Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo II

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Libro diciottesimo
Capitolo secondo

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Inutili tentativi del viceré contro Frosinone. Tregua fra il pontefice e il viceré, e offerte di Cesare al pontefice. Ritirata dell’esercito del viceré da Frosinone.


Sollecitava in questo tempo il viceré di assaltare lo stato della Chiesa: dal quale essendo stati mandati dumila fanti spagnuoli a dare la battaglia a uno piccolo castello di Stefano Colonna, ne furono ributtati; e per lo spignersi egli innanzi, gli ecclesiastici lasciorno indietro la deliberazione fatta di battere Rocca di Papa; le genti del quale luogo avevano occupato Castel Gandolfo, posseduto dal cardinale di Monte, per essere male guardato. Finalmente il viceré, messi insieme dodicimila fanti, de’ quali, dagli spagnuoli e tedeschi infuora condotti in su l’armata, la maggiore parte erano fanti comandati, si pose con tutto lo esercito, il vigesimo primo dí di dicembre, a campo a Frusolone, terra debole e senza muraglia ma alla quale succedono in luogo di mura le case private e la grotta, e stata messa in guardia dai capitani della Chiesa per non gli lasciare pigliare piede nella Campagna; e vi era anche vettovaglia per pochi dí: nondimeno il sito della terra, che è posta in su uno monte, dà facoltà a chi è dentro di potere sempre salvarsi da una parte avendo qualche poco di spalle; il che faceva piú arditi alla difesa i fanti che vi erano dentro, oltre a essere de’ migliori fanti italiani che allora prendessino soldo. Né si potevano anche, per l’altezza del monte, accostare tanto l’artiglierie degli inimici (i quali vi avevano piantati tre mezzi cannoni e quattro mezze colubrine) che vi facessino molto danno: ma delle diligenze principali loro era lo impedire, quanto potevano, che non vi entrassino vettovaglie. Da altro canto il pontefice, benché esaustissimo di denari, e piú pronto a tollerare la indignità di pregare di esserne proveduto da altri che la indignità di provederne con modi estraordinari, augumentava quanto poteva le genti sue di fanti pagati e comandati; e aveva di nuovo condotto Orazio Baglione, dimenticate le ingiurie fatte prima al padre e poi a lui: il quale, come disturbatore della quiete di Perugia, aveva lungamente tenuto prigione in Castello Santo Agnolo. Con questi augumenti andava l’esercito del pontefice accostandosi per fare la massa a Fiorentino, e dare speranza di soccorso agli assediati. Fu finita a’ ventiquattro la batteria di Frusolone, ma non essendo tale che desse al viceré speranza di vittoria non fu dato l’assalto; e nondimeno Alarcone, travagliandosi intorno alle mura, fu ferito d’uno archibuso, e vi fu anche ferito Mario Orsino. Ed era la principale speranza del viceré nel sapere essere dentro poche vettovaglie: delle quali anche pativa lo esercito che si ammassava a Fiorentino, perché le genti de’ Colonnesi, che erano in Paliano, Montefortino e Rocca di Papa, che soli si tenevano per loro, travagliavano assai la strada; e andando Renzo allo esercito, avevano rotto la compagnia de’ fanti di Cuio che gli faceva scorta. Uscirono nondimeno, uno giorno, trecento fanti di Frusolone e parte de’ cavalli, con Alessandro Vitello Giambatista Savello e Pietro da Birago; e approssimatisi a mezzo miglio di Larnata dove erano alloggiate cinque insegne di fanti spagnuoli, ne tirorono due insegne in una imboscata e gli ruppeno con la morte del capitano Peralta con ottanta fanti, e prigioni molti fanti con le due insegne. Attendeva intratanto il viceré a fare mine a Frusolone, e quegli di dentro contraminavano tanto sicuri delle forze degli inimici che ricusorono quattrocento fanti che i capitani volevano mandare dentro in loro soccorso.

