Storia d'Italia/Libro VII/Capitolo V

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Libro settimo
Capitolo quinto

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Discordie tumulti e ribellione in Genova. I genovesi deliberano di espugnare Monaco, e il re di Francia si prepara a ridurli a ubbidienza. Il pontefice delibera improvvisamente di tornare a Roma sdegnato col re per le vicende di Genova.


Alla fine di questo anno, acciò che l’anno nuovo non cominciasse senza materia di nuove guerre, seguitò la rebellione de’ genovesi dalla divozione del re di Francia; non mossa principalmente da altri che da loro medesimi, né cominciato il fondamento da desiderio di ribellarsi ma da discordie civili che traportorono gli uomini piú oltre che non erano state le prime deliberazioni. La città di Genova, città veramente edificata in quel luogo per lo imperio del mare, se tanta opportunità non fusse stata impedita dal pestifero veleno delle discordie civili, non è come molte dell’altre d’Italia sottoposta a una sola divisione ma divisa in piú parti; perché vi sono ancora le reliquie delle antiche contenzioni de’ guelfi e de’ ghibellini. Regnavi la discordia, dalla quale furono già in Italia e specialmente in Toscana conquassate molte città, tra i gentiluomini e i popolari: perché i popolari, non volendo sopportare la superbia della nobiltà, raffrenorno la potenza loro con molte severissime e asprissime leggi; e infra le altre, avendo lasciata loro porzione determinata in quasi tutti gli altri magistrati e onori, gli esclusono particolarmente dalla degnità del doge, il quale magistrato, supremo a tutti gli altri, si concedeva per tutta la vita di chi era eletto: benché, per la instabilità di quella città, a niuno forse o a pochissimi fu permesso continuare tanto onore insino alla morte. Ma non è divisione manco potente quella tra gli Adorni e i Fregosi, i quali di case popolari diventati cappellacci (cosí chiamano i genovesi coloro che sono ascesi a molta grandezza) contendono insieme la degnità del doge, continuata molti anni quasi sempre in una di loro. Perché i gentiluomini, guelfi e ghibellini, non potendo essi per la proibizione delle leggi conseguirla, procuravano che la fusse conferita ne’ popolari della fazione medesima, e favorendo i ghibellini [gli Adorni] i guelfi [i Fregosi] si feciono in progresso di tempo queste due famiglie piú illustri e piú potenti di quegli il nome de’ quali e l’autorità solevano prima seguitare. E si confondono in modo tutte queste divisioni che spesso quegli che sono d’una medesima parte, contro alla parte opposita, sono eziandio tra se medesimi divisi in varie parti, e per contrario congiunti in una parte con quegli che seguitano un’altra parte. Ma cominciò questo anno ad accendersi altercazione tra i gentiluomini e i popolari; la quale, avendo principio dalla insolenza di alcuni nobili e trovando per l’ordinario gli animi dell’una parte e dell’altra male disposti, si convertí prestamente da contenzioni private in discordie publiche, piú facili a generarsi nelle città, come era allora Genova, molto abbondanti di ricchezze: le quali trascorsono tanto oltre che ’l popolo, concitato tumultuosamente all’armi e ammazzato uno della famiglia d’Oria e feriti alcuni altri gentiluomini, ottenne, piú con la violenza che con la volontà libera de’ cittadini, che ne’ consigli publici, ne’ quali intervennono pochissimi della nobiltà, si statuisse il dí seguente che degli uffici, i quali prima si dividevano tra i nobili e i popolari in parte eguale, se ne concedessino per l’avvenire due parti al popolo rimanendone una sola alla nobiltà: alla quale deliberazione, per timore che non si facessino maggiori scandoli, acconsentí Roccalbertino Catelano che invece di Filippo di Ravesten, governatore regio allora assente, era preposto alla città. E nondimeno i popolari non quietati per questo, suscitato fra pochissimi dí nuovo tumulto saccheggiorno le case de’ nobili; per la qual cosa la maggiore parte della nobiltà, non si tenendo piú sicura nella patria, se n’uscí fuora. Ritornò di Francia a Genova subitamente, intese queste alterazioni, il governatore con cento cinquanta cavalli e settecento fanti, ma non potette, né con la autorità né con le persuasioni né con le forze, ridurre in parte alcuna le cose a stato migliore; anzi bisognandogli spesso accomodarsi alle volontà popolari, comandò che alcune altre genti che lo seguitavano ritornassino indietro. Da’ quali princípi diventando la moltitudine continuamente piú insolente, ed essendo, come comunemente accade nelle città tumultuose, il reggimento, contro alla volontà di molti popolari onesti, caduto quasi interamente nella feccia della plebe, e avendo creato da se stessa per capo del suo furore uno magistrato nuovo di otto uomini plebei con grandissima autorità (i quali, acciò che il nome gli concitasse a maggiore insania, chiamavano tribuni della plebe) occuporno con l’armi la terra della Spezie e l’altre terre della riviera di levante, governate per ordinazione del re da Gianluigi dal Fiesco. Querelossi di queste insolenze al re in nome di tutta la nobiltà e per l’interesse suo proprio Gianluigi; dimostrandogli il pericolo manifesto di perdere il dominio di Genova, poiché la moltitudine era trascorsa in tale temerità che oltre a tanti altri mali aveva ardito, procedendo direttamente contro alla autorità regia, occupare le terre della riviera: essere facile, usando con celerità i rimedi convenienti, il reprimere tanto furore mentre che ancora non aveano fomento o sussidio da alcuno; ma tardando a provedervi, il male metterebbe, ogni dí piú, maggiori radici, perché la importanza di Genova per terra e per mare era tale che inviterebbe facilmente qualche principe a nutrire questo incendio tanto pernicioso allo stato suo, e la plebe, conoscendo quel che da principio era forse stato sedizione essere diventato ribellione, si accosterebbe a qualunque gli desse speranza di difenderla. Ma da altra parte si ingegnavano gli oratori mandati al re dal popolo di Genova di giustificare la causa loro, dimostrando non altro avere incitato il popolo che la superbia de’ gentiluomini, i quali, non contenti degli onori convenienti alla nobiltà, voleano essere onorati e temuti come signori. Avere il popolo tollerato lungamente le insolenze loro, ma ingiuriati finalmente, non solo nelle facoltà ma nelle persone proprie, non avere potuto piú contenersi; e nondimeno non essere proceduti se non a quelle cose senza le quali non poteva essere sicura la libertà loro, perché partecipando i nobili negli uffici per parte eguale non si poteva, per mezzo de’ magistrati e de’ giudici, resistere alla tirannide loro: tenendosi per Gianluigi le terre delle riviere, senza il commercio delle quali era come assediata Genova, in che modo potere i popolari sicuramente usarvi e conversarvi? Il popolo essere stato sempre divotissimo e fedelissimo della Maestà regia, e le mutazioni di Genova essere in ogni tempo procedute piú da’ gentiluomini che da’ popolari. Supplicare il re che, perdonati quei delitti che contro alla volontà universale erano stati nell’ardore delle contenzioni commessi da alcuni particolari, confermasse la legge fatta sopra la distribuzione degli uffici, e che le terre della riviera fussino governate col nome publico. Cosí godendo i gentiluomini onoratamente il grado e la degnità loro, goderebbono i popolari la libertà e la sicurtà conveniente, per la quale non si faceva pregiudicio ad alcuno; e ridotti per l’autorità sua in questa tranquillità, adorerebbono in perpetuo la clemenza la bontà e la giustizia del re.

