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Stanco omai di più soffrire

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Giulio, splendor de' martiri Questa fresca valletta, e questo fonte
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Rime d'alcuni Arcadi più celebri


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POMPEO DI MONTE VECCHIO

CANZONE.

STanco omai di più soffrire
     Il martire,
     Che mi dà tiranno Amore;
     Di pregarlo ebbi ardimento,
     5Che al tormento
     Meta desse, ond’arde il cuore,
Le mie fervide preghiere
     A un Pensiere
     Consegnai fra gli altri audace;
     10E gli dissi: Vanne, o Fido,
     A Cupìdo,
     E gli chiedi o tregua, o pace.
Volò rapido il messaggio
     Pe ’l viaggio,
     15Che non gli era ignoto, o strano;
     Ma il bramato suo ritorno
     Con mio scorno
     Lungamente attesi invano.
Credett’io, che al laberinto
     20Fosse avvinto
     Della chioma del mio Bene,
     Che trovar chi Amor desìa,
     Per la via
     Di quel crin passar conviene.
25Onde in fretta elessi un altro,
     Che più scaltro
     Riferisse le mie brame:
     E che alzasse più dal suolo

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     Il suo volo
     30Per non dare in reti, e trame.
Verso gli astri il volo tenne;
     Ma le penne
     Vi lasciò fra quegli ardori:
     Il meschin credea, che quelle
     35Fosser stelle,
     Ed i lumi eran di Clori.
Tutti allor di rabbia ardente
     Nella mente
     Richiamai gli altri Pensieri:
     40E ad usar le forze estreme
     Tutti insieme
     Ad Amor fei messaggieri.
Ma di tanti e tanti Fidi,
     Nè pur vidi
     45Uno sol tornarmi avanti;
     Talchè omai di spirti privo
     Semivivo
     Distruggeasi il cuore in pianti.
Volli dunque di me stesso
     50Farmi messo,
     A pregar l’empio Tiranno;
     Ma temei con forze inferme,
     Solo e inerme,
     D’incontrar perdita, e inganno.
55Chiamai meco la Virtute,
     Che si chiude,
     Nel voler d’un’alma forte:
     Sarai tu, dissi, mio scudo
     Se l’ignudo
     60Dio tentasse al cuor da morte?
Si turbò la Donna onesta
     All’inchiesta,
     E tacciò l’ardire insano;
     Che parea disconvenisse,

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     65Ch’ella gisse
     A trovare un Dio profano.
Al mio pianto alfin si scosse;
     E si mosse
     A scortar la mia salvezza;
     70Ma in vedermi lasso, e molle,
     Seco volle
     Il rigore e la Fortezza.
Sullo scoglio d’un Laghetto
     Lascivetto
     75Ritrovammo il Nume cicco:
     Al Piacere in mezzo, e al Riso
     Stava assiso,
     E le Grazie erano seco.
Pianto sol di stolta gente
     80La sorgente
     Produceva di quell’onda,
     Che di cuori disperati,
     Naufragati,
     Tutta sparsa avea la sponda.
     85Ei talor sull’acque entrando
Già spruzzando
     Alle Grazie il volto, e i panni,
     E ferire a’ pesci il fianco
     Godev’anco
     90Per vederli in dolci affanni.
Di tuffar quindi sè stesso
     Spesso spesso
     Entro il Lagoavea piacere,
     E mill’altri ciechi Putti
     95In quei flutti
     Gian nuotando a schiere, a schiere.
La Virtù sdegnosa, e trista
     A tal vista
     Sen fuggì tutta spavento;
     100E nè pure i suoi seguaci,

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     Pertinaci
     Lasciar volle al gran cimento.
lo malcauto al suo ricordo
     Feci il sordo,
     105E restai nel dolce incanto:
     Que’ fanciulli all’improviso
     Diero un riso
     In mio scherme, ed in lor vanto.
Poi mi disser: Quei siam noi
     110Pensier tuoi,
     Che ad Amor fummo inviati;
     E perchè gli demmo fede,
     Per mercede
     In Amori ne ha cangiati.
     115Deh tu ancor fra noi rimani,
Se gli umani
     Provar vuoi veri contenti;
     O forz’è che ne ripigli
     Come figli
     120In te stesso, e ne alimenti.
Io gridai: non siete miei,
     Perchè rei,
     Ed udir più non vi voglio:
     Quì si fero alte contese,
     125Talchè scese
     Furibondo Amor dal soglio.
Questi son (disse) tuoi parti,
     E se parti,
     Lascia loro il cuore in pegno.
     130Ah che il cuor senti rapirmi,
     In ciò dirmi,
     Dal carnefice suo sdegno.
E per sempre indi perdute
     Di salute
     135Le speranze han gli egri sensi.
     Dunque amarchi più non vuole

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     Il suo Sole,
     Chiuda gli occhi, e non vi pensi.