Specchio di vera penitenza/Distinzione terza/Capitolo terzo

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Distinzione terza - Capitolo terzo

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Distinzione terza - Capitolo terzo
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CAPITOLO TERZO.


Dove si dimostra come la vana speranza da indebolimento alla penitenzia


Il terzo impedimento della penitenzia si è la speranza, per la quale altri persevera nel peccato, dicendo: La misericordia di Dio è grande: egli ci ama; egli ci ha ricomperato col suo sangue prezioso; egli non ci vorrà perdere: e per questo modo le genti non fanno penitenzia, e continovano il peccare. Contro a costoro dice la Scrittura: Maledictus omnis qui peccat in spe: Maledetto è da Dio ogni uomo che pecca a speranza. Sopra la quale parola dice san Bernardo: Egli è una fidanza infedele, di maladizione degna, quando a speranza pecchiamo. E bene son detti questi cotali maledetti, che sono blasfemmi e schernitori della bontà e misericordia di Dio; e onde debbono prendere cagione e argomento di non peccare, et eglino, per lo contrario, più peccano. Contro a' quali dice san Paolo: An ignoras quod benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? etc.; sì come è sposto di sopra. La gravezza di questo peccato mostra san Paolo quando dice: Irritam quis faciens legem Moysi etc., et spiritui gratiae contumeliam fecerit: dove dice la Chiosa, che allo spirito della grazia e al sangue di Cristo fa dispetto e onta chi pecca a speranza d’avere misericordia. Per la quale misericordia doverrebbe l’uomo guardarsi dal peccato, considerando, come dice san Paolo: Secundum sua misericordiam salvos nos fecit: Iddio ci ha fatti salvi secondo la sua misericordia. E così fa chi ha il quore nobile, che per amore, non per paura, si guarda di peccare. Ma chi fa il contrario, gl'interviene, [p. 50 modifica]come dice la Scrittura, che per quello che l’uomo pecca, per quello è punito. Così chi ha fede della misericordia di Dio perseverando nel peccato, fa ingiuria contro a Dio, e dalla misericordia di Dio1 è abbandonato; e spezialmente al punto quando ella sarebbe di maggiore bisogno, cioè all’ora della morte: come si potrebbe provare per molti essempli, i quali scrive san Gregorio, e nelle Leggende de’ Santi e nella Vita de’ Santi Padri si contengono; i quali non si pongono qui, però che sono scritti da più altri, e per non fare troppo lungo trattato. Contro a questa vana e prosuntuosa speranza parla la Scrittura, e dice: Non dire, la misericordia di Dio è molto grande; egli non si ricorda de’ miei peccati: chè sappi, che da lui procede così tosto l’ira e la vendetta, come la misericordia. Onde advegna che Dio sia misericordioso, non vuole però che l’uomo a fidanza l’offenda. E però dice san Gregorio: Considerando che Dio è giusto, non si vogliono lasciare i peccati sanza penitenzia; e considerando ch’egli è misericordioso, non si dee l’uomo disperare. E così, chi vuole la sua vita ammendare, puote nella misericordia di Dio sperare; ma non chi vuole a quella speranza nel male perseverare. A questa vana fidanza si riduce la stolta speranza che molti hanno di lungo vivere e di fare buona fine; e però indugiano la penitenzia, non attendendo quello che dice la Scrittura per lo savio Ecclesiastico: Ne tardes converti ad Dominum, et ne differas de die in diem; subito enim veniet ira illius, et in tempore iracundioe disperdet te: Non tardare di convertirti a Dio, e non indugiare di dì in dì, acciò che subitamente non venga sopra te l’ira sua, e nel tempo della sua vendetta e della sua ira ti disperda; cioè il dì della [p. 51 modifica]morte, quando l’uomo è giudicato, non ti danni. Sopra la quale parola dice san Gregorio: Subito è rapito chi lungo tempo è sostenuto. Vuol dire che di subito, quando l’uomo nol pensa, è rapito dalla morte, e dal giudicio di Dio, colui il quale lungo tempo Iddio ha sostenuto, aspettandolo a penitenzia.