Erano stati molestissimi al re questi tumulti, o perché gli fusse sospetta la licenza della moltitudine o per la inclinazione che hanno comunemente i franciosi al nome de’ gentiluomini, e perciò sarebbe stato disposto a punire gli autori di queste insolenze e a ridurre tutte le cose nel grado antico; ma temendo che se tentava rimedi aspri i genovesi non ricorressino a Cesare, di cui non essendo ancora morto il figliuolo molto temeva, e perciò deliberato di procedere umanamente, perdonava tutti i delitti fatti, confermava la nuova legge degli uffici, pure che riponessino in mano sua le terre occupate della riviera: e per disporre a queste cose il popolo piú facilmente mandò a Genova Michele Riccio, dottore e fuoruscito napoletano, a confortargli che sapessino usare l’occasione della sua benignità, piú tosto che moltiplicando la contumacia e gli errori lo mettessino in necessità di procedere contro a loro con la severità dello imperio. Ma negli animi acciecati dalle immoderate cupidità la prudenza, soffocata dalla temerità, non aveva parte alcuna: non solo la plebe e i tribuni, con tutto che i magistrati legittimi fussino di contraria sentenza, non accettata la mansuetudine del re, dinegorno di restituire le terre occupate ma procedendo continuamente a cose peggiori deliberorno di espugnare Monaco, castello posseduto da Luciano Grimaldo, o per l’odio comune contro a tutti i gentiluomini genovesi o perché, per essere situato in luogo molto opportuno in sul mare, importa assai alle cose di Genova, o movendosi pure per odio particolare, conciossiaché chi ha in potestà quel luogo, invitato dal sito comodissimo a questo effetto, soglia difficilmente astenersi da’ guadagni marittimi, o perché, secondo diceano, apparteneva giuridicamente alla republica: e però, benché contradicendo invano il governatore mandorno per terra e per mare ad assediarlo molte genti. Onde Filippo di Ravesten, conoscendo stare quivi inutilmente e, per gli accidenti che potevano nascere, non senza pericolo, lasciato in luogo suo Roccalbertino, se ne partí; e il re disperato che le cose si potessino ridurre a forma migliore e giudicando che ’l consentire che le stessino cosí non fusse con degnità e con sicurtà sua, ed essere maggiore pericolo se si lasciassino trascorrere piú oltre, cominciò scopertamente a prepararsi con forze terrestri e marittime per ridurre i genovesi alla sua ubbidienza.

