Specchio di vera penitenza/Distinzione quarta/Capitolo primo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Distinzione quarta - Capitolo primo

../ ../Capitolo secondo IncludiIntestazione 30 settembre 2015 75% Da definire

Distinzione quarta - Capitolo primo
Distinzione quarta Distinzione quarta - Capitolo secondo
[p. 72 modifica]

CAPITOLO PRIMO


Dove si dimostra che cosa è contrizione, e come dee avere tre condizioni.


Contrizione, secondo che dicono i maestri, è uno dolore volontariamente preso per gli peccati, con proponimento di confessargli e di sadisfare. E comprende questa diffinizione sofficientemente che cosa è contrizione, e in quanto è atto di vertude di giustizia; e però dice che è dolore volontario dei peccati: e in quanto è parte del sagramento della Penitenzia; e però dice col proponimento di confessare e sadisfare. Questo dolore che si chiama contrizione, dee avere tre condizioni. La prima, che sia generale; cioè che l’uomo si dolga generalmente d’ogni suo peccato. Questo dà a intendere il profeta David nel salmo, dicendo: Lavabo per singulas noctes lectum meum; lacrymis meis stratum meum rigabo: Io laverò per ciascuna notte il letto mio, e bagneròllo colle mie lagrime. Dove intende per la notte la colpa del peccato: onde dice, che per ciascuno peccato egli piagnerà, e laverà la coscienza sua con lagrime di doloroso pianto. Questo è contro a molti che, avvegna che si dolgano d’alcun peccato di vituperio e di vergogna, di certi altri non solamente non se ne dolgono, ma quante volte se ne ricordano, tante volte se ne rallegrano e sônne contenti d’avergli fatti; e, ch’è vie peggio, che se ne lodano e vantano: come d’avere acquistato onore o stato e ricchezze per illecito modo, d’avere avute vittorie, fatte vendette de’ nimici, acquistati figliuoli d’amore, e di simili cose; delle quali sono radi che bene se ne pentano e dolgano. Nondimeno è di necessità di salute d’avere dolore di contrizione di tutti i peccati generalmente, e di ciascuno spezialmente; cioè di ciascuno peccato mortale. Imperò che, come in ciascuno peccato mortale la volontà si disordina, partendosi da Dio e accostandosi al peccato [p. 73 modifica]dilettevolmente, così si rinformi e riordini1 per lo contrario, partendosi dal peccato, e ciò fa il dolore; e rivolgendosi a Dio, che ’l fa l’amore. Onde il dolore che viene solo da paura, non basta e non fa sofficiente contrizione; ma conviene che venga da amore di carità, come il dolore della Maddalena; della quale disse Iesu Cristo: Imperò che molto ha amato, le sono dimessi e perdonati molti peccati. Sopra la quale parola dice san Gregorio: Che diremo noi che sia l’amore, se none un fuoco? e ’l peccato, se none una ruggine? Tanto più dunque si consuma la ruggine del peccato, quanto il quore arde di maggiore amore. E che cosa è il dolore che nasce dall’amore della carità? È che l’uomo si dolga più dell’offesa e della ingiuria di Dio, che di qualunche suo danno o pena. E questo è il dolore che nasce dall’amore della carità, che l’uomo ha a Dio più che a sé o a sue cose. Ma dei peccati dimenticati basta ad averne generale contrizione, isforzandosi l’uomo di ricordarsene in quanto puote; e anche si dolga della dimenticanza che sia avvenuta per negligenzia o per altra colpa della persona. La seconda condizione che dee avere questo dolore, si è che sia continovo: e non si dee intendere continovo quanto ad attuale memoria con attuale dolore, ma quanto ad abituale dispiacere; cioè a dire, che sempre che all’uomo ricorda del peccato, gli spiaccia, e mai non se ne ricordi che non gli dispiaccia. Avvegna che molto è utile ricordarsene e dolersene spesso; però che tale dolore è in luogo di sadisfazione, e sempre scema la pena purgatoria. E come sia utile la ricordanza col dolore del peccato, per uno essemplo che qui iscriveremo, lo daremo ad intendere.

