Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo III

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Libro diciottesimo
Capitolo terzo

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Deliberazione dei collegati di assalire il regno di Napoli. Princìpi dell’impresa; irresoluzione del pontefice; azioni dell’armata dei veneziani contro la Campania e dell’esercito negli Abruzzi. Ragioni per cui non procede l’impresa contro il regno di Napoli.


Per la ritirata del quale, il papa, preso animo e stimolato dagli imbasciadori de’ confederati a’ quali non poteva sodisfare altrimenti, si risolvé a fare la impresa del regno di Napoli. Perché e Robadanges, che aveva portato i diecimila ducati per conto della decima e i diecimila per conto di Renzo, aveva commissione non si spendessino senza consentimento di Alberto Pio, di Renzo e di Langes, e in caso fussino sicuri che il pontefice non si accordasse; e i viniziani, a’ quali era andato maestro Rossello per indurgli ad accettare la tregua proposta dal viceré e approvata dal papa (ma per essersi in cammino rotto una gamba aveva mandato lo spaccio), risposeno non volere fare la tregua senza la volontà del re di Francia, con tanto maggiore animo quanto si intendeva le cose di Genova essere ridotte in grandissima estremità di vettovaglie. Deliberossi adunque di assaltare il regno di Napoli con lo esercito per terra, e che per mare andasse l’armata con Valdemonte che levasse dumila fanti; ma Renzo, secondo la deliberazione del quale si spendevano i danari del re di Francia, deliberò, contro alla volontà del pontefice (al quale pareva che tutte le forze si volgessino in uno luogo medesimo) di fare seimila fanti per entrare nello Abruzzi, sperando che per mezzo de’ figlioli del conte di Montorio, mandativi con tremila fanti, si occupasse l’Aquila facilmente: il che subito succedette, fuggendosene Ascanio Colonna, come intese si approssimavano.

Cominciorono con speranza grande i princìpi di questa impresa: perché se bene il viceré, messa guardia ne’ luoghi vicini, attendesse a riordinarsi quanto poteva, nondimeno, essendosi resoluta una parte delle sue genti, un’altra distribuita per necessità alla custodia delle terre, si credeva che resterebbe impegnato a resistere allo esercito terrestre; e però, che Renzo nello Abruzzi e l’armata della Chiesa e de’ viniziani, che erano ventidue galee, non arebbeno contrasto, portando massime tremila fanti di sopracollo, e andandovi Orazio con dumila fanti e la persona di Valdemonte, al quale il pontefice aveva dato titolo di suo luogotenente. Ma le cose procedevano con maggiore tardità, perché l’esercito ecclesiastico non si era ancora il duodecimo dì di febbraio discostato da Frusolone, aspettando da Roma l’artiglieria grossa e che Renzo entrasse nello Abruzzi e che arrivasse l’armata; e aveva anche dato qualche impedimento e fatto perdere tempo, che i fanti di Frusolone, ammutinati, volsono la paga, come guadagnata per la vittoria. Abbandonorno nondimeno, a’ diciotto dì, le genti del viceré Cesano e altri castelli circostanti, e si ritirorno a Cepperano; per la ritirata de’ quali l’esercito ecclesiastico, il quale già cominciava a patire di vettovaglie, passò San Germano; e il viceré, temendo della somma delle cose, si ritirò a Gaeta e don Ugo a Napoli. E nondimeno il pontefice, per la necessità de’ danari e temendo della venuta innanzi del duca di Borbone, all’esercito del quale non vedeva pronta la resistenza de’ collegati, continuando nella medesima inclinazione della concordia con Cesare, aveva procurato che maestro Rossello in nome del suo re andasse al viceré: da che nacque che Cesare Fieramosca ritornò a Roma il vigesimo primo dì di febbraio; donde, esposte le sue commissioni, si partì il dì seguente, lasciato l’animo del pontefice confusissimo e pieno di irresoluzione. Al quale, perché non precipitasse all’accordo, i viniziani, al principio di marzo, offersono di numerargli fra quindici dì quindicimila ducati, quindicimila altri fra altri quindici dì, ottenuto da lui il giubileo per il loro dominio. Ma l’armata marittima del papa e de’ viniziani, la quale, soprastata con grave danno per aspettare l’armata franzese, si era il vigesimo terzo di febbraio ritirata, per i venti, all’isola di Ponzo, fattasi poi innanzi saccheggiò Mola di Gaeta; dipoi, a’ quattro dì di marzo, messi fanti in terra a Pozzuolo e trovatolo bene provisto, si rimesse in mare. Dipoi, spintasi innanzi e posto in terra presso a Napoli, per la riviera di Castello a mare di Stabbia, dove era Diomede Caraffa con cinquecento fanti, combattutolo il terzo dì di marzo per via del monte, lo sforzò e saccheggiò, e il dì seguente la fortezza si arrendé. Sforzò, il decimo dì, la Torre del Greco e Surrente; e molte altre terre di quella costa si detteno poi a patti. E aveva prima prese alcune navi di grani, di che Napoli, dove si faceva debole provisione, pativa assai, non avendo in mare ostacolo alcuno; e il secondo dì della quadragesima si appressò tanto al molo che il castello e le galee gli tiravano; e prima i fanti andorono, per terra, tanto innanzi che fu forza che quegli di Napoli si ritirassino per la porta del mercato e la serrassino. Prese dipoi l’armata Salerno; ed essendo andato Valdemonte coll’armata dietro a certe navi, lasciate a Salerno dove era Orazio quattro galee, il principe di Salerno, entrato per via della rocca con gente assai nella terra, fu rotto da Orazio, morti più di dugento fanti e presi prigioni assai. E nello Abruzzi il viceré, liberato di prigione il conte vecchio di Montorio perché ricuperasse l’Aquila, fu fatto prigione da’ figliuoli; e Renzo, a’ sei di marzo, preso Siciliano e Tagliacozzo, andava verso Sora. E nondimeno, in tanta occasione, l’esercito terrestre, ridotto o per la negligenza de’ ministri o per le male provisioni del pontefice in carestia grande di vettovaglie, aveva il quinto dì di marzo cominciato a sfilarsi.

