Sotto il velame/Le rovine e il gran veglio/XII

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Le rovine e il gran veglio - XII

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Le rovine e il gran veglio - XII
Le rovine e il gran veglio - XI L'altro viaggio - I


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XII.

E' una guerra, questa di Dante: quella guerra che è ad ogni tratto inculcata, contro i vizi. "Non [p. 284 modifica]si comanda sui vizi senza conflitto" 1 dice S. Agostino: il quale trova tale guerra raffigurata nello sterminio che Moisè ingiunse, degli adoratori dell'aureo vitello2. E soggiunge: "Contro i vizi ci comanda d'infierire il salmo (4, 5) quando dice, Irascimini et nolite peccare. Contro i vizi ci comanda d'infierire l'Apostolo (Col. 3, 5) quando dice, Mortificate le vostre membra che sono sopra la terra etc". Questa guerra il medesimo Padre ci dice con quali armi si combatta. Ce lo dice in un luogo, che è impossibile non fosse noto a Dante; luogo che conferma tutta l'interpretazione che sin qui diedi del Poema Sacro. Eccolo3. " Dio diede all'anima umana la mente, in cui la ragione e l'intelligenza, finchè 1'uomo è infante, è in cotal modo assopita, come non ci sia". Dante pone il suo smarrimento avanti che l'età sua fosse piena; e ho dimostrato che quello smarrimento non era che difetto di prudenza, la quale non è nei pargoli; e pargoli sono gli uomini per ben più tempo che non duri la pargolezza! Ho detto che tale stato, di chi difetti di prudenza, è simile a quello di chi non abbia avuto il battesimo; è simile a quello di chi nasce col peccato originale, di chi nasce (e poi ancor vive), secondo le parole di S. Agostino medesimo, "con la cechità dell'ignoranza e con i tormenti della difficoltà"; sì che "prima erriamo non sapendo che dobbiam fare"4. Occorre [p. 285 modifica]ricordare la pièta della selva, e la sua asprezza e fortezza? Occorre ricordare gli analoghi cruciatus che fanno guaire gli sciaurati, e sono pure mosconi e vespe? Occorre ricordare che la selva era oscura? che il limbo è, analogamente, pieno di tenebra? Occorre soggiungere che Dante esprime la condizione sua dalla quale si partì, col chiamarla di "servo", ossia di mancante di libero arbitrio, e con chiamarla "di cieco", ossia di mancante di lume, senza cui non è liberta5? Il Padre continua6: " E questa mente ha da svegliarsi e trarsi fuora, col crescere dell'età (aetati accessu)". Quando l'età sia piena, dice Dante: almeno allora, sembra dire7. E continua: "E si deve far capace di scienza e dottrina, e abile a percepire la verità e l'amor del bene, sì che ella attinga la sapienza e si orni di virtù, con le quali prudenter, fortiter, temperanter et iuste, combatta contro gli errori e i vizi, e vinca..." Le quattro virtù (ho dimostrato) Dante esercita o vede esercitare e riacquista nel suo scendere agli abissi. Ma ascoltiamo dallo stesso Padre come queste quattro virtù conducano [p. 286 modifica]a bene il guerriero e il viatore; chè guerra e viaggio sono le imagini che si presentano a lui in tale trattazione8. Con la temperanza l'anima "si leva dall'amore della inferior bellezza, debellando e uccidendo la sua consuetudine che milita contro lui", la consuetudine che si chiama, nelle divine scritture, carne9. La fortezza è "quell'affezione per la quale nessuna avversità nè morte teme l'anima"; quelle avversità e quella morte che la minacciano, mentre "in codesto cammino s'avanza". E la giustizia è "quell'ordinazione per la quale ella non serve che a Dio solo, a nessuno desidera essere agguagliata che alle anime più pure, su nessuno dominare che sulla natura bestiale e corporea"10. E la prudenza è ciò "per cui l'anima s'intende dove ell'ha da quetarsi; al che ella s'inalza mediante la temperanza, ossia, conversione dell'amore in Dio, che si dice carità, e aversione da questo secolo; la quale la fortezza e la giustizia ancora accompagnano"11. Con queste armi, dunque, la guerra; con questa scorta, la via: la guerra contro il peccato; la via verso Dio.

