Specchio di vera penitenza/Trattato della scienza/Della terza scienzia diabolica

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Trattato della scienza - Della terza scienzia diabolica

../Della terza scienzia, cioè diabolica ../../Trattato de' sogni IncludiIntestazione 19 dicembre 2014 75% Da definire

Trattato della scienza - Della terza scienzia diabolica
Trattato della scienza - Della terza scienzia, cioè diabolica Trattato de' sogni
[p. 306 modifica]

Della terza scienzia diabolica.


La terza scienzia diabolica si è quella per la quale gli uomini vogliono sapere o potere certe cose che sa e puote el diavolo; e vógliolle1 sapere e potere fare dal diavolo. Dove è da sapere, che come il diavolo sempre desidera la perdizione degli uomini, così ha trovate certe vie per le quali finalmente gl’induca a perdizione. E fuori delle vie comuni a tutte le genti de’ vizi e de’ peccati, ha introdotta nel mondo una via di perdizione, della quale molti uomini sono vaghi, e con gran diletto v’entrano, non considerando il grande pericolo e la finale dannazione a che ella mena. E questa è certa scienza e arte che ’l diavolo ha insegnata e rivelata infino al2 cominciamento del mondo, e spezialmente dopo il diluvio, ad alcuni uomini malífici, a sapere certe cose occulte, e potere fare certe cose impossibili agli uomini; come fu quello Zoroaster, e Ermes Trimegisto, e più altri, i quali ne feciono scrittura e libri, per li quali questa maladetta arte da noi è imparata: e chiamasi, con generale vocabolo, arte magica, avvegna ch’abbia molte spezie, modi e osservanzie e riti, che dànno all’arte nomi speziali: e tutto ciò che per tale arte si dice e fa, inlicito è, e da Dio e dalla Chiesa interdetto e vietato. Che sia inlicito, si dimostra imperò che si fa alcun patto espresso o tacito co’ demonii. Espresso, quando per invocazione o scongiuro, o per alcuno sagrificio di sangue o d’altra cosa, il demonio si chiama a rispondere, a manifestare, a fare alcuna cosa occulta o malagevole; alla quale dire o fare quello folletto3 spesse volte mostra d’essere costretto per la ’nvocazione,4 o per lo scongiuro, o per sagrificio o promesse che gli [p. 307 modifica]si faccia: la qual cosa non è vera. Onde, che si dica ch’e’ sia rinchiuso in una ampolla, o in uno anello o in uno specchio, o in qualunche luogo o cosa corporale,5 tutto è falso; chè da cosa minore di sé, come è l’uomo, e ogni altra cosa o corporale creatura, non puote il diavolo essere costretto: ma egli è ingannatore e bugiardo, e mostra di sì, acciò che gli uomini lo credano, e facciano quello ch’egli così imprigionato domanda, da che egli manifesta e fa quello che a lui, facendo vista d’essere costretto e rinchiuso, si comanda. Onde egli fa come colui della gherminella, che mostra di perdere per potere vincere, e d’avere perduto per potere racquistare. Patto tacito è quando s’adopera quella cotale arte con certe osservanze di tempo, di modi, di figure, di segni, di nomi isconosciuti, sotto i quali, o per patti o per convegna di coloro a’ quali in prima l’arte fu rivelata, o che ’l diavolo impronto alle cose vane e false s’inframette, acciò che gli uomini s’ausino a credergli e dargli fede; e però dice e insegna alcune cose vere, poiché poi sieno credute le false, e in questo modo possa ingannare la gente e metterla in errore. Di6 questa diabolica arte diventano gli uomini indovini, malífici, incantatori, ministri del diavolo, per li quali molta gente va a perdizione. Onde Iddio vieta per la Scrittura, in molti luoghi, che non si debba ricorrere a loro, né volere sapere da loro niente, e che non si debba dare loro fede. Onde nel libro Levitico si scrive: Non declinetis ad magos, neque ab ariolis aliquid sciscitemini; et non augurabimini, neque observabitis somnia: Non andrete a’ magi malífici, e non cercherete di sapere niente dagli arioli, e non sarete indovini, e non osserverete i sogni. E nel Deuteronomio si dice: Non inveniatur in te qui ariolos sciscitetur, et observet osmnia atque auguria: ne sis maleficus, neque incantator, neque pythones [p. 308 modifica]consulas nec divinos, nec quoeras a mortuis veritatem: Non si truovi in te, popolo mio, chi domandi nulla dagl’indovini, o chi osservi sogni o altri augurii: non sii7 malífico né incantatore, e non cercare di sapere da’ morti la verità. E quanto questo peccato dispiaccia a Dio, si dimostra per le gravi punizioni che n’ha fatto.

