Specchio di vera penitenza/Distinzione quinta/Capitolo quarto/Qui si dimostra il modo che dee tenere il confessoro in domandare il peccatore che si confessa

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Distinzione quinta - Capitolo quarto - Qui si dimostra il modo che dee tenere il confessoro in domandare il peccatore che si confessa

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Distinzione quinta - Capitolo quarto - Qui si dimostra il modo che dee tenere il confessoro in domandare il peccatore che si confessa
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Qui si dimostra il modo che dee tenere il confessoro in domandare

il peccatore che si confessa.


In prima, ch’ e’ domandi la persona che si confessa di que’ peccati che comunemente sogliono commettere le persone di quello stato e di quella condizione. Onde non dee domandare il cavaliere de’ peccati del cherico, né ’l mercatante dei peccati dell’avvocato, né la donna de’ peccati che si commettono da’ rettori1 del Comune. La seconda cosa ch’egli dee osservare, si è ch’ e’ non domandi de’ peccati che non sono comunemente manifesti ad ogni gente, specificatamente e apertamente; ma facciasi a lungi,2 acciò che se la persona non l’ha fatto o nol sa, non gli venga voglia di farlo e non l’appari. De’ peccati comuni e manifesti, come s’è furto, omicidio,3 adulterio, e di simili, puote bene espressamente domandare. Di certi peccati occulti, i quali molte persone non gli sanno e non gli fanno, o tacciasi, o sì cautamente s’accenni da lungi, che non s’insegni il male a chi no ’l sa;4 e dove il prete, come medico, dee curare la piaga, non la faccia: come si legge che intervenne una volta, secondo che scrive Cesario.

In Cologna in uno monasterio fu messa una fanciulla di sette anni dal padre e dalla madre, la quale avea nome Beatrice. Questa fanciulla perseverando nel monastero, crebbe; e fatta donna e monaca sagrata, si confessò una volta generalmente da uno prete poco savio e meno discreto. Il quale domandandola de’ peccati che dovesse aver fatti secondo lo stato suo, tra gli altri la domandò s’ella avesse peccato [p. 136 modifica]carnalmente. E rispondendo ella di no, imperò ch’ella era entrata fanciulla di sette anni nel monasterio, e mai uomo non l’avea tocca; – Dunque, disse il confessoro, se’ tu vergine? – Rispose la donna: – Ben sapete voi che sì, da che uomo non mi s’appressò. – Disse il prete: – Sanza uomo puote la femmina peccare, e perdere sua verginità. – Non v’intendo, disse la suora, se più specificatamente non mi parlate. – Allora il prete stolto, che non dovea andare più innanzi, la dimandò di certe cose particolari, che ’l tacere è bello. Compiuta la confessione e fatta l’assoluzione, il confessoro si partì. La donna ritrovandosi5 sola nella sua cella, venne ripensando di quelle cose che udite avea dal prete; e succedendo l’uno pensiero all’altro, e destandosi la innata concuiscenzia della carne, forte tentazione commosse il quore6 e accese il desiderio della mente, vaga a volere provare e a sapere quello che in prima né saputo né provato avea. Onde crescendo la tentazione molesta di dì in dì, la quale il diavolo infiammava, e la monaca non sapea sostenendo vincere,7 ma vinta ella, diliberò, come disperata, d’uscire del monistero, e vivere mondanamente, seguitando disonestamente gli appetiti della fragile carne. E un dì, non potendo più sostenere, prese le chiavi della sagrestia, dove era stata in officio più tempo, e gittòssi davanti all’altare della Vergine Maria, dov’era la sua immagine, e disse: – Madonna, io ho guardate queste tue chiavi nell’officio della sagrestia più anni, el die e la notte, stando al tuo servigio. Ora sono combattuta da una disusata battaglia sì duramente, ch’io non mi posso né so in guisa niuna difendermi, e tu non mi dài soccorso; e però io ti rassegno le [p. 137 modifica]chiavi del mio officio, e vinta m’arrendo. – E lasciando le chiavi in su l’altare, si partì dal monistero, e stette a posta d’uno cherico alcuno tempo: il quale poi lasciandola, ella si sviò in tanto, ch’ ella diventò comune e palese peccatrice. Et essendo stata nel peccato quindici anni, un dì venne alla porta del monistero dov’era stata allevata, e domandò il portinaio: – Averesti tu conosciuta una monaca, già sagrestana di questo monistero, ch’avea nome Beatrice? – Ben la conosco, disse il portinaio, ed è una savia e onesta religiosa; e dalla sua fanciullezza in sino al dì d’oggi è conversata in questo monistero santamente e colla comune grazia di tutte le suore.8 – La peccatrice non intese le parole dell’uomo,9 ma diè la volta, e andavasi via. Alla quale apparve la Vergine Maria, dalla quale ella avea preso commiato quando avea fatta la partita e rassegnato le chiavi, e le disse: – Io ho fatto l’officio tuo quindici anni, poi che del monistero ti partisti, nell’abito e nella figura tua; e non è persona vivente che sappia nulla del peccato tuo: e però torna al monistero e all’uficio tuo, e fa penitenzia del tuo peccato. Le chiavi della sagrestia tu ritroverrai in su l’altare, in quel luogo dove tu le lasciasti. – Beatrice, compunta, vedendo10 la misericordia di Dio e la grazia della Vergine Maria, tornò al monistero, e vivette in penitenzia e santa vita in sino alla morte; e niuno seppe mai il fallo suo, se non ch’ella il confessò in penitenzia al prete, dicendo la cagione e ’l processo del suo isviamento, e la grazia ricevuta. E volle che si scrivesse ad essemplo e ammaestramento de’ confessori e de’ peccatori, e a loda della Madre di Iesu Cristo, advocata de’ peccatori.