Chè in Dio è la pace, alla quale il Poeta aspira12. E a Dio egli va, risalendo per i peli di Lucifero e mettendo il capo dove il diavolo ha le gambe. La via a Dio è per il contrario di quella del peccato. Il che il mistico Ugo di San Vittore dichiarò [p. 287 modifica]in un luogo che mi par certo che Dante conoscesse13. "Il diavolo è alla nostra destra, quando colui che cadde dal cielo, assoggettandoci nel consentimento al peccato, sale su noi. Quando noi cadiamo, il diavolo sta ritto (erigitur); quando noi sorgiamo egli è abbattuto". E così Lucifero sta eretto per i peccatori14:

Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo il petto uscìa fuor della ghiaccia;

ma Dante, di 1ì a poco, lo vede "le gambe in su tenere"15. Dante ha trionfato di lui. E nello scendere di grado in grado, ha sempre avuto lui alla sinistra; al contrario dunque che l'avrebbe avuto, se fosse stato peccatore; e in ciò è un continuo contrasto, un continuo battagliare col principio del male; che è alla destra di chi pecca, e alla sinistra di chi si converte. Ma non in solo ciò s'ha a vedere il segno di questa guerra. Come Dante finisce col salir sul diavolo e vederlo arrovesciato sotte sè, il che è il trionfo ultimo, così passa i fiumi inguadabili, e mediante il parlare ornato di Virgilio, si fa lasciare il passo dai demoni, e cavalca i mostri dell'abisso.

Solo una volta fa di mestieri, avanti la porta chiusa dell'ingiustizia, la virtù eroica del supremamente forte e giusto. Ma, fuor di quella volta, Minos ascolta, senza contrapporre nulla, il decreto dell'onnipossente16; Cerbero si racqueta col pasto di terra [p. 288 modifica]che gli si getta17; il maledetto Pluto è fatto tacere col ricordo delle vendette celesti18; Flegias è, senz'altro domato a far la volontà di Virgilio19, il Minotauro è eccitato a furia tale, che gli impedisca d'impedire il passo20; Chiron centauro intende le ragioni di Virgilio e dà un de'suoi che porti Dante in su la groppa21; Gerione è fatto salir su con un inganno22 e indotto poi a concedere i suoi omeri forti23; i diavoli sono in questo e quel modo schivati ed asserviti; Lucifero, consenta o no, a lui non si parla; e dei suoi peli i due si fanno scala a convertirsi ver Dio.

Sono questi, ed altri ancora, ostacoli alla via che Virgilio supera da sè, col suo figliuolo in compagnia. Ora a me pare che essi assomiglino in qualche modo ai "fantasmi" che S. Agostino dice che ci convien cancellar dalla memoria per aver perfetta la santificaziorie e la vivificazione24; chè i fantasmi sono le traccie lasciate nella memoria dai movimenti che contrastano l'anima25. Ma siano o non siano codesti fantasmi, nemici sono al certo. E sono di tre specie: unicorpori, bicorpori, tergemini o tricipiti. Gli unicorpori sono fino a Dite, i bicorpori nel primo cerchietto della malizia, i tergimini e tricipiti nel secondo e terzo di questi cerchietti. E [p. 289 modifica]il loro significato è manifestamente palese dal fatto di Caco centauro26. Esso

sotto il sasso di monte Aventino
di sangue fece spesse volte laco.


Dovrebbe essere dunque non tanto a guardare la riviera di sangue, quanto a bollirvi dentro: chè diè "nel sangue e nell'aver di piglio". Ma no.

Non va co' suoi fratei per un cammino,
per lo furar frodolente ch'ei fece.


Ora Caco non ha sole "le due nature consorti"27 de'suoi fratelli, ma anche28

sopra le spalle, dietro dalla coppa,
con l'ale aperte... un draco,
e quello affoca qualunque s'intoppa.


Questo draco raffigurerà, dunque, indubitabilmente ciò in cui Caco differisce dagli altri centauri. E questo è appunto il furar frodolente. E appunto questo è un male in più sull'altro male. E così il draco è una natura in più sulle altre due nature. E il furar frodolento, la frode, ha detto Virgilio, è "dell'uom proprio male"; e questo è, perche con l'intelletto la frode si consuma, e l'intelletto e ciò che più propriamente distingue l'uomo dalle bestie. Dunque il draco raffigura l' intelletto; e dunque le altre due nature raffigurano l'appetito e la volontà: intelletto, appetito, volontà inordinati. [p. 290 modifica]Questi elementi subbiettivi riconosce Dante nel peccato. Leggiamo in vero29:

l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa.