Leggesi nella Vita de’ Santi Padri, che al tempo di Valentianiano imperatore fu in Grecia una femmina di mondo,2 [p. 74 modifica]la quale dalla sua fanciullezza, per colpa della disonesta madre, ispose il corpo suo a peccato. Il nome suo era Tais; ed essendo bellissima e famosa3 meretrice, molti venivano a lei di diverse parti, e a molti era cagione di perdizione d’anima e di corpo. Udendo l’abate Panuzio, probatissimo monaco e di grande santitade, la fama anzi la ’nfamia di questa peccatrice, increscendogli della dannazione sua, e di coloro ch’ella traeva4 a peccato, pensò di porre rimedio a tanto male. E con gran fidanza della grazia e della guardia di Dio, prese abito di mercatante, e pósesi allato una borsa con danari. E venendo alla città dove Tais era, e richiedendola di peccato, le diede il prezzo ch’ella chiese. E entrato in una camera dov’era uno ricco e ben fornito letto, e invitato da lei dell’atto disonesto, domandò il padre santo se in quella casa era altro luogo più segreto che quello. E rispondendo ella di sì, domandò lui5 perché andava egli ricercando un altro più segreto luogo: con ciò sia cosa che, s’egli temeva gli occhi degli uomini, quel luogo era ben chiuso e celato da ogni gente; se temea degli occhi di Dio, che ogni luogo era a Dio aperto e palese. Disse l’abate: Or credi tu che sia Iddio che tutte le cose vegga? Rispose la peccatrice, che sì; e credea che fosse il paradiso e ’l reame del cielo, dove Dio riguiderdonerebbe6 i giusti; e lo ’nferno, dove si tormenterebbono i peccatori dannati. Allora disse santo Panuzio: Se questo tu credi, come sta’ tu qui nel peccato, per lo quale tu sarai dannata alle pene dello’ nferno, e se’ cagione della dannazione di molte anime, delle quali ti converrà rendere ragione e patire pena della loro dannazione? Alle quali parole compunta la peccatrice e di lagrime piena, si gettò a’ piedi del santo abate, domandando mercede e penitenzia. Alla quale prima [p. 75 modifica]comandò, che tutte le robe e ogni arnese ch’avea guadagnato di peccato, dovesse ardere nel mezzo della piazza del Comune,7 veggendo tutto il popolo: e fu fatto di presente. Poi fatta generale confessione di tutti i suoi peccati, sì la rinchiuse in una picciola cella, serrandola di fuori e suggellandola coll’anello suo; e le comandò che indi non uscisse insino a tanto ch’egli, che l’avea rinchiusa, non l’aprisse. E disse: Tu non se’ degna di nominare il nome di Dio; ma chiedi misericordia de’ tuoi peccati. Istette la convertita peccatrice tre anni continovi così rinchiusa. In capo di tre anni, Iddio rivelò al santo abate che l’avea perdonati i peccati suoi; onde aprendo il suggellato serrame della cella, la dimandò quello ch’ell’avea fatto in que’ tre anni. Rispose, che continovamente, il dì e la notte, ella s’avea recati alla mente tutti li suoi peccati; e facendone quasi un fascio, gli ponea dinanzi agli occhi della mente sua, e con grande dispiacere piangea, dolendosi dell’offesa di Dio; e poi ôrando dicea: Qui plasmasti me, miserere mei; non nominando il nome di Dio, il quale il santo padre l’avea detto che non era degna di nominare; ma dicea: Tu che mi creasti, abbi misericordia di me.