La terza cosa che ’l discreto confessoro dee osservare, si è che domandando de’ peccati, e spezialmente de’ carnali, non dee domandare troppo especificatamente delle particulari [p. 138 modifica]circustanzie, cioè degli atti e de’ modi e degli effetti; imperò che, come dice san Tommaso, le cose dilettevoli secondo la carne, quanto più specificatamente e particularmente si pensano e considerano, tanto più commuovono la concupiscenzia, e così potrebbono nuocere al confessoro e alla persona che si confessa. E questa guardia dee avere il confessoro, spezialmente quando le confessioni delle femmine udisse. E non dee domandare il confessoro dalla persona che si confessa, che nomini la persona con la quale avesse peccato: chè, come la persona che si confessa dee riguardare l’altrui fama, e non confessare il peccato altrui se non se in certo caso, così il confessoro non dee dell’altrui peccato domandare.11 Ora, in che caso si debba nominare la persona con chi altri pecca, è da sapere che ciò si dee fare quando la persona non può manifestare il peccato e la sua gravezza sanza nominare la persona. Come, se una donna avesse peccato col padre o col fratello, non basterebbe a dire, confessandosi: – Io ho peccato con uno uomo; – imperò che peccare col padre o col fratello è incesto, ch’è vie più grave peccato che non è la fornicazione o l’adulterio. Onde conviene che dica il peccato come fu, e nomini il padre o ’l fratello. Ben dee ingegnarsi d’avere tale confessoro che non gli conosca. Tuttavia, se in questo caso, o in qualunche altro, venisse nominata altrui nella confessione la persona con cui avesse peccato, o venisse detto l’altrui peccato, non per infamare, ma acciò che ’l confessoro o pregasse Iddio per lui, o ammonisselo, o per dare12 impedimento al male, non sarebbe peccato, anzi mercede. Puote il confessoro ricordare alla persona che si confessa i peccati o il peccato che sa ch’ell’ha commessi, quando vede ch’ella non gli dica o per temenza o per ignoranza o per vergogna.

Note

  1. Ci è qui piaciuto seguire la stampa del primo secolo
  2. Scritto nel Codice: allungi. Dove la stampa del 95: di lungi; e quella del Salviati: da lungi.
  3. Ediz. 95: come sono furti, micidio
  4. In tutte le stampe: il male che non si sa.
  5. Così, e meglio che tornandosi, le due edizioni del XV e XVI secolo.
  6. Il Manoscritto appone un e mal proficuo dinanzi a forte, ed un altro prima di commosse, che potrebbe utilmente correggersi in le. Il Salviati legge: il cuor suo: e la stampa del primo secolo: commosse al cuore.
  7. Ediz. 95: sostenere nè vincere.
  8. Di tutte le sue, è nelle stampe del 95 e dell'85.
  9. L'antica edizione: del portinaio.
  10. Il Codice: udendo.
  11. Qui l'antica edizione frappone queste parole: Nota in che caso si nomina la persona con cui l'huomo pecca. Postilla marginale, come agli esperti è chiarissimo, che venne intrusa nel testo.
  12. Ediz. 95 e 85: o perchè dessi.