Leggesi8 nel libro de’ Re, che perché Ocozia re d’Isdrael mandò all’idolo d’Accaron per sapere quello che di lui dovesse essere, ch’era infermo, Iddio adirato contra di lui per quello ch’avea fatto, sì gli mandò dicendo per Elia profeta: – Per quello che tu hai fatto, del letto dove tu giaci non iscenderai mai, ma morto ne sarai levato. – E così fu fatto. E del re Saul si legge, nel libro Paralipomenon, che tra gli altri peccati per li quali fu reprobato da Dio, e sconfitto e morto da’ nimici, fu perch’egli richiese una indovina per sapere quello che dovesse intervenire della battaglia co’ Filistei. La legge divina sotto gravi pene comanda che tal peccato non si commetta. Onde dice nel Levitico: Anima quoe declinaverit ad magos et ariolos, ponam faciem meam contra eam ad interficiendum eam: Qualunche persona ricorrerà a’ magi o agl’indovini, io porrò la faccia mia contro a lei a ucciderla. E in un altro luogo: O uomo o femmina che sia, ch’abbia spirito fittonico o sia indovino, sia morto9 colle pietre, sieno lapidati, e ’l sangue loro sia sopra di loro. Secondo le leggi umane, civili e ecclesiastiche, questi cotali indovini e incantatori sono infami, e non debbono essere ricevuti a testimonianza10 né alla comunione; anzi debbono essere iscomunicati. Onde santo Agostino dice: Questa vanità, anzi iniquità dell’arte magica, la quale per operazione de’ maligni spiriti è introdotta nel mondo, dee essere di lungi dal fedele cristiano; chè chi [p. 309 modifica]l’adopera, o richiede coloro11 che la fanno, o dànnovi aiuto o consiglio o favore, o chi gli riceve in sua casa o va alla loro, o manda o consente a quel che fanno o dicono, si è come s’egli avesse rinnegata la fede cristiana o ’l battesimo, ed è peggio che pagano. E però san Paolo interdicendo questa maladetta arte, diceva: Nolo vos esse sotios demoniorum: Io non voglio che voi siate compagni de’ dimonii. Compagni de’ dimonii si fanno coloro che usano questa arte, trovata e insegnata da’ demonii con patti spressi o taciti, fatti co’ demonii; co’ quali come sono compagni nella colpa, saranno compagni nell’eterna pena dello ’nferno e del fuoco pennace. Questa arte magica, e superstiziosa e diabolica scienzia, s’adopera in molti modi e a molti effetti, secondo i quali trae diversi nomi. Chè alcuna volta s’adopera a sapere certe cose occulte, o che debbono venire; e allora si chiama arte divinatoria. Onde coloro che in tale maniera l’usano, s’appellano indovini, quasi di Dio pieni, come dice santo Isidoro; chè mostrano alle genti d’essere pieni di quella scienza ch’è solo12 di Dio; cioè di sapere le cose che sono a venire: le qua’ cose volere sapere, se non se quelle che per naturali cagioni prevedere e sapere si possono, come gli astrolagi delle impressioni naturali del cielo, e’ medici peritissimi de’ parocismi e de’ dì critici13 delle infermitadi corporali, è gravissimo peccato; imperò che chi pressume di volere sapere o prenunziare quelle cose che solo Iddio sa (se non l’avesse già per revelazione da Dio), usurpa e toglie quello ch’è propio di Dio. E questo fu il primo peccato de’ nostri primi parenti: il quale quanto dispiacesse a Dio, si dimostra nella dura sentenzia e gravissima pena della quale [p. 310 modifica]furon puniti eglino, e tutti loro discendenti, acciò che niuno de’ figliuoli d’Adamo ardisse mai di fare tale follia. E nondimeno, si truovano del continuo di quegli che dopo tale gastigatura,14 folleggiando ci ricaggiono. E non solamente fallano in volere separe quello che non debbono, ma, molto più gravemente, di volerlo sapere come e da cui non debbono; cioè dal diavolo, o ispressamente invocandolo, o copertamente usando in diversi modi l’arte sua, nella quale eziandio non chiamato viene, come alla casa15 sua. Onde dice san Tommaso nella Somma, che ogni indovinamento, o tacito o spresso, usa il consiglio e l’aiuto del diavolo, il quale manifesta agli uomini certe cose che non sanno, e egli le sa per lo modo ch’è detto di sopra; onde le predice, espressamente invocato, in molti modi. Alcuna volta apparendo visibilmente in varie figure quanto al vedere, o in voci sensibili quanto all’udire, e’ mostra e dice di quelle cose che gli uomini vogliono sapere: e questa spezie d’indovinamento si chiama prestigio. Alcuna volta in sogno manifesta quello che l’uomo vuole sapere: e questo si chiama indovinamento per sogni. Altre volte16 per apparimento e per parlare di morti: e questa spezie si chiama negromanzia. Alcuna volta le manifesta per uomini vivi, siccome per gli arrettizii; ch’entra il diavolo addosso ad alcuni, e per la lingua loro predice le cose che sa egli: e tale spezie si chiama indovinamento per fitone. Alcuna volta manifesta il diavolo certe cose occulte per certe figure e segni che appaiono in alcuni corpi insensibili: le quali se appariscono in alcun corpo terrestre, come s’è ferro, vetro, pietra pulita, specchio o unghia, si è geomanzia; se in acqua, si chiama idromanzia; se