Specchio di vera penitenza/Distinzione terza/Capitolo primo

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Distinzione terza - Capitolo primo

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Distinzione terza - Capitolo primo
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CAPITOLO PRIMO.


Dove si dimostra come la vergogna ritrae altrui dalle penitenzia.


Lo primo impedimento si è vergogna, per la quale l’uomo si ritrae di fare l’opera della penitenzia; come confessare i peccati suoi, piagnere e perquotersi il petto, orare, digiunare, andare sprezzato, fuggire l’usanze e le compagnie, perdonare le ’ngiurie, rendere pace, e simili cose che fa fare la penitenzia; le quali gli uomini del mondo ne fanno ischerno [p. 37 modifica]e biasimano. Per la qual cosa molti, vergognandosene, si ritraggono dal fare penitenzia: la qual cosa non debbon fare. In prima, se noi consideriamo la ragione naturale, la quale ci détta e ammaestra che non è vergogna, né essere dee, che l’uomo si lavi e netti quando fosse lordo e brutto, ma più tosto è vergogna lordarsi: così non è vergogna il levarsi quando l’uomo fosse caduto, ma il cadere dee essere vergogna: così non è vergogna vincere, ma essere vinto. Onde, con ciò sia cosa che ’l fare penitenzia sia lavarsi, relevarsi e vincere; il peccare sie lordarsi, cadere e essere vinto; manifesta cosa è che del peccare ci dobbiamo vergognare, e non del fare penitenzia. Ma, come dice san Bernardo, la cechità degli uomini è tanta, che del lavarsi si vergognano, ma non del bruttarsi. La seconda ragione si è, che non ci dobbiamo curare delle beffe1 e degli ischerni degli uomini mondani, che sono stolti e ciechi. Onde Seneca dice che con forte e diritto animo portare si debbono i biasimi e gli scherni degli stolti. E faccendo l’uomo bene, dee spregiare d’essere spregiato. Così isconvenevole sarebbe se l’uomo si curasse se uno cieco il biasimasse che si dilettasse di vedere lume; e se uno zoppo lo schernisse ch’egli andasse ritto; e se uno ch’avesse rotto in mare e perduto suo arnese, si facesse beffe di lui ch’avesse saputo iscampare e la vita e le cose dalla fortuna e da’ pericoli del mare. Così l’uomo che per la penitenzia torna alla luce della grazia e alla dirittura della giustizia, liberato del pericolo del tempestoso mare del mondo, non si dee curare né avere vergogna dello scherno degli uomini mondani, i quali maggiormente sono degni d’essere ischerniti. E avvegna che del peccato appo noi ci dobbiamo vergognare e con vergogna confessarlo, tuttavia per l’amore della verità e della giustizia non dobbiamo della vergogna di fuori curarci: come dice san Gregorio di Maria Maddalena, che tanta fu la vergogna ch’ella avea del suo peccato dentro, [p. 38 modifica]che non riputò di doversi vergognare di cosa veruna di fuori. Onde dice Salamone: Est confusio adducens gloriam, et est confusio adducens ignominiam. Santo Agostino lo spone, e dice: Egli è una vergogna che l’anima, isguarpando i suoi peccati, ha correzione;2 e questa vergogna cagione è all’anima di gloria. É un’altra vergogna per la quale l’uomo si ritrae di ben fare per lo dire degli uomini; e questa adduce confusione e vituperio. La prima confusione voglio avere io, acciò che per quella sia liberato dall’eternale confusione. E non dobbiamo volere piacere a’ rei uomini né da loro essere lodati, né curarci delle irrisioni e delle beffe che facciano di noi; imperò che dice Seneca, che spiacere a’ rei e da loro essere biasimati è una grande loda. E san Gregorio dice che lo spregio degli uomini perversi ch’ e’ fanno della vita nostra, è approvarla. E allora possiam credere di piacere a Dio quando dispiacciamo a coloro che dispiacciono a lui. Anzi dice Seneca: Non è l’uomo felice, cioè beato e bene avventurato, se la turba non lo spregia. Non dee il buono uomo cercare di piacere a molti, ma a pochi buoni: chè ’l piacere o ’l volere piacere non è sanza vizio. Onde l’Apostolo: Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem. E il Salmista: Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent: confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos. Se io piacessi agli uomini, non sarei servo di Cristo, dice l’Apostolo. E ’l Salmista: Iddio ha dissipate l’ossa di coloro che piacciono agli uomini. Dove dice la Chiosa: cioè coloro che desiderano di piacere sono confusi, però che Iddio gli ha spregiati. Non si doverrebbe,3 adunque, per lo piacere o per lo spiacere delle [p. 39 modifica]genti, lasciare il bene che altri dee fare. L’essemplo ce ne diede Iesu Cristo nostro Salvatore, il quale più volte spregiato e schernito da’ Farisei, non ne curava, né non ne lasciava però il bene e la dottrina de’ miracoli. Onde, fra l’altre volte, ridicendogli e’ discepoli suoi come i Farisei erano iscandalizzati, e mormoravano di certe parole che Iesu Cristo avea dette, rispose: Sinite eos: coeci sunt et duces coecorum: Lasciategli andare e non vi curate di loro; eglino sono ciechi e guida di ciechi; e se il cieco guida il cieco, l’uno e l’altro cade nella fossa. Similmente, quando lo riprendeano biasimandolo che non guardava il sabato, facendo i miracoli, come si manifesta quando alluminò il cieco nato, e quando sanò quello attratto ch’era stato trentotto anni alla pescina, non lasciava però il ben fare de’ miracoli; e alle parole loro o non rispondea, o mostrava loro come dicieano male o per ignoranza o per invidiosa malizia. Così si legge degli Apostoli, che godevano delle vergogne e delle persecuzioni che sosteneano per lo nome di Dio. La terza ragione perché l’uomo non si dee vergognare di fare penitenzia, si è che per la penitenzia si ricuopre quello di che altri si dee vergognare, cioè il peccato. Così dice santo Agostino sopra quella parola Beati quorum remissoe sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata: Se tu t’accusi, Iddio ti scusa: se tu ti manifesti, Iddio ti nasconde. Onde nel libro della Sapientta si dice di Dio: Dissimulans peccata hominum propter poenitentiam. Dice che Iddio mostra di non vedere i peccati degli uomini per la penitenzia. La quarta ragione per che non si dee l’uomo vergognare di fare penitenzia, si è se noi consideriamo la vergogna e la confusione che aranno i peccatori che non aranno fanno penitenzia, quando saranno dinanzi al giudicio di Dio. Della quale dice il profeta Ieremia: Saranno fortemente confusi, però che