La possa è del corpo gigantesco; e l'appetito è il più vicino al moto dal nostro corpo. Anche30:

giunse quel mal voler, che pur mal chiede,
con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento
per la virtù che sua natura diede.


Questa virtù della sua natura (si parla del diavolo) è sempre quella, per cui, ad esempio, un uomo può eseguire il male voluto dalla volontà e aiutato dall'intelletto: la possa: ciò che nella Trinità è detto sì potesta, sì virtu31. Dai due luoghi apprendiamo se ce n'è bisogno, che il mal volere è, per così dire, il fondo della malizia. E cosi comprendiamo quest'altro luogo32: (4)

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa;


il che vuol dire: se ciò che nell'uomo è l'appetito irascibile s'aggomitola a quel fondo di malizia. Sempre quella possa o virtù.

Ora i fantasmi che sono nei cerchi dove si puniscono gl'incontinenti, sono unicorpori: Caron, Minos, erbero... Ma Minos ha la coda! Ma Cerbero ha tre teste! Checchè si dica, Dante ha concepite queste figure come une e semplici. Altro fatto è delle tre teste mitiche di Cerbero, altro delle tre mistiche di [p. 291 modifica]Lucifero. Il Poeta ha interpretato l'essere trifauce di Cerbero, come di chi abbia molta "gola". E la coda non fa se non determinare l'essere di "demonio" di codeste figure; non di mezz'uomo e mezza bestia. Anzi di demoni "bestie". Tuttavia è un ricordo che la gola fu il primo peccato degli uomini, e in ciò Cerbero assomiglia a Lucifero che quel peccato suggerì. Minos, per quanto giudice (giudice caudato), "ringhia", Cerbero è quale un cane e una fiera canina e un "gran vermo", Pluto è un "lupo"33. Sono in ciò simili ai peccatori cui vedon da presso, scuoiano, presiedono; i quali sono come stornelli, come gru, come colombe; come cani; tali che abbaiano; ancora cani, e come porci34. Sono, in due parole, peccatori che seguirono "come bestie, l'appetito"35. Le bestie non hanno volontà nè intelletto. Nel peccato di costoro non è intelletto nè volontà: queste potenze erano sommesse al talento. Perciò fantasmi, con l'unica natura di demoni bestie, raffigurano il loro peccato.

Flegias è come il Caron di Dite; e rappresenta l'incontinenza d'ira che conduce all'ingiustizia. La ragione principale del suo uffizio è in quelle parole ch'egli pronunzia vagolando nell'inferno Virgiliano36:

Discite iustitiam moniti et non temnere divos.

E anche il suo vagolare Dante interpretava facilmente per rimorso37; e quel gridare alle ombre, quell'ammonire di cosa che imparare era omai vano, [p. 292 modifica]lo faceva acconcio barcaiuolo dell'eternità. Ma, inomma, egli esce, per questo suo uffizio, dalla norma comune; al modo di Caronte.

Nel primo cerchietto della malizia sono fantasmi di due nature: Minotauro, Centauri, Arpie, cagne... Anche le cagne? Ecco: le cagne che lacerano i dissipatori38, sono d'origine antica, credo. Nella selva sono anche le Arpie. Ebbene le Arpie, nell'Eneide, sono sì nelle Strofadi e sì nell'Averno. Onde Servio annota39: "Intendi che già fossero uccise (al. morte) o che, secondo Platone ed altri, fossero là simulacri delle Arpie vive"40. I loro simulacri bene si pongono nell'inferno; le quali (al. perchè) si dice siano anche Furie. Invero Servio crede che "la più grande delle Furie41 sia l'Arpia stessa che annunzia nelle Strofadi il futuro danno ai Troiani42. Or dunque Dante poteva con Servio e anche con Virgilio, credere che le Arpie fossero Furie. Ed ecco che Servio afferma che le cagne ululanti al sopravenir di Proserpina43 sono Furie; e più chiaramente44, che le Arpie sono Furie e perciò cagne, "di che si dice ancora che rapiscon via le mense, che è uffizio delle Furie: di che ancora si finge che gli avari (in Dante non gli avari, ma i dissipatori, che sono molto simili ai prodighi e percio molto affini agli avari; e non è inutile avvertire che le [p. 293 modifica]mense sono molta parte nella reità del sanese Lano), che gli avari soffrano delle Furie... E che le Furie si chiamino cagne attesta pur Lucano...45 Invero negl’inferi si chiamano Furie e cagne; presso gli Dei, dirae e uccelli; in terra (in medio] Arpie. Sì che duplice effigie si trova di loro„. Mi pare che queste cagne, le quali sono nere e hanno furioso corso e si trovano nella selva stessa in cui si annidano le Arpie, Dante le abbia, in suo pensiero, fatte equivalenti alle Arpie stesse.