in aria, si chiama aerimanzia; se [p. 311 modifica]appariscono in fuoco, si chiama piromanzia; se nelle interiora degli animali che sono offerti a’ demonii, si chiama aruspicio. È un’altra maniera d’indovinare che si fa sanza spressa invocazione del diavolo: e questa è in due modi. L’uno si è quand’altri vuole sapere le cose che sono a venire, per la disposizione di certe altre cose: come per la considerazione del sito e del movimento delle stelle, che si chiama indovinamento per astronomia:17 o vero per movimento o voce18 d’uccelli o d’altri animali, o per lo starnutire degli uomini; e questo propiamente è augurium: o per considerazione del movimento degli occhi o degli orecchi degli animali, o d’osservare certi dì dell’anno e certe ore e punti del dì; e questo si chiama aurispicium. E se tale considerazione s’avesse intorno alle parole degli uomini, le quali dette ad altra intenzione, lo ’ndovino le recasse al suo proposito, quello si chiamerebbe omen. E se alcuna volta, per sapere le cose occulte, si considerassono certe disposizioni di figure in alcuni corpi che s’incontrassono cogli occhi, sarebbe altra spezie d’indovinamento: come, s’altri considerasse i liniamenti,19 cioè cotali righe e fessure delle mani, si chiamerebbe ciromanzia; se si considerassono certe figure che appariscono nelle spalle d’alcuno animale sagrificato agl’idoli, come fanno i pagani, si chiamerebbe spatulimanzia. L’altra maniera d’indovinamento senza spressa invocazione del dimonio, si è quando si considerano certe cose che intervengono per alcune cose fatte [p. 312 modifica]dagli uomini studiosamente e in pruova, per sapere alcune cose occulte: come sarebbe protrarre puntio o linee o figure, che si appartiene a geomanzia; o considerare figure che si facessono del piombo strutto bogliente, gittato di súbito nell’acqua fredda; o nel tôrre cedole o fuscelli20 a rischio o a ventura, o nel gittare dadi, o nell’aprire alcuno libro di súbito, e considerare quello che prima gli venisse a mano, o simili cose che s’appartengono a gittare di sorte. In tutte queste cose è una generale ragione di peccato, avvegna che non sia una medesima ragione speziale; imperò ch’è più grave peccato invocare il diavolo21 espressamente, che fare certe altre cose per le quali egli si venga non chiamato a inframettere. E molto più grave è a fargli alcuno sagrificio o reverenza d’adoramento; la qual cosa, sopra tutte l’altre, vuole dagli uomini, retegnendo ancora l’affetto della prima superbia, come si mostrò nella terza tentazione di Cristo, quando egli disse: Hoec omnia tibi dabo si, cadens, adoraveris me: Tutte queste cose ch’io t’ho mostrate, cioè la gloria del mondo, io ti darò, se, gittandoti in terra, tu m’adorerai. E anche s’ingegna di fare cadere l’uomo a ciò, perch’egli è il maggiore peccato che sia; cioè l’idolatria. Usasi alcuna volta questa arte magica a potere fare o avere o acquistare alcuna cosa per azione22 del dimonio, la quale l’uomo non potrebbe fare né avere per sé medesimo: come sarebbe di trovare avere e tesoro o nelle propie cave e miniere,23 o in sepolcri o in altri luoghi nascosti, i quali al diavolo sono tutti manifesti; [p. 313 modifica]avvegna che non ha però balìa d’insegnarli o di darli a cui egli vuole, ma a cui e quando gli è permesso da Dio: come sarebbe di trovare cose ismarrite o perdute, le quali il diavolo sa; e spezialmente le cose che fa perdere egli, facendo fare i furti e gl’involí.24 E fannosi ancora malificii; onde coloro che usano questa arte, si chiamano maléfici, e l’arte s’appella malfattoria; e ciò si fa quando, per tale arte, col favore del diavolo, alcuna persona, o uomo o femmina, ammaliata e fatturata, uscirà fuori della memoria, innamorrà d’altrui e avrà in orrore la sua compagnia. Parrà alla persona che la casa ov’ella sarà, arda, e ch’ella debba rovinare; perderà l’appetito del mangiare, consumeràssi, e non potrà dormire né posarsi, avendo sogni terribili e paurosi, immaginazioni e fantasie oscure e spiacevoli. Parrà alla persona avere piene le carni di spine e d’agora, avere il quore trafitto, le membra cascanti e deboli, essere ismemorato e abbargliato e sciemonito, e non trovare luogo né dì né notte; e’ suoi reggimenti e parole saranno come di persona farnetica o ebra. Per questa arte si fa portare la persona di luogo a luogo,25 e di súbito portare e riportare ambasciate e novelle di lontano paese. A fare queste cose, usano i maléfici alcuna volta invocazioni e scongiuri a’ demonii espressamente; e eglino appariscono in alcuni de’ modi di sopra detti, dando vista d’essere costretti per tali iscongiuri, avvegna che non seino, com’è detto di sopra. Usano incantesimi, dando altrui cibi e beveraggi incantati; fanno immagini di cera e di piombo e d’altra materia; annodano legáccioli, e involgono iscritte di nomi di demonii, e di segni e di figure e di caratteri trovati e insegnati da’ dimonii, sotto i quali si contengono i patti [p. 