Di questo essemplo, avvegna che se ne possa prendere molti ammaestramenti, quello che fa a nostro proposito, è di recarsi spesso i peccati a mente, ed averne dolore e contrizione. E di questo ci ammaestra il Salmista, e dice: Ecce ego in flagella paratus sum, et dolor meus in conspectu meo semper. Ecco che io sono sempre apparecchiato a ricevere disciplina e flagelli, e ’l mio dolore è sempre nel cospetto mio. Dove nota, che come persona sempre dee avere dolore di contrizione quando si ricorda de’ suoi peccati, o d’alcuno suo peccato; e ricordandosene con dolore e contrizione, ogni volta merita; così acquisterebbe novello peccato quando si recasse a mente i suoi peccati, o alcuno suo peccato, con diletto e compiacimento. Ad avere [p. 76 modifica]questo continuo dolore, l’umana mente verrebbe meno, e none8 potrebbe sofferire: se non che la divina bontade mitiga e tempera questo dolore con una dolcezza e con una consolazione ch’egli dà alla mente che si duole del peccato, la quale dolendosi, le ne giova, e dilettasi di dolersi; e nasce nell’anima una fidanza e una sicurtà di certa speranza d’avere la misericordia e la grazia di Dio, la quale molto conforta e contenta l’anima. E questo pare che volesse dire il santo Salmista, quando disse: Fuerunt mihi lacrymoe meoe panes die ac nocte: Le mie lagrime mi furono pani il dì e la notte; dove vuol dire che si pascea del continovo dolore e del pianto suo dilettevolmente, come fa l’uomo del pane. La qual cosa in un altro luogo più chiaramente disse: Cibabis nos pane lacrymarum: Tu, Signore Iddio, ci pascerai di pane di lagrime. Sopra la quale parola dice san Gregorio, che l’anima si pasce del suo pianto e del suo dolore. E in uno altro luogo dice: Poi che la ruggine del peccato è purgata, nasce nell’anima una fidanza, per la quale certamente spera, dopo il pianto e ’l dolore, di ricevere misericordia e perdonanza; donde l’anima se ne diletta e pasce. La terza condizione che dee avere questo dolore, si è che dee essere eccessivo; cioè a dire, che dee essere grandissimo, in tanto che dee avanzare ogni altro dolore che s’abbia o avere si debbia, di qualunche cosa temporale o corporale. Ed è la ragione, che con ciò sia cosa che, come detto è di sopra, che questo dolore debba procedere e nascere non da servile timore di tormanto o di pena, ma dall’amore della caritade che s’ha a Dio (il quale amore, secondo l’ordine della carità, debba9 essere il maggiore amore che sia; imperò che dobbiamo amare Iddio più che noi medesimi, o qualunche nostra cosa); séguita che il dolore che s’ha dell’offesa di Dio (l’amore del quale dee avanzare ogn’altro amore) dee essere maggiore che niuno [p. 77 modifica]altro dolore. Ancora, secondo l’ordine della carità, noi dobbiamo amare l’anima nostra, appresso a Dio, più che niuna altra cosa che sia. Il peccato, del quale ci dobbiamo dolere, è morte dell’anima, come dice santo Iacob; e però della morte dell’anima dobbiamo avere maggiore dolore, che di morte nostra o d’altrui, o di pena o di danno, o di vergogna o d’infamia, o di qualunche altro danno ch’ al corpo o a cosa corporale e temporale s’appartenga. Onde dice santo Agostino: O cristiano, non ha’ tu conoscimento? non ha’ tu sentimento veruno di pietà a te stesso? Tu ti duoli, e piagni il dipartimento dall’anima dal corpo, e non piagni il dipartimento di Dio dell’anima! Vera morte è quella che non si teme, cioè il dipartimento di Dio dall’anima, il quale è vita beata dell’anima. Ora si fa questione se questo dolore di contrizione, del quale abbiamo parlato, potesse essere troppo grande. E risponde san Tommaso, che ’l dolore si puote considerare in due modi: l’uno, in quanto egli è nella ragione e nella volontade, cioè il dispiacere del peccato, in quanto è offesa di Dio: e in questo modo non può essere troppo, come non può essere troppo l’amore della caritade che s’ha a Dio; anzi, quanto più è maggiore e più cresce l’amore di Dio, tanto più cresce il dolore e il dispiacere del peccato, ch’è offesa di Dio. E però è detto di sopra, che ’l dolore nasce dall’amore; e secondo la quantitade dell’amore, è10 la quantità del dolore. L’altro modo, si puote considerare il dolore in quanto è sensibile, cioè nella parte sensitiva, ch’è uno contristamento afflittivo. E questo potrebbe essere troppo; come il digiuno e l’altre afflizioni corporali, che si vogliono fare con modo e con misura, sì che si conservi la vita e la sanitade, e la carne stia suggetta allo spirito, la sensualitade alla ragione. E questo dimostrò san Paolo quando disse Rationabile obsequium vestrum: Il vostro servigio sia fatto con ragione. E a questo intendimento parve che volesse ire il santo profeta David, [p. 78 modifica]quando disse: Potum dabis nobis in lacrymis in mensura: Tu, Signore Iddio, ci darai uno beveraggio di lagrime con misura. A significare che questo dolore sensitivo, per lo quale l’uomo si contrista e piagne, si dee fare con modo e con misura. E puòssi anche intendere questa misura, che risponda alla quantità de’ peccati; chè quanto il peccato è maggiore, maggiore dolore e dispiacere se ne dee avere. Così lo spone santo Gregorio, dicendo: Tanto béa la mente lagrime di compunzione,11 quanto ella conosce d’essere divenuta arida, e partita da Dio per la colpa. E avvegna che sia detto che ’l dolore e la tristizia ch’ è nella parte sensitiva, debba essere con modo e con misura; tuttavia, però che non è in nostra podestà, come è il dolore ch’ è nella volontà e nella ragione, nol possiamo sempre misurare a nostro modo. Onde interviene spesse fiate, che la persona lo vorrebbe avere per dolersi e piagnere i peccati suoi, o per mostrare compassione al prossimo, o per partecipare la passione di Cristo; e non ne puote avere niente. E non però di meno si puote avere nell’affetto12 e nella volontà dentro sofficiente contrizione, e alla fatica del prossimo caritativa compassione, e della passione di Cristo meritorio sentimento e partecipazione. Anzi inteviene molte volte, che quanto meno n’ ha di fuori, più n’ ha dentro; e quanto di fuori n’ha più, dentro meno ne rimane. E così somigliantemente abbonda nella parte sensitiva di fuori più dolore e più lagrime, che altri spesse volte non vorrebbe; onde non è da imputare in sé a difetto il non averle,13 né a colpa averne troppo: se non fosse ch’altri già desse o all’uno o all’altro tal cagione la qual fosse o con difetto o con colpa. E che il troppo dolore, al modo ch’io lo [p. 79 modifica]prendo, non sia da imputare a colpa, uno essemplo che si truova scritto, ce n’ammaestra.