E nondimeno, nel tempo medesimo, non erano manco calde le pratiche dello accordo: perché a Roma erano tornati il generale e lo arcivescovo di Capua: co’ quali era venuto Cesare Fieramosca napoletano, il quale Cesare aveva, dopo la partita del viceré, espedito di Spagna al pontefice, dandogli commissione che affermasse principalmente essergli stata molestissima l’entrata di don Ugo e de’ Colonnesi in Roma, con gli accidenti che ne erano seguiti; facessegli fede, Cesare essere desiderosissimo di comporre seco tutte le controversie, e che trattasse in nome suo la pace, alla quale dimostrandosi inclinato anche con gli altri collegati, diceva (secondo scriveva il nunzio) che se il pontefice eseguiva, come aveva detto, di andare a Barzalona, gli darebbe libera facoltà di pronunziarla ad arbitrio suo. Proponevano questi per parte del viceré sospensione d’armi per due o tre anni col pontefice e co’ viniziani, possedendo ciascuno come di presente possedeva, e pagando il pontefice cento cinquantamila ducati e i viniziani cinquantamila: cosa che benché fusse grave al pontefice, nondimeno tanto era inclinato a liberarsi dai travagli della guerra che, per indurre i viniziani a consentirvi, offeriva di pagare per loro i cinquantamila ducati. La risposta de’ quali per aspettare fece tregua, l’ultimo dí di gennaio, col viceré per otto dí, con patto che le genti della Chiesa non passassino Fiorentino, quelle del viceré non passassino Frusolone né lavorassino contro alla terra; essendo medesimamente proibito a quegli di dentro non fortificare, né mettere dentro vettovaglia se non dí per dí. E parendo al Fieramosca avere scoperto assai la intenzione del pontefice, e potere con degnità di Cesare scoprirgli la sua, gli presentò una lunga lettera di mano propria di Cesare, piena di buona mente, di offerte e divozione verso il pontefice; e partito dipoi, per significare al viceré e al legato la sospensione fatta e ordinare che la si mettesse a esecuzione, trovò il dí seguente l’esercito che mosso da Fiorentino camminava alla volta di Frusolone; e avendo fatto intendere al legato la cosa, egli, non volendo interrompere la speranza grande che avevano i suoi della vittoria, date a lui parole, mandò occultamente a dire alla gente che continuasse di camminare.

Non poteva l’esercito arrivare a Frusolone se non si insignoriva di uno passo a modo di uno ponte, situato alle radici del primo colle di Frusolone, al quale erano a guardia quattro bandiere di fanti tedeschi; ma arrivata la vanguardia guidata da Stefano Colonna, e venuta con loro alle mani, gli roppe e messe in fuga, ammazzati circa dugento di loro e presine quattrocento con le insegne; e cosí guadagnato il primo colle, gli altri si ristrinseno in luogo piú forte, lasciata libera l’entrata in Frusolone agli ecclesiastici. I quali, essendo già vicina la notte, feceno l’alloggiamento in faccia loro; con speranza grande di Renzo e di Vitello (le azioni del quale in questa impresa procedevano con mala sodisfazione del pontefice) di avergli a rompere, o fermandosi o ritirandosi; come si crede che senza dubbio sarebbe seguito se avessino o fatto lo alloggiamento in su il colle preso o se fussino stati avvertiti e desti a sentire la ritirata degli inimici. Perché il viceré, non il giorno seguente ma l’altro giorno, due ore innanzi dí, senza fare segno o suono di levarsi, si partí con l’esercito, abbruciata certa munizione che gli restava e lasciate molte palle di artiglierie, e ancora che, intesa la partita sua, gli ecclesiastici gli spignessino dietro i cavalli leggieri, che preseno delle bagaglie e qualche prigione di poco conto, non furono a tempo a fargli danno notabile. Lasciò nondimeno addietro qualche munizione, e si ritirò a Cesano e di quivi a Cepperano.