[p. 40 modifica]non intesero l’obbrobio4 sempiterno, che mai non verrà loro meno.

Leggesi nella Vita de’ Santi Padri, che uno giovane volendo entrare alla Religione, manifestò lo ’ntendimento suo alla madre sua. E volendolo ella ritrarre che e’ non v’ entrasse, dicendo: Come mi vuo’ tu lasciare sola e abbandonarmi, che sono sola e vedova, e non ho più figliuoli e più non aspetto? rispondea con grande fervore: Madre mia, io debbo più amare Iddio, che voi: io voglio salvare l’anima mia. Onde non assentì a’ prieghi e alle lagrime della madre, ma entrò5 alla Religione; dove certo tempo fu spirituale e divoto, ma poi venne intepidendo, e a poco a poco lasciando lo spirito e ’l fervore, diventò dissoluto e cattivo. Ora infermò di grande infermitade; e un dì, di subito, uscendo fuori di sé, fu rapito dinanzi al giudicio di Dio, dove con gran paura e tremore aspettando d’essere giudicato, volse l’occhio e vide la madre sua, ch’era morta più tempo dinanzi, la quale gli parlò e disse: Che vuol dire questo, figliuol mio? or se’ tu venuto qui ad essere giudicato tu? or dove sono le parole che tu mi dicevi: Io voglio salvare l’anima mia? È questo il fervore e la divozione che tu mostravi? dove è la tua religione? A queste parole non rispondendo, ma confuso e pieno di molta vergogna, ritornò in sé; e ripensando la vergogna ch’egli avea avuta in sé per le parole della madre, e la grande confusione, riprese il primo fervore e la divozione che avere solea, dicendo: Se io non pote’ patire il rimprovero della madre mia e la vergogna per le sue parole, or come potre’ io sostenere quello di Dio e de’ Santi e degli Angioli suoi?

