Storia d'Italia/Libro XII/Capitolo II

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Libro dodicesimo
Capitolo secondo

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Invasione della Borgogna da parte degli svizzeri; accordi con la Tramoglia. Indecisione del re di Francia intorno all’opportunità della ratifica degli accordi.


Ma non travagliavano le cose del re di Francia da questa parte sola, anzi erano con pericolo maggiore molestate da’ svizzeri; la plebe de’ quali infiammatissima che il re di Francia cedesse alle ragioni le quali pretendeva al ducato di Milano, e però ardente, insino non lo faceva, di odio incredibile contro a lui, aveva fatto abbruciare molte case d’uomini privati di Lucerna, sospetti di favorire immoderatamente le cose del re di Francia; e procedendo continuamente contro agli uomini notati di simile suspizione, aveva fatto giurare a tutti i principali di mettere le pensioni in comune; e dipoi prese l’armi, per publico decreto, erano in numero di ventimila fanti entrati quasi popolarmente nella Borgogna: ricevuta da Cesare, il quale, o secondo le sue variazioni o per sospetto che avesse di loro, recusò, benché l’avesse promesso e al re di Inghilterra e a loro, di andarvi personalmente, artiglieria e mille cavalli. Andorono a campo a Digiuno metropoli della Borgogna, dove era la Tramoglia con mille lancie e seimila fanti; e avendo la plebe, per paura delle fraudi de’ capitani che già cominciavano a trattare co’ franzesi, tolto l’artiglierie in mano cominciorno a percuotere la terra: della difesa della quale dubitando non poco la Tramoglia, ricorrendo agli ultimi rimedi, accordò subitamente con loro, senza aspettare commissione alcuna dal re, di pagare loro in piú tempi quattrocentomila ducati, lasciare le fortezze di Milano e di Cremona che ancora non erano arrendute, cedere a Massimiliano Sforza le ragioni del ducato di Milano e la contea di Asti; per l’osservanza delle quali cose dette quattro statichi, persone onorate e di piú che mediocre condizione; né i svizzeri si obligorno ad altro che di ritornarsi alle case proprie, onde non erano tenuti a essere in futuro amici del re di Francia, anzi potevano quando voleano ritornare a offendere il suo reame. Ricevuti gli statichi partirno subitamente, allegando, per scusazione d’avere convenuto senza il re di Inghilterra, non avere ricevuti al tempo debito i danari promessi da lui. Fu giudicato questa concordia avere salvato il reame di Francia, perché, preso che avessino Digiuno, era in potestà de’ svizzeri correre senza alcuna resistenza insino alle porte di Parigi; ed era verisimile che il re di Inghilterra, passato il fiume della Somma, venisse nella Campagna per unirsi con loro, cosa che non poteva essere impedita da’ franzesi, perché non avendo a quel tempo piú di seimila fanti tedeschi, né essendo ancora arrivato il duca di Ghelleri, erano necessitati a stare rinchiusi per le terre: e nondimeno al re fu molestissima, e si lamentò sommamente del la Tramoglia per la quantità de’ danari promessi, e molto piú per l’averlo obligato alla cessione delle ragioni, come cosa di troppo pregiudicio e troppo indegna della grandezza e della gloria di quella corona. Però, ancora che il pericolo fusse gravissimo se i svizzeri sdegnati ritornassino di nuovo ad assaltarlo, nondimeno, confidandosi nella propinquità del verno e nel non essere facile che tanto presto si rimettessino insieme, deliberato ancora di correre piú presto gli ultimi pericoli che privarsi delle ragioni di quel ducato, il quale amava eccessivamente, deliberò di non ratificare, ma cominciò a fare proporre loro nuovi partiti; da’ quali essi alienissimi minacciavano, se la ratificazione non venisse fra certo termine, tagliare il capo agli statichi.