314 modifica]tra' dimonii e coloro che usano questi segni ad alcuno effetto, secondo la predetta arte. Soglionsi vantare certi di questi maléfici di potere mutare le menti, e di trasformare una cosa in un’altra: come sarebbe di fare d’uno uomo o d’una femmina una bestia od uno uccello; o di creare cose nuove, come favoleggiando iscrivono i poeti. Alla vanità falsa de’ quali si risponde, che sanno bene eglino medesimi che mentono per la gola: chè non posson più che possa il maggior26 loro, cioè il diavolo; della cui potenzia è detto di sopra che non sì stende a tanto, avvegna che possa fare parere certe cose altre che quelle che sono. D’un’altra cosa falsamente si gloriano; e questa è, che a loro richiesta il maggiore loro insegna qualunque scienza di súbito a qualunche grosso uomo, osservando egli certe regole dell’arte: e di ciò hanno scritto uno libro che si chiama l’Arte notoria, della quale pruova san Tommaso, ch’è interdetta e vietata come gli altri libri magici e diabolici; imperò che contiene caratteri e figure de’ patti taciti fatti27 col diavolo, col quale non è licito d’avere patto o convegna o compagnia o amistà alcuna; anzi ci è comandato da Dio che l’abbiamo per isfidato nimico. Onde san Paolo dice: Nolite locum dare diabolo: Non vogliate dare luogo al diavolo. E san Piero: Cui resistite fortes in fide: Il vostro avversario diavolo va cercando intorno intorno, come uno leone rapace, com’egli ne possa alcuno divorare; al quale contastate, forti stando nella fede. Anche pruova san Tommaso, che quella arte notoria non ha efficacia veruna; con ciò sia cosa che la potenzia del diavolo non si stende a potere illuminare lo ’ntelletto dell’uomo, chè sarebbe di bisogno in quel súbito apparar fuori del mondo usato e naturale all’uomo. Onde, avvegna che il diavolo potesse insegnare, esprimendo28 con suono di [p. 315 modifica]voce, alcuna dottrina, come farebbe uno uomo, e forse tanto meglio, quanto più sottilmente e meglio che l’uomo sapesse; tuttavia non potrebbe di súbito informare lo ’intelletto dell’uomo d’alcuna abituale iscienzia, non potendo illuminare, ma richiederébbevisi tempo e ordine nella dottrina: e tanto maggiore, quanto colui che apparasse fosse più grosso, o meno disposto alla scienza. Quanta, adunque, vanità e falsa iniquitâ è quella di questi maléfici, a’ quali non basta il loro male fare coll’aiuto di quello maligno in quanto egli puote, ma eziandio s’ingegnano di mostrare agli altri che sappia e possa, ed eglino per lui, quello che non sa né puote! Ed è grande rêtà e stoltizia di costoro e di chi dà loro fede. Grande ciechità è la loro, che si fidino e abbiano amistà con colui ch’è nimico e avversario dello onnipotente Iddio, nelle cui mani sono e egli e eglino;29 il quale ha vietato sotto pena della eterna morte, che con lui non s’abbia dimestichezza o compagnia veruna. Sanno questi cotali, s’egli hanno fede di cristiani, ch’egli è l’antico serpente, capitale30 nimico di tutta l’umana natura, e che tutto il suo studio è di conducere gli uomini a quella dannazione e miseria dov’è egli. Non è loro celato, che comunemente tutti quegli della loro arte fanno mala fine e mala morte, come molte storie e croniche contano: e non che ’l diavolo ne gli scampi, ma egli ve li conduce; e non solamente alla mala morte del corpo, ma a quella ch’è troppo peggiore, cioè dell’anima. È grande stoltizia la loro, che sanno per certo, e per isperienza lo pruovano faccendo l’arte, ch’egli è bugiardo, isleale e ingannatore, e molte cose promette che non attiene. Chè, con ciò sia cosa che sia superbo, non dice mai che non sappia o che non possa quello che gli è domandato; ma d’ogni cosa dice: – Sarà fatto; – poi, non sappiendo o non potendo fornire, manca della promessa, e non confessa mai di non avere saputo o potuto, ma sempre [p. 316 modifica]getta la colpa sopra i malífici, dicendo: – Voi non m’intendesti; – o: – Voi non facesti bene l’arte; – o: – Voi fallasti nella tale osservanza. – Ancora, con ciò sia cosa che sia invidioso, non insegna ciò che sa, e non fa ciò che può. E perch’egli è bugiardo e ingannatore, dirà una per un’altra, e dirà parole mozze e doppie, e che possano avere diversi intendimenti, equivocando, come sarebbe quello: Reginam interficere bonum est timere nolite, etc.; e quello: Vinces non perdes, etc.; e simili cose ambigue e dubbiose. E perch’egli è presuntuoso, crede sapere e potere fare quello che non sa e non puote. E gli Angioli santi, secondo il beneplacito di Dio, sottraggono spesse volte dalla notizia de’ dimonii e dalla loro potenzia molte cose, perché non facciano tutto ciò che e’ vogliono, e perch’egli abbiano vergogna e confusione dell’imprese e delle promesse che fanno. E nondimeno, certi uomini, pospognendo e dimenticando la propia salute, in pregiudicio e pericolo delle loro anime, vanno loro dietro, e vogliono la loro amistade, e richieggiono il loro consiglio e aiuto; anzi importunamente gli molestano.