La quale deliberazione fu cagione che si interrompessino le cose le quali tra ’l pontefice e il re di Francia si trattavano contro a’ viniziani; desiderate molto dal re, liberato per la morte del re Filippo del sospetto avuto delle preparazioni di Massimiliano, ma molto piú desiderate dal pontefice, indegnatissimo contro a loro per l’occupazione delle terre della Romagna, e perché senza alcuno rispetto della sedia apostolica conferivano i vescovadi vacanti nel loro dominio, e si intromettevano in molte cose appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica: onde inclinato del tutto alla amicizia del re, oltre allo avere publicato cardinali i vescovi di Baiosa e di Aus, chiesti innanzi con grande instanza, aveva ricercato il re che passasse in Italia e venisse a colloquio seco: il che il re aveva consentito di fare: ma intendendo poi la sua deliberazione di muovere l’armi in favore de’ gentiluomini contro al popolo di Genova, ne ricevé grandissima molestia, essendo, per la inclinazione, antica delle parti di Savona sua patria, contrario a’ gentiluomini e favorevole al popolo. Però fece instanza col re che si contentasse di avere, non alterando lo stato popolare, quella città a ubbidienza, e lo confortò efficacemente ad astenersi dalle armi, allegandone molte ragioni; e principalmente essere pericolo che, suscitandosi in Italia per questo moto qualche incendio, non si turbasse il muovere la guerra disegnata contro a’ viniziani: alle quali ragioni vedendo che il re non acconsente, o traportato dallo sdegno e dal dolore o veramente essendosi rinnovato in lui, o da se stesso o per sottile artificio d’altri, l’antico sospetto della cupidità del cardinale di Roano, e perciò dubitando di non essere ritenuto dal re in caso si riducessino in uno luogo medesimo, e forse concorrendo l’una e l’altra cagione, publicò all’improviso, nel principio dell’anno mille cinquecento sette, contro all’espettazione di tutti, volere ritornarsene a Roma; non allegando altre cagioni che l’aria di Bologna essere nociva alla sua salute e l’assenza di Roma fargli non piccolo detrimento nell’entrate. Dette questa deliberazione ammirazione assai a ciascuno, e specialmente al re, che senza alcuna causa lasciasse imperfette le pratiche che tanto aveva desiderato, interrompendo il colloquio del quale egli medesimo l’aveva ricerco; e turbatosene molto, non lasciò indietro opera alcuna perché variasse da questo nuovo pensiero: ma era piú tosto nociva che vana l’opera sua, perché il pontefice, pigliando dalla instanza che se gli faceva maggiore sospetto, si confermava tanto piú nella sua deliberazione; nella quale stando pertinace, partí alla fine di febbraio da Bologna, non potendo dissimulare lo sdegno conceputo contro al re. Fondò, innanzi partisse di quella città, la prima pietra della fortezza che per ordine suo, con infelici auspici, vi si faceva appresso alla porta di Galera che va a Ferrara, in quello luogo medesimo ove altra volta co’ medesimi auspici era stata edificata da Filippo Maria Visconte duca di Milano: e avendo per lo sdegno nuovo col re di Francia mitigato alquanto lo sdegno antico contro a’ viniziani, non volendo incomodarsi dal cammino diritto, passò per la città di Faenza. E sopravenivano a ogn’ora nuove altercazioni tra il re di Francia e lui: perché aveva instato che i Bentivogli fussino cacciati dello stato di Milano, con tutto che di consentimento suo fusse stata concessa loro la facoltà di abitarvi; né aveva voluto restituire al protonotario, figliuolo di Giovanni, la possessione delle chiese sue, promessagli con la medesima concordia e consentimento. Tanto spesso poteva in lui piú la contenzione dell’animo che la ragione! La quale disposizione non con arte o diligenza alcuna tentava di mitigare il re di Francia; ma sdegnato di tanta variazione e insospettito che, come era la verità, non desse occultamente animo al popolo di Genova, non si asteneva da minacciarlo palesemente, tassando con parole ingiuriose la sua ignobilità: perché non era dubbio il pontefice essere nato vilissimamente e nutrito per molti anni in umilissimo stato. Anzi, confermato tanto piú nella prima sentenza delle cose di Genova, preparava con somma diligenza l’esercito per andarvi personalmente, avendo, per l’esperienza delle cose accadute nel regno di Napoli, imparato che differenza fusse ad amministrare le guerre per se proprio a commetterle a’ capitani.