E forse egli pensava anche alle “Scille biformi„46 che sono nello stesso verso coi Centauri. Chè Servio lo rimandava ai “bucolici carmi„, e là trovava che Scilla47 “lacerava coi cani marini gli spauriti navichieri„. Le nere sue cagne, nel fatto, “dilacerano„ a brano a brano; e quelli che esse inseguono, fuggono forte avanti loro e s’appiattano48. Timidi sono, per certo. E anche così sarebbero, codeste cagne, “biformi„.

Sicchè le nere cagne non contradicono alla legge che possiamo scorgere, per la quale i mostri del cerchietto dei violenti sono bicorpori o bimembri o biformi. Perchè, se non per ciò che il peccato ivi punito ha, oltre l’incontinenza, ossia il predominio dell’appetito, anche il mal volere? Dal quale accoppiamento si forma un qualche cosa che non è più di bestia a dirittura e pur nemmeno d’uomo; un qualche cosa che non poteva essere meglio significato che dai Centauri e dalle Arpie; i quali e le quali hanno umana una parte del loro corpo, eppure sono [p. 294 modifica]fiere ed uccelli. E si può vedere che le nere cagne Dante non le ha meglio descritte perchè, in fine, una parte umana difficilmente poteva lor concedere.

Ed ecco sull’orlo una faccia d’uomo giusto. Si vedono però due branche pilose al suo busto. "Le dure setole per le braccia fanno mostra di animo atroce", dice Giovenale49. E le branche non sono d’uomo, ma di bestia. A veder quella faccia e quelle branche, si direbbe subito che quel mostro non differisce in nulla, per esempio, dalle Arpie che hanno ale e visi umani50; se non in questo, che l’uno è più atroce e le altre più volastre. Sicchè, per quel che si vede, il mostro ha depravata la volontà e lo appetito; la volontà che è solo dell’uomo, l’appetito, che è anche delle bestie, e che nell’uomo è come di bestia, se non è sommesso alla ragione. Ma già Virgilio ha gridato a Dante:

ecco la fiera con la coda aguzza!