Onde una volta disse il diavolo a un santo uomo: – La gente spesse volte m’accagiona e incolpa a gran torto, impognendo a me molti mali che si fanno eglino stessi; chè tal dice: – Il diavolo mi tentò; egli mi fe cadere in tal peccato: il diavolo mi si parò dinanzi, che io non mi vi sare’ inframesso: – né avròcci colpa veruna. Anzi, molte volte gli uomini e le femmine tentano me, e sômmi molesti e importuni, e impáccianmi ne’ fatti loro, de’ quali io non mi darei briga; chè, lasciando pure fare loro, fanno tanto che basta di male, sì che mi tolgono la volta. – E avvegna che l’arte magica sopraddetta abbia molta efficacia, secondo l’occulto giudicio di Dante che ’l permette per gli molti peccati, operando i malífici secondo la regola e l’osservanza dell’arti insegnate da’ demonii; pure spesse volte si dimostra di fare per certe persone, uomini e femmine di bassa condizione, quello che non fanno [p. 317 modifica]e non sanno fare: imperò che pochi sono che quell’arte sappiano adoperare, ma, per udita o per loro avviso, truovano certi incantesimi, iscongiuri, iscritture, brievi e legature, con certe osservanze che pare ch’ell’abbiano somiglianza con quelle dell’arte magica, e non hánno a fare nulla d’essa.31 Ma perché quelle persone che le fanno, e quelle a cui nome e a cui stanza si fanno, le credono e hannovi fede, credendosi fare quello che fanno i maléfici coll’aiuto e col consiglio del diavolo, hanno alcuna efficacia, adoperándovisi il diavolo, il quale dà volentieri favore a ogni mala operazione, e prende podestà e balía sopra quelle cotali persone, le quali, e se non realmente e di fatto, almeno secondo la ’ntenzione, sono maléfici, credendosi adoprare l’arte magica del diavolo. Onde non è dubio che peccano mortalmente, e ’nsegnano al diavolo trovando32 altra arte che non ha trovata egli; la quale egli fa poi sua e fàlla valere, perché vi si dà fede. Come dice santo Agostino, parlando di questi cotali incantesimi e fatture, che non si debbono credere perché sieno veri, ma diventano veri perché si credono. Truovansi certe altre persone, uomini e femmine, che non sanno l’arte magica, né invocare né scongiurare demonii, e non sono indovini né non credono essere, chè sanno per certo non sono; e con tutto ciò, o per guadagnería33 o per altra loro vanità, dicono che sono incantatori e indovini, e con loro ciuffole e anfanie ingannano molta gente semplice, ch’è inchinevole e vaga ad andare dietro a così fatte cose. E qual dice che vede morti e favella con loro, e che va di notte in tregenda colle streche. Altri dicono [p. 318 modifica]che sanno incantare il male degli occhi e ’l duolo de’ denti, la magrana, le senici e’l duolo del capo; e fare brievi che chi gli porta addosso non arà il male del fianco né ’l male maestro, non potrà morire né in acqua né in fuoco, né essere offeso da’ suoi nimici; e tutte tali cose che le genti vorrebbono, e però agevolmente le credono. Questi cotali sono ingannatori e trombettieri; e peccando mortalmente, sono tenuti a restituzione d’ogni guadagno ch’e’ fanno. E chi dà loro fede, pecca gravemente, e hassi il danno di quello che désse loro. Né non si debbono le genti lasciarsi ingannare né a’ malífici veri, né a quegli che s’appellano indovini e incantatori e non sono, perché34 dicano che si dicano messe e orazioni, e facciansi limosine e digiuni; chè tutto il fanno maliziosamente, e perché sia data loro più fede, e acciò che più copertamente possano mescere il veleno della loro rêtà. E avvenga che sia detto che certe persone, non dicendo vero né credendosi dire, ma per guadagnería35 e per fare altro inganno, dicono che veggiono i morti e che vanno in tregenda; tuttavia si truova, tra l’altre illusioni che ’l diavolo fa, che mostra di fare apparire morti; non che sieno veramente gli spiriti degli uomini o delle femmine morti, chè ciò non potrebbe fare, ma egli prende la figura e la similitudine del morto, e dice, mentendo, ch’egli è quel cotale. Come si legge nella santa Scrittura di quella indovina fittonissa che, a petizione del re Saul, fece apparire Samuel, il quale predisse l’effetto della battaglia de’ Filistei; non che fosse Samuel, o lo spirito suo, come spongono i Santi, ma fu il diavolo in quella similitudine, e diceva e mostrava che fosse Samuel. Così si truova ch’e’ dimonii prendendo similitudine d’uomini e di femmine che sono vivi, e di cavagli e di somieri, vanno di notte in ischiera per certe contrade, dove veduti dalle genti, [p. 319 modifica]credono36 che sieno quelle persone la cui similitudine mostrano: e questa in alcuno paese si chiama la tregenda. E ciò fanno i demonii per seminare questo errore, e per mettere iscandalo, e per infamare quelle tali persone la cui similitudine prendono, mostrando di fare nella tregenda alcune cose disoneste. Ben si truovano alcune persone, e spezialmente femmine, che dicono di sé medesime ch’elle vanno di notte in brigata con questa cotale tregenda,37 e compitano38 per nome molti e molte di loro compagnia; e dicono che le donne della torma39 che guidano l’altre, sono Erodía che fece uccidere san Giovanni Batista, e la Diana antica dea40 de’ Greci. Come questo sia è da considerare, e come essere possa. Non è dubbio veruno che, di sua possa naturale, il diavolo puote menare e portare uomini e femmine, pochi e molti, da uno luogo a un altro, come e’ vuole, se non è impedito per virtù divina; ma rade volte si truova che ciò faccia. L’altro modo ch’è più verisimile, è quello che già è detto41 di sopra, che puote fare parere alla persona, e di sé e d’altrui, ch’ella sia quello ch’ella non è, e ch’ella faccia quello ch’ella non fa. E ciò fa o vegghiando la persona o dormendo, alterando la immaginazione e la fantasia, e imprimendovi immagini e similitudini di quelle cose che vuole che paia alla persona essere, e dire e fare le dette cose. Onde, standosi la persona in sul letto suo, le parrà andare, e fare cose maravigliose; e poi le racconterà, credéndolesi avere veramente fatte. E questo interviene comunemente a’ maléfici, o a persone maleficiate, cioè che sia fatto di loro o per loro alcuno [p. 320 modifica]malificio d’arte magica; o a persone che dieno fede a così fatte cose. Sono certe cose che42 avvegna che non vi si adoperi invocazione di demonii, né figure, né osservanzie d’arte magica, non sono però licite; chè o elle son false, o non hanno efficacia veruna a quello che per si fanno, o è sospetto il modo nel quale si fanno. Non hanno efficacia veruna qualunche parole dette, o portate addosso scritte o per modo di brieve o d’altra legatura, eziandio le parole della santa Scrittura, o’l Vangelo di san Giovanni, o Dirupisti43 vincula mea, o vero Iesus autem transiens, per medium illorum ibat, o qualunch’altra parola, o a non perire in acqua, o a non venire in mano de’ nimici, o a capitare bene di piato, o di qualunche altra impresa, o a non morire sanza confessione, o a non morire di morte subitana, o a scampare del parto o di qualunche altra infermità: anzi è peccato ad usarle a qualunche di questi effetti, o di qualunch’altre cose temporali o corporali, con ciò sia cosa ch’elle furono scritte e spirate dallo Spirito Santo o per ammaestramento e dottrina, o per orazione, e non per altro uso. Che se la Scrittura fosse stata revelata da Dio o ordinata a tale uso, lo Spirito Santo l’averebbe revelato agli Appostoli e alla santa Chiesa, come ha fatto delle parole sagramentali. Non l’ha fatto;44 e però non è lecito ad uomo vivente diputarle o appropiarle a tale uso di portarle scritte addosso, o di dirle o farle dire per alcuno effetto corporale o temporale. E molto peggio sarebbe quando vi si mescolassono o interponessono altri nomi isconosciuti, o figure o segni, sotto i quali, dicono i Santi, si contengono i patti taciti co’ demonii. Portinsi adunque le parole della santa Scrittura nella mente, e non a collo; nel quore, e non in [p. 321 modifica]borsa. Quel medesimo si dice del danaio primo offerto alla Croce el venerdì santo, e dell’erbe tenute e côlte quando si canta il Vangelo o la Passione; e di simili cose. E se le parole di Dio non hanno virtù e efficacia a tali effetti, molto meno quelle d’uomo o di femmina che si dicano in incantesimi o in iscongiuri di serpenti o d’altre bestie, di malori o di qualunch’altra infermità. Il nome di Dio e del nostro Signore Iesu Cristo, l’aiuto della Vergine Maria e degli altri Santi, divotamente e puramente, sanza niuna osservanza o vana superstizione, si dee invocare in ogni necessità corporale e spirituale. E quello ch’è detto delle parole, similmente si dice del digiuno, del silenzio, delle messe, delle ’nvenie, dell’andate fatte sotto certe osservanze di tempo o di novero, credendo che altrimenti non fossono valevoli: come si dice de’ dodici lunedì di santa Caterina, del venerdì di santo Niccolao e delle messe di san Gregorio, de’ mercoledì di san Lorenzo, del silenzio de’ dieci mila Martiri, e di tutte simili cose.45 E non si dice però, che le messe e ’l digiuno e l’orazioni e gli altri beni non sia bene a fare; ma quelle osservanzie del tempo o del novero o di certi modi non sono né liciti né buoni.46 E che la vanità e la cupidità delle genti mortali voglia por legge alla divina giustizia, e che per loro opere o per loro parole o loro andate o loro offerte si traggano in fra certo tempo anime di purgatoro, quest’è grande presunzione e pericoloso errore47 a credere o a dire. L’osservanzia del tempo, cioè in che dì o in che ora o in che punto altri imprenda48 a fare alcuna cosa di nuovo; come sarebbe, intrare [p. 322 modifica]ad abitare in prima in casa nuova, mettersi la roba nuova, menare moglie, incominciare a fare mercatanzia o compagnia con altri, entrare in mare,49 entrare in signoria, radersi la prima barba, andare cercando la buona50 mancia nelle calendi, il primo dì dell’anno nuovo, il primo dì della settimana; e dicessi che alcun dì e alcuna ora è migliore ch’un’altra, anzi che alcuna è buona e alcuna è rea, e simili cose che certe gente osservano; è vanità, e non è senza grave peccato: e spezialmente osservando certi dì quali dicono alcuni che si chiamano egiziachi, ne’ quali non si dee fare alcuna impresa che altri voglia che riesca bene, con ciò sia cosa che sieno dì infausti e malauguriati, e in ciascuno