Dêsi, adunque, avere temenza di quello forte rimprovero, del quale all’anima per lo profeta Naum dice Iddio: Revelabo [p. 41 modifica]pudenda tua in faciem tuam, et ostendam gentibus nuditatem tuam: Io rivelerò, dice Iddio all’anima peccatrice, nella faccia tua la vergogna tua; ovvero: Io ti rinfaccerò quelle cose di che tu tí vergognerai, e mostrerò alle genti la tua nidità. Questo sarà il dì del giudicio, quando, come dice san Paolo: Illuminabit abscondita tenebrarum, et manifestabit consilia cordium: Quando illuminerà le cose nascoste e fatte in tenebre e al buio, e manifesterà i consigli del quore. Per non avere, adunque, quella vergogna e quella perpetua confusione, dobbiam volere sostenere questa picciola temporale vergogna dalle genti, non lasciare per vergogna l’opere della penitenzia, considerando quel che Iesu Cristo dice nello Evangelio: Qui me erubuerit et meos sermones, hunc Filius hominis erubescet, cum venerit in maiestate sua, et Patris, et sanctorum Angelorum: Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, o vero chi farà vergogna a me e alle mie parole, a quel che cotale il Figliuolo della Vergine farà vergogna, o vero svergognerà, quando verra nella maestà sua e del Padre e de’ santi Angioli, cioè a dì del giudicio. Onde meglio è sostenere la vergogna degli uomini, che quella di Dio, recandoci a mente quello che dice la Scrittura nel libro della Sapienza, parlando in persona di coloro che furono derisori, cioè ischernitori de’ giusti; i quali quando saranno nello ’nferno, e vederanno i Santi nella gloria di paradiso, i quali eglino nella presente vita spregiarono e schernirono, piangendo per la pena e per l’angoscia che averanno, diranno: Hi sunt quos aliquando habuimus in derisum, et in similitudinem improperii. Nos insensati vitam illorum oestimabamus insaniam, et finem illorum sine honore. Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei, et inter Sanctos sors illorum est: Costoro sono i quali tempo fu c’avemmo a vile e a dispregio, e de’ quali ci facemmo beffe e scherno; imperò che noi stolti, sanza senno, riputavamo la loro vita una pazzia, e che il loro fine fosse sanza onore: e ecco come sono ora computati tra’ figliuoli di Dio, e tra’ Santi è la sorte [p. 42 modifica]loro. Ove si dà ad intendere come è grande il peccato di questi derisori e ischernitori del bene, i quali, somiglianti al diavolo, molti ritraggono dal ben fare. E sì come dice san Gregorio: Il maggiore e il migliore sagrificio che si faccia a Dio, è il zelo dell’anime; così il maggiore e il peggior malificio contro a Dio è impedire la salute dell’anime. E ciò studiano di fare questi maladetti derisori, de’ quali dice la Scrittura: Delusores ipse deludet: Iddio ischernirà gli schernitori. E Salamone dice ne’ Proverbi: Parata sunt derisoribus iudicia: Giudicii sono apparecchiati a’ derisori beffardi.

Note

  1. Il nostro Codice ha: baffi.
  2. Abbiamo qui preferita la lezione della stampa antica del 95, che ci pare da interpretarsi: è una vergogna tale, per cui l'anima, guardando i suoi peccati, ne riceve correzione. Il Manoscritto, concordando nel resto colle edizioni più recenti, muta correzione in contrizione.
  3. Così il nostro Codice, con le edizioni del Salviati e del se- colo XV. Onde il si dee della stampa del 25 ci ha l'aria di ritocco. Troveremo, andando innanzi, di esempi tali in gran numero. Il Manoscritto omette qui presso l'adunque.
  4. Il Testo delle Murate: lomploberio; cioè, secondo retta pronunzia: lo 'mproperio.
  5. L'edizione del primo secolo: non acconsentendo a prieghi et alle lacryme della madre, entrò ec.