Quell’uom giusto, che ha quelle branche pilose, ha inoltre la coda, e questa coda ha una punta velenosa: l’intelletto. Invero è la froda, raffigurata come un serpente con la testa umana e con le branche bestiali. Come il serpente tentatore51. In vero, per limitarmi, riferisco questo luogo di Ugo di S. Vittore52: "Perchè con la violenza non potè nuocere, si volse [p. 295 modifica](il diavolo) alla frode... Perchè la sua frode non fosse a dirittura nulla, se troppo fosse palese, non dove venire nella sua propria forma, per non essere riconosciuto chiaramente... E nel tempo stesso, perchè non fosse troppo violenta la sua frode, se al tutto s'occultasse... gli fu permesso di venire in forma non sua e pur tale che la sua malizia non ascondesse del tutto... Venne dunque all'uomo l'astuto nemico in forma di serpente". Non c'è qui oltre il ravvicinamento di frode a serpe, anche la ragione propria dell'essere il Gerione Dantesco con la faccia di uomo giusto, eppure d'essere subito riconosciuto per frode che ha la coda aguzza, sebbene la coda non mostri? Dante vuol insegnare, che la prima frode fu bensì frode; ma non tale da non essere riconosciuta; sì che rei furono, a ogni modo, i pur sedotti primi nostri parenti. Posso anche aggiungere da un altro mistico, molto noto al Poeta, che così dal vizio dell'invidia la mente cade nel vizio di fraudolenza53: "La mente invida e superba... si volge ad argomenti astuti, mentre cerca con sommo studio e sollecitudine, in che modo possa o allargare la sua gloria od offuscare l'altrui. Comincia pertanto d'allora a fingere santità e mediante l'ipocrisia darsi a ogni fraudolenza. C'è bisogno d'altro? L'ipocrisia [p. 296 modifica]è il primo peccato tra i dieci di Malebolge; e la faccia d'uom giusto è proprio quest'ipocrisia, questa maschera di bontà. Ma ci sono altre ragioni. Il serpente si rivolse prima alla donna54; e la sedusse. La sedusse con parole di persuasione e con promesse. Ebbene, il primo peccato, per ordine di luogo, che sia sotto la dizione, per così dire, di questa bestia malvagia, è quello di Venedico e di Giasone: di Giasone che ingannò "con segni e con parole ornate"; di Venedico, che ingannò per avarizia. E il mistico nel peccato d'Eva trova l'avarizia55. E suggelliamo il tutto con queste parole d'un contemplante56: "Il serpente, che non si fidò della violenza (violentia], assalì l'uomo piuttosto con la frode (fraude)". Come non è il serpente tentator d'Eva questa serpentina imagine di froda, che s'affaccia dall'orlo del cerchietto dove è la violenza?

Ma perchè, se è il serpente tentatore, ha questo

nome di Gerione? Il fatto è che non escluso Lucifero, che si chiama Dite, tutti gli altri fantasmi hanno un nome pagano. Ci dovremmo meravigliare che Lucifero sia Dite, più di ciò che il serpe infernale sia Gerione. Ma perchè Gerione? Perchè nel suo Vangelo pagano Dante leggeva scritto57:

Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes
Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.


Quest' ombra tricorpore, così vicina agli altri mostri [p. 297 modifica]che Dante aveva trasportati nel suo inferno, con quella designazione misteriosa di ombra e con quella precisa determinazione di tricorpore, era singolarmente acconcia a figurare il simbolo che doveva succedere ai centauri e alle arpie e alle cagne, e avere una natura in più sulle due di quelle. E' lo stesso processo logico che osservammo in Caco, a cui il poeta aggiunge il serpente, trasportandolo dal primo al secondo cerchietto58. Ma Gerione, che egli trovava vicino alle arpie e ai centauri, tre corpi o tre nature le aveva da sè, senza bisogno di altra giunta. E d'altra parte era uno de' vinti da Ercole, come Cerbero e come Caco: da Ercole, che è fatto in più luoghi ombra pagana della sola ed eterna potestà59.

E le furie col Gorgon? Le tre formano, col Gorgon in comune, un essere solo triplice o trigemino, e raffigurano certo i tre peccati dei tre cerchietti: malizia con forza, malizia con frode, malizia con tradimento. Il Gorgon è l'indurimento e accecamento che segue ai peggiori peccati; sì che la conversione da essi a Dio è pur così difficile, come Dante mostra con la difficoltà di risalir la rovina della sesta bolgia e di arrampicarsi per i peli di Lucifero, e con la legge, che chi trade come Giuda, cade subito in inferno come Lucifero60 e ricetta, come Giuda, un diavolo nel suo corpo. Or le tre furie equivalgono al leone e alla lupa, se il leone figura la violenza e la lupa la frode; od alla [p. 298 modifica]lupa sola, se è vero che la lupa comprende anche il leone. E mirabilmente equivalgono; perchè nella vista delle due fiere, e specialmente dell'ultima, è un Gorgon che fa disperare. E la lupa respinge l'uomo nel basso loco e nella notte61.