mese dell’anno n’ha alcuno. Contro a questi cotali osservatori dice san Paolo: Dies observatis, menses, tempora et annos: timeo ne sine causa laboraverim in vobis: Voi osservate i dì e’ mesi e’ tempi e gli anni; per la qual cosa temo ch’io non mi sia affaticato in voi in vano. Non si dee però intendere che sia male a osservare i tempi e’ segni del cielo a certe cose naturali, delle quali e’l tempo e’l cielo sono alcuan cagione, come dicea Salamone: Omnia tempus habent: Ogni cosa ha suo tempo. Onde i medici in dare le medicine, i marinai in navicare, i lavoratori51 nel lavorìo della terra, possono anzi debbono osservare e tenere mente a’ tempi e a’ segni delle stelle e delle pianete del cielo. Simile dico di certi atti che fanno alcuni animali, che si muovono secondo lo ’stinto della natura52 e del cielo; e per isperienzia è veduto e provato dagli uomini, che significano alcuna cosa che dee intervenire, non che ne sieno cagione: come i delfini, quando vengono notando sopra l’acqua del mare, appressandosi alle navi, significano che tosto dee venire tempesta; e quando la gatta si liscia el capo colla [p. 323 modifica]branca,53 dicono le femmine ch’è segno ch’e’ dee piovere; e quando il galla canta più tosto che non suole, è segno di mutazione di tempo. Queste cotali cose osservare e tenervi mente, non è peccato veruno. Ma chi volesse, pel cantare del gallo, o per lo abbaiare del cane, o pel cantare del corbo o del barbagianni o dell’assiuolo in sul comignolo della casa, o per qualunche movimento di uccello o d’altro animale, auguriare pronosticando54 se lo ’nfermo dovesse morire o guarire, o quanto tempo la persona dovesse vivere (come disse quella vecchia, che avea ancora a vivere cinque anni, imperò ch’avea udito cantare il cuculo55 il dì di calen’ di maggio cinque volte; onde non si volle confessare, e così morì sanza confessione); questo sarebbe grave peccato, con osservanzia inlecita e vietata. Quel medesimo si dee tenere di certi accidenti che ’ntervengono alla persona, i quali non si debbono osservare né porvi mente: come se nell’uscire dell’uscio la mattina, la persona starnutisse pure una volta, chè dicono alquanti vani osservatori, che si debbia tornare addietro; o se si trovasse messa la calza o la camicia a rovescio, creda che tutte le cose di quel dì gli vadano a ritroso; e se gli venisse messo il piè manco innanzi al ritto, o se incispicasse o cadesse, non debba andare più innanzi. E tutte quelle cose delle quali non è ragione naturale per che così debba essere o intervenire, non si debbono osservare né credere; ch’elle sono oppenioni false e vane, e sônci rimase del paganesmo,56 o introdotte dalla falsa dottrina del dimonio. Del gittare delle sorte, dicono i Santi che in certi casi non è lecito, anzi è vietato per lo Decreto: come sarebbe chi volesse sapere per sorte [p. 324 modifica]alcuna cosa occulta che dovesse venire, riferendo il prendere delle sorte o alla disposizione delle stelle o all’operazione de’ dimonii: e tale si chiama sorte divinatoria. Anche chi volesse sapere, per lo prendere delle sorte, quello che dovesse fare o dire, dubitando qual fosse il meglio; come sarebbe d’eleggere alcuno prelato ecclesiastico, o di ricevere alcuno beneficio spirituale; non è oggi lecito, benché nella antica legge s’usasse, o chiamassesi sorte consultoria. È un altro gittare di sorte che si chiama sorte divisoria; e questa è lecita: come sarebbe se certe persone ch’avessono a dividere certe cose a comune, e non s’accordassono a fare le parti dando e togliendo, possonsi gittare le sorte, spognendo alla fortuna qual parte vegna a qualunche di loro. Ed è lecito ancora d’usare queste sorte negli ofici temporali, a cui prima tocchi la volta: come si fa degli uficiali della città che si eleggono per parecchi anni, e scritti in certe cedole si mettono57 in un sacco o cassetta, e poi a certi tempi si traggono58 alla ventura, e secondo che sono tratti, così entrano all’oficio.

Note

  1. Gli editori del XVI e XVIII secolo, voglionte. (Manca questo passo nella stampa del quattrocento.)
  2. Sola la stampa del 25: dal.
  3. Il Testo nostro: quello ingannatore.
  4. Il medesimo: per la 'ncantazione.
  5. L'antica impressione abbrevia od omette: o in anello o in nessuna cosa corporale.
  6. Le stampe: Da.
  7. Ediz. 95: e non essere; 95 e 95: e non sii.
  8. Ediz. 95 e 85: Onde si legge.
  9. Le stesse: sieno morti.
  10. Così ancora il Manoscritto. Derivato da testimone, come da testimonio testimonianza, che più piacque al Salviati.
  11. Il Salviati, nè parmi lodevolmente: a coloro.
  12. Le stampe: sola.
  13. Il Testo a penna delle Murate, con quello a stampa del primo secolo: e meidci peritissimi e discreti (evidente scambio di di critici) delle infermitade ec; — e l'edizione del Salviati; e i medici peritissimi de' di critici ec. Manca, dunque, in quei primi come nell'altra la voce parocismi, già raccolta nel Vocabolario del Manuzzi.
  14. Ediz. 95: castigamento.
  15. Così, coi più antichi, il Salviati; ma nella edizione del 25 leggesi: cosa. Nel Codice manca l'ultimo membretto di questo periodo: nella quale eziando ec.