Ma continuandosi tuttavia le pratiche della pace, venneno a Roma, il decimo di marzo, Fieramosca e Serone segretario del viceré: dove, il dì dinanzi, era arrivato Langes, con parole e promesse assai ma senza danari; non ostante che di Francia fusse stato significato che si era partito con ventimila ducati, per mettere fanti in sull’armata de’ navili grossi, quale si aspettava a Civitavecchia, e che ventimila altri ne portava al pontefice; confortandolo a fare la impresa del reame per uno de’ figliuoli, al quale si maritasse Caterina figliuola di Lorenzo de’ Medici nipote del pontefice. Perché il re, confidando nella pratica con Inghilterra e persuadendosi che il viceré, per il disordine di Frusolone, non potesse fare effetti, e che lo esercito imperiale, poiché tanto tardava a muoversi, non avendo anche denari, non fusse per andare più in Toscana, non voleva più la tregua, eziandio per tutti, quando bene non si avesse a pagare denari, per non dare tempo a Cesare di riordinarsi: e nondimeno, trovandosi senza denari, né de’ ventimila ducati promessi al pontefice ciascuno mese né de’ danari della decima non gli aveva mandato altro che diecimila ducati, né a’ sette di marzo aveva ancora mandati i denari per i fanti dell’armata grossa, che era spesa comune tra lui e i viniziani; ed essendo di animo di non fare motto insino non conchiudeva con il re d’Inghilterra, gli pareva ragionevole che il pontefice aspettasse quello tempo. Però la impresa del regno di Napoli, cominciata con grande speranza, andava ogni dì raffreddando: perché l’armata, non essendo ingrossata né di legni nuovi né di gente e avendo a guardare i luoghi presi, poteva fare poco progresso; e lo esercito di terra, al quale le vettovaglie mandate da Roma per mare non erano, a’ quattordici di marzo, condottesi ancora, per il tempo, non solo non andava innanzi, ma diminuendo per il disordine delle vettovaglie, si ritirò finalmente a Piperno; e i fanti che erano con Renzo diminuiti per non avere denari, in modo che egli, non avendo potuto mettere in mezzo il viceré, secondo il disegno, se ne ritornò a Roma: accrescendo questi disordini la pratica stretta che aveva il pontefice dello accordo, perché indeboliva le provisioni, fredde per sua natura, de’ collegati: il che da altro canto accresceva la inclinazione del pontefice allo accordo, indotto a qualche maggiore speranza dell’animo di Cesare, per essere stata intercetta una sua lettera nella quale commetteva al viceré che si sforzasse di concordare col pontefice, se già lo stato delle cose non lo consigliasse a fare altrimenti.