Resta Lucifero o Dite, l'antidio, il quale ha tre faccie che rappresentano, quella di mezzo l'amor del male o cupidità che equivale a volontà iniqua, la destra la potestà o possa o virtù o appetito sensitivo, come è, sebben metaphorice, nei diavoli, e la sinistra la sapienza del male, ossia l'intelletto depravato, ossia l'ignoranza. Il che è intuitivo a chi consideri la disposizione della Trinità, quando nel mezzo e l'amore (cioè lo Spirito santo) come nesso62. E si conferma con più ragioni. Prima: Cassio è detto membruto. Ragionevole, che la bocca in cui si trova, sia quella della "possa". Cassio era, come dice il Laneo, "lascivo e incontinente per la quale impotenzia si lassò vincere al peccato, e cadde in tal difetto". Ragionevole che la faccia, nella cui bocca egli è, sia "della incontinenza". E invero "quegli è lussurioso che ha colore intra giallo e bianco"63; e bianca e gialla è quella faccia. Seconda: Bruto è filosofo; e Dante sa, con fare che si storca e taccia, che è filosofo stoico. Ragionevole che la bocca in cui è, raffiguri l'intelletto volto al male. Terza: a destra si dice sedere il Figlio, perchè la destra significa [p. 299 modifica]"la potestà" di giudice. Per quanto quì si sprofondi in pieno mistero, pur s'intende che la destra è sempre del Padre ed è la potestà, e pur si dice che il Figlio siede alla destra, perchè ha ricevuto quella potestà di giudicante64.

Sotto i piedi di Dante è questo principio del male, travolto. Dante ha vinto. Ha vinto la lupa. Dal basso loco e di dove il sol tace egli sale a veder le stelle. Il freddo mortale di Cocito è pur simile alla paura che provò là nella deserta piaggia! La vista di Lucifero che lo rende "gelato e fioco", è pur simile alia vista di quella bestia, malvagia come Gerione65! E così ha prima attraversato il Flegetonte che è fervido come il leone, ed è guardato da centauri, come il leone, pronti al male. E prima ancora ha passato lo Stige, che è tristo, come trista ne' suoi effetti è la lonza. Ha passato questi tre fiumi, asservendo all'uffizio di passatori i fantasmi stessi del male. E come è riuscito ad asservirli? Così: il passaggio dell'Acheronte gli dava il diritto di passare gli altri fiumi che non sono se non l' Acheronte con nome e aspetto e uffizio mutati. E come è giunto all'Acheronte? Dalla porta cui spalancò il Redentore. E come agli altri fiumi? Da due rovine, prodotte dalla morte del Redentore. E la terza? Per essa è risalito, come è risalito per il corpo stesso del Lucifero.

E' stata una guerra66:

la guerra
sì del cammino e sì della pietate.

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Egli si è configurato al Cristo. A sera, vespere, comincia la sua guerra. Ora il Cristo stette nel sepolcro un giorno e due notti: "dal vespro della sepoltura all'alba della risurrezione sono trenta sei ore"67. Vadano i miei lettori a un profondo libro di Vaccheri e Bertacchi 68 e leggano che Dante nell'inferno trascorse ore trentasei. E tralascio tutto quel che si può dire e si è detto intorno a questo "configurarsi". Dante muore spiritualmente al peccato, ad esempio del Salvatore69. Egli fa e sostiene, come esso, un' actio e una passio. Noi dobbiamo travagliarci nell'agire e nel patire70; com'esso che assunse appunto la carne perchè fosse "strumento della divinità, per il quale le sue passioni e azioni operarono nella virtù divina a espellere il peccato"71. L' actio di Dante è il cammino per le rovine, attraverso i fiumi, sulla barca di Flegias, sulla groppa de'centauri, sulle spallacce del serpente, per i peli di Lucifero. La passio è quella pietà, che è gran duolo nel limbo, e deve essere morta già nel secondo dei tre cerchietti. Alla pietà deve sottentrare l'ira: passione a passione. L'avvicendarsi di queste due è ciò che Dante patì. Muor di pietà nel secondo cerchio; poi la pietà diminuisce, finchè è sostituita dall'ira, animatrice della fortezza, nel passo dello Stige; e poi ritorna nel secondo limbo, cioè nel cimitero; e poi s'alterna con l'ira nel settimo cerchio; e nell'ottavo dovrebbe esser morta e non è del tutto morta; morta è nel nono; e avanti Lucifero Virgilio ammonisce [p. 301 modifica]Dante ch'esso è all'ultimo della sua passione72:

Ecco Dite... ed ecco il loco
ove convien die di fortezza t'armi:


di fortezza o d'ira, che torna lo stesso. E così quì muore la terza volta, e se l'azione continua, la passione è finita. E Dante per risorgere non ha, se non cammino da fare. Per un cammino malvagio, entra in un cammino ascoso, si trova a piè d'un monte. Deve arrampicarsi per quello; e agire ancora e patire; ma soave è quì la pietà, e la fatica a mano a mano più lieve, finchè cessa. Non resta che attraversare un fuoco purificatore; poi rivedrà Beatrice e giungerà a Dio.