Leggesi scritto da Piero Damiano, che fu un grande e nobile principe, secondo il mondo, nella città di Salerno; il quale grande tempo vivuto in molta prosperità temporale di signoria e di ricchezze e di carnali diletti, usava dire che chi ha bene in questo mondo, ha bene nell’altro; intendendo il proverbio carnalmente, com’egli vivea, e non secondo diritto intendimento. Advenne che sendo egli nella maggiore prosperità mondana, secondo il suo parere, che mai avesse avuta, una mattina per tempo isguardò verso il monte Etna, cioè verso Mongibello, e egli vide uscire di quello monte gran fiamma di favillante fuoco, oltre al modo usato. Chiamata la famiglia, ch’egli avea grande e orrevole, disse loro: Per certo, qualche ricco e possente uomo è per tosto morire. E io ho veduto il segno del fuoco di Mongibello, che l’aspetta per riceverlo e traboccarlo allo ’nferno. Or è usanza in quel paese, che quando Mongibello fa più novità che non suole di gittare maggiore fiamma di fuoco fuori (imperò che si dice per gli paesani, ch’egli è una delle bocche2 dello ’nferno), che comunemente si dice: alcuno grande e scellerato peccatore è per morire tosto, chè Mongibello s’apparecchia per riceverlo. Onde, veggendo la novità della maggiore fiamma, disse quello che dire si solea, non credendo dire di sé, né che per lui s’apparecchiasse la bocca dello ’nferno. La notte vegnente, essendo egli coricato con una sua ’manza3 lieto e sicuro, nell’atto del peccato, nel quale lungo tempo era vivuto, morendo, perdè la vita; e quegli che lieto e sano la sera era [p. 52 modifica]ito al letto, la mattina si trovò dalla famiglia morto. A questo medesimo ammaestramento si può recare quello che dice di sopra del cavaliere d’Inghilterra, e del conte di Matiscona, e di quegli che dimandava indugio insino alla mattina seguente, e non gli valse, secondo che scrive san Gregorio. Onde ben dice la Scrittura: Nescit homo finem suum; sed sicut capiuntur pisces hamo et aves laqueo, ita capiuntur homines in tempore malo: Non sa l’uomo la fine sua; ma come si pigliano i pesci all’amo e gli uccelli al lacciuolo, così si pigliano gli uomini nel tempo reo, o vero quando l’uomo, peccando e facendo le rêtadi, diventa reo. Ed è appellato il tempo reo, quando l’uomo muore ed è giudicato delle sue rêtadi. E però non si dee l’uomo lasciare ingannare a questa vana e stolta speranza, per la quale molti ne vanno a dannazione; sì come dice il savio Ecclesiastico: Promissio nequissima multos perdidit: La promissione ch’altri si fa non dirittamente della lunga vita, molti n’ha già perduti. Della qual cosa dice san Bernardo: perché, misero, del tempo che ha venire, vanamente pressumi, quasi come Dio l’avesse posto, non nella sua, ma nella tua potestade e balía? dicendo egli agli Apostoli: Non est vestrum nosse tempora vel momenta, quoe Pater posuit in sua potestate: Non s’appartiene a voi di sapere l’ore e’ tempi, che ’l Padre ha posto nella sua potestade. Per la qual cosa si dà ad intendere, che chi del tempo ch’è a venire, presume, fa ingiuria a Dio, il quale serba a sé il sapere4 e ’l dispensare il tempo. Non c’inganni adunque, amatissimi5 frategli, la speranza vana, pressumendo della divina misericordia indiscretamente, e stoltamente della lunga vita. E di questa materia dicemmo assai di sopra, dove toccammo della incertitudine della morte.

Note

  1. Si noti come la lezione del nostro Codice sia meno oscura e però migliore di tutte le altre. - Ediz. del 1495. Così chi ha fede nella ec. Ediz. del 1585: Così chi ha fede della ec. Ediz. del 1725: Così chi alla misericordia ec. Ed altri Manoscritti, citati nell'antedetta: Così chi ha speranza.
  2. In nostro Manoscritto: è una bocca.
  3. Ediz. 95: con una sua dama.
  4. Così nel manoscritto; e in tutte le stampe il disporre; che poco differisce nel senso, come ognun vede, da dispensare.
  5. Leggiamo qui col Salviati, avendo le altre stampe, e con esse il nostro Codice: amatissimi.