà), nel travaglio invero e nell’affanno. E tuttavia dici: Convertitevi a me in tutto il vostro cuore».
  5. Summa 1a, 2ae 57, 3.
  6. Purg. XXVIII 40, XXXI 92. Intenso è il significato di tal «solitudine».
  7. Purg. I 31.
  8. Purg. I 94 segg.
  9. Purg. I 37, XXXI 106.
  10. Purg. I 71 segg. Cfr. de Mon. II 5: «Si aggiunga anche l’ineffabile sacrifizio del severissimo custode della libertà Marco Catone... il quale per accender nel mondo l’amor di libertà, mostrò quanto valesse la libertà, quando preferì partirsi dalla vita libero, che rimaner in esso senza la libertà». A farne il balivo del Purgatorio fu poi condotto il Poeta certo anche dal Virgiliano: His dantem iura Catonem (Aen. VIII 670), che consuona con questo luogo di Cicerone (De fin. IV 22, 61): «Nos cum te, M. Cato, studiosissimum philosophiae, iustissimum virum, optimum iudicem, religiosissimum testem audiremus...». Dal de Fine bonorum, Dante cita dopo due righe un luogo intorno ai Decii.
  11. Conv. IV 28.
  12. Purg. XXXI 103 segg.
  13. ib. 111, VII 34 segg.
  14. Purg. I 75.
  15. Vedi a pag. 242.
  16. Aen. VIII 670.
  17. Par. XXXII 8 segg. Nè in Inf. IV 55 segg.
  18. Aen. VI 640 sq.