Così Gesù Cristo fu "viatore". Il "viatore" è chi muove al fine della beatudine. Ma Gesù era anche "comprenditore", chè aveva la beatitudine propria dell'anima73. Dante comprenderà anch'esso, quando vedrà Beatrice; e d'allora in poi avrà finite il suo cammino e quieterà nel suo fine. Non sarà più viatore chi sale di spera in spera contemplando.

In tanto è viatore e guerriero. Ma per quanto egli stesso ci dica che la sua guerra fu del cammino e della pietà, non sola pietà e ira noi troviamo nella sua passione; non soli codesta ira e il molle affetto che "la censura del giudizio possono precipitare o snervare"74. Invero di pietà muore nel cerchio dei peccatori carnali, di timore od orrore egli ne morì ne rimase vivo avanti Lucifero. Il timore è da aggiungersi alla pietà e all'ira ; all'ira animatrice della [p. 302 modifica]fortezza. E queste tre passioni hanno nel viaggio di Dante una parte, dirò così, mutuamente simmetrica. La viltà deve essere morta sull'ingresso; l'ira bestiale è spenta nell'entrare al primo cerchietto della malizia o ingiustizia; la pietà deve essere morta nel secondo cerchietto o Malebolge. Di pietà muore Dante nel cerchio primo dell'incontinenza; di fortezza deve armarsi prima di morire misticamente la terza volta nel fondo della Ghiaccia. Tutto ciò non è a caso; e noi ripetendo queste tre parole, fortezza, pietà, timore, ci accorgiamo che sono tre doni dello Spirito75.