  16. Sola, anche in questo luogo, la stampa del primo secolo: Alcuna volta.
  17. Così, e meglio, la stampa del 25; parentesi non solo impropria ma quasi assurda la più comune lezione: che si chiama (edizione 95: si chiamono) astronomia; dove sarebbe stato d'uopo il poter correggere: astrologia.
  18. Il Manoscritto: o volo; che nulla aggiunge all'idea di movimento.
  19. Perchè nessuno riponga tra le stampe ben procurate l'edizione da noi consultata del secolo XV, vogliamo citar qui tre degli errori più madornali ricorrenti in quest'unica pagina, cominciando cioè dal mezzo della precedente. Invece, dunque, di arrettizii (il Salviati fe imprimere arrettizzi), in quella leggessi eretici; invece di offerti a demonii, — afferrati da demonii; e invece di considerasse i liniamenti, — considrasse iruamenti.
  20. Il nostro Testo e la stampa del Salviati: suggelli. A preferir la lezione degli editori antichi e degli accademici, ci persuade il costume di certi paesi ove le superstizioni di tal genere non sono peranche in tutto dimenticate.
  21. L'ediz. del primo secolo muta spesse volte diavolo in demonio.
  22. Così nel nostro Testo. E molto similmente il Salviati: per operazione. Ma la stampa del quattrocento e quella del 25 aggiungono: per forza et operazione.
  23. Con notabili differenze, l'antica stampa: di trovare certo tesoro o nelle proprie case o in sepolcri ec.
  24. Come piacque di scrivere al Salviati, preferendo quelli del 25: imbolii. Pare poi nata da scambio di lettere la variante recataci dal Manoscritto e dall'antica edizione; variante contuttociò non assurda nè impossibile: faccendo fare i furti (la stampa: fare furti) agli uomini.
  25. Nel Testo a penna: di luogo in luogo.
  26. Maestro in tutte le stampe; così variato, e certo non male, anche dopo quattro righe, nel nostro Manoscritto.
  27. Manca fatti nel Codice e nella stampa del 25.
  28. Il Testo a penna: espressamente.
  29. Sola l'antica stampa: et loro.
  30. Nel Testo: principale.
  31. Così nelle più antiche edizioni; e: d'esse, con relazione a osservanze, nel Codice. Erroneamente, al mio credere, la stampa del 25: di sè.
  32. Trovare, nella stampa del 95.
  33. Voce presso che morta ai dì nostri, eppure a' di nostri necessarissima! Ma questa espressiva parola non piacque agli editori del primo secolo, che qui, e ventuna riga più innanzi, mutaronla in guadagnare.
  34. Seguitiamo come più grammaticale la lezione, benchè non anche la puntuazione, della stampa del 25.
  35. Nel Testo, qui: guadagnarla.
  36. Leggiamo col Salviati. Nel nostro Codice manca dalla genti.
  37. Non meglio nel Manoscritto: in tregenda con questa cotale brigata.
  38. Nel medesimo: contano.
  39. Notisi in modo dantesco: non unica tra le imitazioni di tal genere nello Specchio di Penitenza.
  40. Sopprimono, non senza grazia, dea la stampa antica ed il Codice.
  41. Ediz. 95: è tocco.
  42. Così tutte le stampe; ma il Manoscritto ha un principio più frondoso di periodo, che non sappiamo che poscia tarpasse per ridurlo a più avvenevole misura: Sono cierte persone (erroneo, per cose) che in altro modo offendono, che avegnachèìì ec.
  43. Ediz. 95 e 85: il Dirupisti.
  44. Il Manoscritto: Nolla feciono.
  45. Non sarà forse stata osservata la mancanza o soppressione di quest'ultimo pezzetto, da come si dice sino a simili cose, nell'edizione nel primo secolo e in quella del Salviati. Soltanto le parole de' dieci mila Martiri rimasero, annesse all'altra silenzio ch'è nella prima parte del periodo.
  46. Ediz. 95 e 25: nè lecite nè buone.
  47. Nel Codice: è gran pericolo e errore.
  48. Aggiunge il medesimo, per chiosa inutile: cioè cominci.
  49. Ediz. 95 e 25: in mare.
  50. Si noti che gli Accademici trovarono e preferirono: la prima.
  51. Ediz. 95 e 25: i villani.
  52. Della natura è giunta del nostro Codice.
  53. Ediz. 95: si liscia colla zampa.
  54. Cioè prenunziando è aggiunta oziosa del Manoscritto.
  55. Cuculio, nelle due stampe più antiche.
  56. Così, non solo in questo luogo, ma ancora in due altri del seguente Trattato de' sogni, il Codice nostro. Gli Accademici del 25 aprirono, quanto a sè, l'adito alla voce non ammessa finora: paganismo.
  57. Dagli sdruccioli troppo frequenti del copista delle Murate, sembra potersi ricavar la seguente più concisa lezione: degli uficiali della città che si tengono per parecchi anni iscritti 'n cierte ciedole in un sacco ec.
  58. Il Manoscritto aggiunge, non bellamente: fuori. Trarre fuori era la frase tecnica parlando di gonfaloni o d'altri siffati arnesi; come il semplice trarre parlandosi de' magistrati.