Leggesi iscritto dal maestro Iacopo da Vitriaco, ch’ e’ fu una volta una giovane, la quale, stigata dal diavolo, peccava carnalmente col padre suo. La madre, però che ’l male continovava, se n’avvide, e riprésene la figliuola: della qual cosa la figliuola adontata,14 diede il veleno alla madre;15 onde se ne morì. Venendo ciò a notizia del padre, garrìnne alla figliuola, e ébbelane in odio. Onde isdegnata, dormendo il padre una notte, gli segò le veni;16 e rubando la casa di tutto arnese, se n’andò in lontano paese, e diventò pubblica meretrice. Avvenne che ritrovandosi a una festa, udì predicare; e fra l’altre cose che ’l predicatore disse, fu della misericordia di Dio, come era grandissima, e che niuno peccatore quantuque17 iscellerato fosse, mai non rifiutava; anzi stava colle braccia aperte a ricevere ogni peccatore che volesse tornare a penitenzia. Alle quali parole compunta e contrita la peccatrice, fatta la predica, con molte lagrime si gittò a’ piedi del frate, chiegendo misericordia e penitenzia. Il quale, udita la sua confessione, ella domandò se la misericordia di Dio era sì grande com’egli aveva predicato. Rispondendo il predicatore, che infinitamente maggiore, ella disse: Ora mi date la penitenzia; chè quantuque io18 sia grandissima peccatrice, io ho fidanza nella misericordia di Dio. Il frate, per gli molti iscellerati peccati ch’ ella avea confessati, non occorrendogli di sùbito che penitenzia le si dovesse dare, disse ch’ ella tornasse a lui, fatta la seconda predica, dopo il mangiare. Allora disse la femmina: lo m’avveggo che voi vi disperate della salute mia; e però non mi volete imporre alcuna penitenzia. Non [p. 80 modifica]me ne dispero, disse il frate; anzi ho grande fidanza che Dio t’ha perdonato, e accetterà la tua buona penitenzia: e infino a ora io t’ingiungo per penitenzia, che tu m’aspetti, e torni a me, fatta la seconda predica. Rimase la donna nella chiesa, aspettando il confessoro: e in questo mezzo ripensando i peccati suoi, tanto dolore la compunse, tanta tristizia lo quore le strinse, tanto pianto soprabbondò, che la natura nol potè sostenere: anzi le scoppiò il quore, e cadde morta. Fu fatto assapere al confessoro quello che era intervenuto della pecatrice: il quale, con grande compassione e cordoglio, la raccomandò al popolo al quale egli predicava. E facendo tutti orazione per lei, innanzi che fosse seppellita, venne una boce da cìelo e disse:19 Non è bisogno di pregare per questa donna, ch’ ell’è in cielo davanti a Dio, e puote ella pregare meglio per voi. Donde tutta la gente rendè loda a Dio, che secondo la sua misericordia salva i peccati.

Note

  1. Il nostro Testo: e ordini. Quando al verbo rinformare come sinonimo di riformare, può vedersi la Crusca. L'edizione, però, del primo secolo ha: riformi.
  2. Ediz. 95: una femmina mondana.
  3. Il Manoscritto: e formosa.
  4. Lo stesso, non bene: e di coloro che la traevano.
  5. La migliore delle lezioni, e già ricevuta dal Salviati.
  6. Il Salviati: riguidardonerebbe; e il nostro Testo omettendo una sillaba riguerdonerebbe.
  7. Del Comune non è nel nostro testo.
  8. Ediz. 85: nol.
  9. Ediz. 85: dee; 25: debbia.
  10. Così l'edizione del primo secolo, e quella del Salviati.
  11. Il nostro Testo: Tanto dea la mente lagrime di contrizione.
  12. Effetto per affetto è idiotismo o scambio frequente nel nostro Manoscritto.
  13. Il nostro Codice: non è da imputare in sè il difetto di non averle.
  14. Il Testo: adirata.
  15. Ediz. 25: avelenò la madre.
  16. Così ancora il Salviati. Gli editori del 1725: gli segò la gola.
  17. Il nostro Codice: quanto.
  18. Più notabilmente il medesimo: quanchio. Ma ciò non avvertiamo pei puristi nè per chi cerca le grazie del bel dire.
  19. E disse è nella stampa del primo secolo. Men bene il Salviati: che disse.