Note

  1. De civ. D. XIX 26.
  2. Contra Faustum XXII 92.
  3. De Civ. D. XXII 24, 3.
  4. De lib. arb. III, 19, 53. Continua dicendo: "E quando ci si cominciano a manifestare i precetti di giustizia (dalla prudenza ci si manifestano), e vogliamo eseguirli e non possiamo, perchè ci si oppone non so quale necessità della concupiscen carnale". E' la lonza, invero, che prima si attraversa a Dante nel cammino della giustizia
  5. Purg. XXVI 58: Quinci su vo per non esser più cieco. Si ricordi "chechità di discrezione" in Conv. I, II, dove la discrezione è detta "occhio" della parte razionale, sì che alcuno può essere "cieco del lume della discrezione".
  6. De civ. D. XXII, 24.
  7. Inf. XV 49 segg.
  8. de mus. VI 15, 50: anima ... debellans atque interficiens ... cum in hoc itinere proficit.
  9. ib. II, 33.
  10. Non è inutile osservare che quì è una "besitalità" in contrasto con la giustizia.
  11. Ib. 16, 51. Cfr. 13, 37.
  12. Sulla pace di chi serve a Dio, la quale si ottiene dopo la guerra contro i vizi, vedi, tra altro moltissimo, de civ. D. XIX 27.
  13. Hugo de S.V. Vol.II Miscellanea II 14. Diabolus vi è interpretato (come però da altri sovente) deorsum fluens; e Dante dice "dal ciel piovuti".
  14. Inf. XXXIV 28 seg.
  15. ib. 90.
  16. Inf. V 21.
  17. Inf. VI 25.. L'idea di gettar terra nella gola di Cerbero è, mi pare, tratta dal comento di Servio (Aen. VI 395): "Cerbero è la terra, cioè consumatrice di tutti i corpi...Onde si legge Ossa super recubans; chè la terra consuma presto le ossa". Alla terra, terra. Polvere sei e polvere tornerai.
  18. Inf. VII 8 segg.
  19. Inf. VIII 19 segg.
  20. Inf. XII 16 segg.
  21. Ib. 83 segg.
  22. Inf. XVI 106 segg.
  23. Inf. XVII 40 segg.
  24. De mus. VI 16, 51.
  25. ib. II, 32 e 33.
  26. Inf. XXVV 26 segg.
  27. Inf. XII 84
  28. Inf. XXV 22 segg.
  29. Inf. XXXI 56 segg,
  30. Purg. V 112 segg.
  31. Inf. III 5. E vedi a pag. 177, nota 2.
  32. Inf. XXIII 16
  33. Inf. V 4, VI 28, 14, 13, 22,VII 8.
  34. Inf. V 40,46, 82, VI 19, VII 43, VIII 42
  35. Purg. XXVI 84. Pasife che si imbestiò, è come il segnacolo, come di questi, così di tutti
  36. Aen. VI 620.
  37. Vedi più su a pag. 268, nota 2.
  38. Inf. III 124 segg.
  39. Aen. VI 289. Da notare che non solo da questo libro, ma da questo verso ha certo Dante derivato molto: "Gorgoni, Arpie e il fantasma tricorpore" che in Servio trovava interpretato per Erilo o Gerione.
  40. Qui Dante trovava la conferma del concetto Agostiniano. Del resto i mostri di Virgilio sono concepiti a quel modo.
  41. Aen. VI 605.
  42. Aen. III 252.
  43. Aen. VI 257.
  44. Aen. III 209.
  45. Phars. VI 733.
  46. Aen. VI 286.
  47. Ecl. VI 77.
  48. Inf. XIII 128, 116, 127
  49. Inf. XVII 10 segg. Dante lo leggeva nel Moralium dogma, questo verso.
  50. Inf. XIII 13.
  51. Domenico Tumiati, gentile poeta e genialissimo critico d’arte, mi assicura che in miniature antiche il serpente che tentò Eva, è figurato con testa giovanile. E così ho veduto anch’io, sebbene in "legni" non così antichi.
  52. Vol.II De Sacr. Libri I pars septima, 2.
  53. Rich. de S.Victore de crud. hominis interioris, 10. Mentre il lettore può già vedere da questo luogo che invidia è frode, pur deve sapere cosa che sembra far contro a ciò che io affermo,che la frode è pur figurata nella lupa. Chè il mistico dice che il pardo (lonza? leopardo? pantera?) raffigura la frode degli ipocriti per quel suo essere "in tutto il corpo spruzzato di certe macchie". Certo, coi bestiarii si può provare quello che si vuole; ma non bisogna fissarsi su una sola notizia.
  54. Aur. Aug. De civ. D. XIV 11, 2. Hugo de S.Victore l.c.
  55. Hugo de S.Victore, l.c. 6: nimius vero appetitus habendi vel possidendi avaritia. L'avarizia nel peccato di Venedico è accennata nel verso Inf. XVIII 63: "avaro seno".
  56. D. Bern. In ann. B.Virg. Sermo I.
  57. Aen. VI 286, 289.
  58. Che quell'ombra tricorpore fosse Gerione, Dante o sapeva da Servio o supponeva da sè, comparando il 202 dell'VIII, dove è Gerione tergemino, come, poco lontano, al 293, sono i centauri bimembri e, al 194 e 297, Caco semihomo e semifero.
  59. Inf. VIII 98 e XXVI 108, XXXI 123, oltre che in XXV 32.
  60. XXXIII 121 segg.
  61. Vedi Minerva Oscura.
  62. Summa 1a 37,I.
  63. Dalla Fisiognomia, pubblicata da E.Teza. Bologna 1864. Devo la citazione al bravo Capelli. Quanto al "membruto", si vuole che Dante avesse in pensiero i L.Cassi adipes Catilinaria, III 7, 16. Forse, non sapendo che era magro, pur sapeva che era buon mangiatore e bevitore, onde gli prestò l'adipe dell'altro Cassio.
  64. Aur. Aug. Sermo ad cath II 7 e altrove.
  65. Inf. I 97, XVII 30.
  66. II 4 seg.
  67. Summa 3a, 51, 4. Il passo è di S.Agostino.
  68. Cosmografia della Divina Commedia, Torino 1881. Pag. 234.
  69. Summa 3a, 50, I.
  70. L'espressione è di Aur.Aug. contra Faustum XXII 53.
  71. Summa 3a 49, I.
  72. Inf. XXXIV 20 seg.
  73. Summa 3a 15, 10.
  74. D.Bern. De cons. II.
  75. Isaia XI.